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La nuova squadra di governo in Brasile e le sfide strutturali

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“Il 2015 è cominciato in anticipo”, si scherza sulla stampa e nel mercato finanziario a San Paolo. In effetti le principali misure attese dal nuovo governo, in carica ufficialmente a partire dal primo gennaio, stanno cominciando già. E, come previsto, sono le stesse misure – per mano della riconfermata amministrazione Rousseff – che qualsiasi candidato di opposizione avrebbe comunque dovuto prendere.

Si parte dall’aumento dei tassi dello 0,25%, per cercare di ridurre la pressione inflazionistica, resa ancora più intensa dalla variazione del cambio col dollaro, che oggi vale circa 2,6 reais, cioè un 20% circa in più negli ultimi sei mesi. Lo 0,75% è un aumento forse troppo timido, dal punto di vista dell’opposizione di centro-destra, sconfitta di misura al ballottaggio del 26 ottobre; ma certamente molto più significativo di quanto Dilma avrebbe voluto: quattro anni fa, il suo primo governo era cominciato sotto le bandiere della riduzione dei tassi ad una sola cifra, mentre oggi sono dovuti tornare all’11,75%, come nel marzo 2011. Anche i prezzi dei carburanti, mantenuti artificialmente bassi sacrificando i margini di Petrobras, sono tornati a salire, seppur meno del dovuto.

Soprattutto, Dilma ha già nominato la nuova équipe economica per sostituire alle Finanze Guido Mantega, unanimemente disapprovato dai mercati e perfino dal suo stesso partito: subito dopo le elezioni il Ministro della Cultura Marta Suplicy aveva rassegnato le dimissioni, auspicando – con un riferimento indiretto proprio a Mantega – che Dilma fosse “illuminata nella scelta della sua nuova squadra di lavoro, a cominciare da una squadra economica indipendente, esperta e sperimentata, che riscatti la fiducia e la credibilità del suo governo”. Suplicy, che lasciando il governo riprende il suo posto di Senatrice, è peraltro notoriamente vicinissima all’ex Presidente Lula: è facile, quindi, vedere in calce alla sua lettera di dimissioni proprio la firma di Lula.

Molto influenzata da Lula è certamente anche la doppia nomina ai ministeri economici, che rappresenta un elemento forte di rottura. Il nuovo Ministro delle Finanze è Joaquim Levy, ingegnere ed economista che con Lula era stato Sottosegretario al Tesoro, ma che aveva anche lavorato nel precedente governo del PSDB con Cardoso (per poi spostarsi nel settore privato come direttore dei fondi d’investimento del gruppo Bradesco). Al Ministero della Pianificazione Economica al posto di Miriam Belchior andrà Nelson Barbosa, Professore di economia della Fundação Getúlio Vargas ed ex Sottosegretario di Politica Economica, dimessosi in giugno 2013 proprio in polemica con le scelte di politica economica e con la cosiddetta “contabilità creativa” di Mantega.

La nuova squadra, sia pure unanimemente riconosciuta come molto più solida e credibile della precedente, dovrà affrontare una situazione difficile da tre punti di vista. Il primo è la congiuntura, che tende inesorabilmente alla stagflazione: la proiezione di crescita del PIL per il 2014, secondo l’FMI, è dello 0,3%, mentre l’inflazione persiste intorno al 6,5%, due punti in più rispetto alla meta ufficiale e quindi al limite superiore della fascia di tolleranza.

Il secondo elemento di difficoltà è la pesante eredità  della prima amministrazione Dilma. L’avanzo primario è diminuito anno dopo anno, passando dal  3,11% nel 2011 al 2,39% nel 2012 e all’1,55% nel 2013, mentre per il 2014 è prevista una chiusura in deficit, con risultati mensili tra i peggiori degli ultimi 15 anni; il che naturalmente aumenta il rischio di un ribassamento del rating internazionale, che toglierebbe al Brasile il grado di investimento. Così, tanto Levy quanto Barbosa hanno già dichiarato di avere come principale obiettivo di breve e medio termine il risanamento dei conti pubblici.

La terza sfida è di natura politica: la base parlamentare di Dilma è composta da nove dei 28 partiti rappresentati in un Parlamento lento e riottoso, con una maggioranza numerica del 59% alla Camera e del 50% esatto al Senato, ma senza omogeneità o coerenza ideologica e di programma. L’alleanza con cui Dilma è stata rieletta, infatti, è una coalizione puramente tattica che va dal Partido Progressista, (discendente diretto dell’Arena, il partito unico che sosteneva la dittatura militare), fino al Partido Comunista do Brasil, tenuti insieme soltanto da una spartizione di ministeri, commissioni e sottogoverno da “manuale Cencelli”. Levy e Barbosa sono nomi forti e autonomi, che sapranno andare oltre il ruolo di “Vicemininistro della Ministra Rousseff” degli ultimi anni di Mantega (Dilma è nota per lo stile di gestione centralizzatore e micro-manageriale), ma dovranno comunque fare i conti con un contesto politico e parlamentare tutt’altro che facile.

D’altra parte, guardando ad un orizzonte più lungo, la casella più importante del nuovo governo non è in realtà quella dei ministeri economici. Sembrerebbe, certo, la principale preoccupazione dei mercati finanziari: l’indice della Borsa di San Paolo ha passato gli ultimi dodici mesi cadendo quando le prospettive di riconferma di Mantega erano maggiori e crescendo quando la sua permanenza risultava meno probabile, ritrovandosi oggi esattamente agli stessi livelli di dodici mesi fa e reagendo con entusiasmo alla nomina di Joaquim Levy. Ma le difficoltà dell’economia brasiliana sono solo in minor parte congiunturali. Il paese in realtà non cresce per questioni strutturali, per mancanza di competitività e per la stagnazione della produttività.

Non solo nell’amministrazione Dilma, ma anche nelle precedenti, sia del PT che del PSDB, non sono stati fatti investimenti sufficienti nelle infrastrutture; non sono state affrontate le necessarie riforme (del sistema tributario, della giustizia, delle infinite e surreali burocrazie) per dare slancio alle imprese; e soprattutto, il livello dell’educazione primaria continua ad essere tra i peggiori al mondo, come provato anche quest’anno dai test internazionali PISA, con le ovvie conseguenze sull’educazione secondaria e sulla qualificazione e produttività della manodopera.

Insomma, le scelte del nuovo Ministro dell’Economia saranno senz’altro una variabile importante per gli investimenti finanziari in un’ottica di breve e medio termine; ma per gli investimenti di medio-lungo termine, per le grandi scelte industriali e strategiche, sarebbe molto più interessante chiedersi chi sarà il prossimo Ministro della Pubblica Istruzione o quali saranno le iniziative di Armando Monteiro, nuovo Ministro dello Sviluppo Economico scelto nelle fila di uno dei partiti minori. Purtroppo, di temi strutturali, in campagna elettorale, si è parlato soltanto in termini vaghi e sostanzialmente propagandistici, senza proposte di cambiamento di rilievo.