international analysis and commentary

La nuova Spagna post-crisi

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La crisi che si è abbattuta sulla Spagna a partire dal 2007, ponendo fine a 14 anni ininterrotti di tumultuosa crescita economica, va certamente elencata tra gli eventi chiave della storia recente del paese. La congiuntura negativa non si è infatti limitata ad affondare quello che sembrava un modello economico di successo, lodato in tutto il mondo, ma ha portato anche alla messa in discussione di alcuni dei pilastri sui quali si reggeva la monarchia parlamentare spagnola.

Madrid, dopo la morte del dittatore Francisco Franco nel 1975, tornava a pieno titolo nel gruppo dei paesi “occidentali” attraverso l’adesione alla NATO nel 1982 e l’ingresso nell’Unione Europea nel 1986. Un bipartitismo equilibrato, una conformità ampia attorno al funzionamento dello Stato e delle autonomie regionali – queste ultime si rivelavano anche una formidabile macchina per la gestione dei fondi europei – e un’espansione economica capace di cambiare volto a intere aree del paese e di diffondere disinvolte abitudini di consumo, sembravano fare della Spagna l’elemento più affidabile e dinamico dell’intera area mediterranea.

Si tratta di uno status che potrà essere recuperato solo con molta fatica. Tra i “miti fondativi” del modello di convivenza e sviluppo colpito dalla crisi spiccava senz’altro quello della igualdad, cioè dell’uguaglianza. Tale parola d’ordine è stata declinata su diversi piani: pari opportunità tra le fasce sociali, garantita dalle maggiori possibilità di consumo offerte dalla crescita e dal credito bancario; pari opportunità tra i singoli cittadini, garantita dalle diverse leggi che ampliavano i diritti civili.

E ancora: convergenza politica tra le varie comunità autonome (regioni), garantita da un travaso di competenze molto generoso da parte dello Stato centrale; convergenza economica interna garantita dalla crescita degli investimenti e dei sussidi dal resto d’Europa; riavvicinamento agli standard economici e sociali del resto del continente, considerati fino a pochi anni prima letteralmente irraggiungibili.

Volendo riassumere in poche parole un evento dalle molteplici cause e dai molteplici effetti, la crisi spagnola è stata causata dallo scoppio di una doppia bolla speculativa: il settore creditizio e quello immobiliare erano cresciuti in maniera eccessiva. Ciò ha provocato la paralisi del credito, che ha strozzato gli altri settori; la fine della febbre del mattone – in Spagna nel 2006 si sono costruite più case che in Francia, Italia e Germania messe insieme – ha provocato una disoccupazione di massa (superiore al 25%, il doppio rispetto a prima della crisi) che ha ulteriormente depresso l’economia. I bilanci pubblici ne hanno subito risentito: l’indebitamento dello Stato e delle regioni è schizzato alle stelle, originando drastici tagli alla spesa.

La disoccupazione, oltre che le fasce meno protette, ha investito in particolar modo il segmento giovanile a causa di due fattori: il dualismo tra precarietà e stabilità nei contratti di lavoro, che rende facilmente licenziabile coloro che sono stati assunti recentemente; e il basso livello di formazione, dovuto al frequente abbandono scolastico durante gli anni di crescita economica, quando la prospettiva di un impiego facile dissuadeva molti dal continuare gli studi.

L’aumento (rapido) della diseguaglianza tra le fasce più ricche e quelle più povere della popolazione è dunque tornato a essere realtà in Spagna. Tale fenomeno è stato accompagnato dallo scivolamento di un ampia quota di giovani al di sotto della soglia di povertà: giovani che negli ultimi anni hanno appunto sostituito gli anziani come classe di età che gode delle peggiori condizioni economico-sociali e a cui è più preclusa la possibilità di una vita autonoma.

D’altro canto, l’evoluzione del PIL, che ha dato origine a due lunghi cicli recessivi terminati nell’autunno dello scorso anno e che interessava inizialmente il paese in modo abbastanza omogeneo, ha finito per riaprire una ferita economica che sembrava in via di guarigione. Protagoniste dell’attuale “ripresina” (per il 2014 si prevede un risicato +1%) sono esclusivamente alcune regioni del nord e la capitale: Madrid, Paese Basco, Navarra e Catalogna possono contare su una maggiore connessione all’economia internazionale e su una buona competitività nelle esportazioni – rese possibili da investimenti tecnologici altrove assenti, da un tessuto industriale denso e radicato, dalla maggiore vicinanza alle reti commerciali del centro-nord Europa, dalla capacità di attirare i consumatori stranieri.

Le altre regioni della Castiglia e del sud (come Andalusia, Murcia e Valencia) soffrono invece maggiormente le debolezze strutturali dell’economia spagnola: sono dipendenti dai consumi interni, e dunque ancora bloccate dal crollo del settore immobiliare-creditizio. Da solo questo rappresentava la maggior parte del PIL locale, non sufficientemente alimentato per il resto da un settore turistico pur ben avviato. Queste regioni sono state in passato le più beneficiate dal flusso dei fondi strutturali europei che ha portato in Spagna – in circa 20 anni – 120 miliardi di euro: l’equivalente di tre piani Marshall. Il sud del paese non può più contare su somme del genere, dopo l’ingresso nell’Unione dei paesi dell’Europa orientale.

Il premier popolare Mariano Rajoy (al governo dal 2011) non ha la forza per invertire la rotta del paese, sebbene goda di una maggioranza assoluta ottenuta a spese dei socialisti – castigati per la cattiva gestione della fase iniziale della crisi. Le dinamiche sopra ricordate hanno infatti travolto i meccanismi che generavano un diffuso ottimismo sociale e il consenso interno sull’andamento del paese.

I popolari e i socialisti, in precedenza ben sintonizzati sul sentimento edonista caratteristico di gran parte della popolazione, faticano ora ad adeguarsi all’ondata moralizzatrice che lo ha sostituito. Questa premia oggi le terze forze che si posizionino più criticamente contro i due grandi partiti, e le formazioni regionaliste che nel Paese Basco e con molta più forza in Catalogna premono per un distacco delle proprie comunità autonome dal resto dello Stato.

Le manovre del governo sono dunque mirate a raccogliere forze sufficienti in vista delle elezioni politiche dell’autunno 2015, piuttosto che ad avviare una ripresa consistente alla quale, nella stessa Spagna, credono in pochi. I severi tagli di bilancio a livello regionale e nazionale compromettono infatti quei settori dell’economia più dipendenti dalla mano pubblica, mentre si tenta di combattere il ritardo di competitività accumulato spingendo verso il basso gli stipendi pubblici (che sono stati congelati per anni e a cui è stata anche tolta la tredicesima) e privati, attraverso l’ulteriore eliminazione delle garanzie contrattuali, senza invece puntare su programmi che nel lungo periodo migliorino i livelli di istruzione e innovazione.

Contemporaneamente, l’esecutivo di Rajoy ha deciso un taglio delle imposte dirette che andrà soprattutto a vantaggio delle fasce più povere (e impoverite) e di quelle più ricche – traducendosi in ben poca cosa per quelle medie, numericamente meno importanti di un tempo. Si spera così di risollevare i consumi interni e avere una buona carta da giocare in vista del voto. I popolari, benché percorsi da significativi contrasti interni, sembrano posizionati meglio dei loro avversari nella corsa alle elezioni del prossimo anno.

I socialisti sono infatti ben più lacerati, e ancora non riescono a confezionare una proposta alternativa convincente. Già fuori da quasi tutti i governi regionali, sono poi indeboliti da altre forze che al centro e a sinistra ne attirano l’elettorato. La situazione del paese resterà grave: bassa crescita e disoccupazione dureranno, secondo ogni previsione, ancora a lungo. Ciononostante il prossimo governo avrà un ruolo fondamentale nella costruzione delle fondamenta politiche, economiche e sociali della nuova Spagna dei prossimi decenni.