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La prudenza tedesca in Medio Oriente: linea vincente o retroguardia

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Messa in minoranza durante la crisi libica, la proverbiale prudenza tedesca in fatto di missioni militari sembra ora essere diventata il filo conduttore che guida la strategia angloamericana e delle capitali europee sul dossier siriano – in quanto inestricabilmente legato a quello iraniano ed israeliano.

Ogni accenno ad un possibile intervento in Siria, in primis quello venuto ancora il mese scorso dalla NATO, è stato severamente rintuzzato dalla Germania, che preferisce dedicare i propri sforzi all’impiego di altri mezzi, primo fra tutti il tentativo diplomatico di convincere Cina e Russia a togliere il proprio appoggio al regime di Bashar Al-Assad. A dicembre, quando il quotidiano Die Welt rivelò che l’Alleanza atlantica stava preparandosi per un attacco a Damasco, il ministro degli Esteri tedesco, Guido Westerwelle (FDP), invitò la NATO a non prendere decisioni affrettate circa la pianificazione di un intervento militare, senza che non vi fosse stato prima un adeguato scambio di informazioni tra i servizi segreti degli Stati parte dell’alleanza. Un modo come un altro per chiudere la porta ad una qualsiasi “coalizione di volenterosi”. Identica è stata la reazione teutonica, poco dopo l’insediamento di François Hollande all’Eliseo. Nel maggio del 2012, il neo-Presidente francese sollevò qualche imbarazzo per non aver escluso l’ipotesi dell’intervento, qualora vi fosse stato il voto favorevole del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Anche in quella occasione arrivò secca la replica di Westerwelle: “Non c’è alcun motivo per azzardare ipotesi di intervento militare. Il governo tedesco vuole aiutare i siriani, ma allo stesso tempo vuole evitare che un incendio divampi in tutta la regione”, disse il capo della diplomazia tedesca. Posizione quest’ultima condivisa peraltro anche dalle opposizioni socialdemocratica ed ecologista che temono conseguenze devastanti, qualora si dovesse ricorrere all’uso della forza.

Ad oggi, nonostante lo stallo e il grave sacrificio in termini di vite umane, la strategia tedesca per la Siria rimane la medesima di un anno fa: aiutare i civili con interventi mirati e fare pressioni sull’intera comunità internazionale perché Assad venga lasciato solo. Quanto al primo punto, la Germania, attraverso il suo ministero degli Esteri, ha messo a disposizione circa 22 milioni di euro per aiuti umanitari, in buona parte alimenti e medicinali, ma anche strumenti per la manutenzione o la costruzione di infrastrutture. Diversi civili siriani rimasti feriti durante il conflitto sono inoltre stati prelevati da uomini della Bundeswehr in Giordania e portati in Germania per essere sottoposti a cure mediche. Intanto il ministro degli Interni, Hans-Peter Friedrich (CSU), ha annunciato un piano per consentire l’arrivo nella Repubblica Federale di circa 5.000 dei 35.000 rifugiati siriani entro la fine dell’anno. Il sostegno all’opposizione siriana, per Berlino, passa dunque per via economica e sanitaria, dal momento che, spiegava ancora di recente il ministro Westerwelle, l’opposizione deve sapersi guadagnare il consenso di tutta la popolazione civile, cercando di risolvere problemi quotidiani urgenti, dall’approvvigionamento idrico alla riapertura degli esercizi commerciali. Il sostegno ai ribelli non passa viceversa dalla fornitura di armi. A questo proposito Berlino continua ad essere inflessibile, rifiutando l’approccio suggerito dal tandem anglo-francese. Proprio come avvenuto in Libia prima e in Mali poi, la Germania dubita che rifornire di armi i ribelli sia una mossa tattica utile a risolvere la situazione. Di fondo, sembra d’altra parte esserci un certo scetticismo nei confronti dell’opposizione libica in quanto tale, nutrita di frange non proprio rassicuranti di islamisti radicali.

Finora Berlino si è quindi concentrata a collocare le proprie pedine, laddove fosse davvero necessario. In Turchia, ad esempio, dove il rischio di un’esplosione del conflitto sembrava decisamente più alto. Di qui la missione della Bundeswehr, votata alla fine dello scorso anno dal Bundestag. Con 461 voti a favore e solo 86 contrari, il parlamento tedesco diede il via libera all’invio di circa 400 uomini a protezione dei confini turco-siriani, dopo la richiesta di aiuto alla NATO presentato formalmente da Ankara. La missione, chiarì Westerwelle in occasione del voto, avrebbe ovviamente avuto finalità meramente difensive.

Secondo quanto riportato in un editoriale della Frankfurter Allgemeine Zeitung l’8 maggio scorso, Berlino starebbe ora cambiando il proprio atteggiamento. A fine mese scade infatti l’embargo sulle armi inflitto alla Siria dall’Unione Europea. Con ogni probabilità, viste le resistenze anglo-francesi, non verrà rinnovato. Secondo la FAZ, la Germania starebbe quindi vagliando la possibilità di unirsi a Francia e Regno Unito per un sostegno diretto ai ribelli, sempre che gli USA diano il proprio benestare. In realtà, più che un’analisi fondata su qualche elemento concreto, quella del quotidiano conservatore tedesco sembra piuttosto essere un auspicio. L’auspicio che la Germania abbandoni i fantasmi del passato e si liberi, così la FAZ, del ruolo di “nano” della politica internazionale. A ben vedere, però, la cancelleria e il ministero degli Esteri sembrano non voler deflettere dalla linea adottata sinora.