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La lunga ritirata afgana dell’America

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Un anno dopo il primo annuncio di Obama del ritiro delle truppe dall’Afghanistan, il 16 dicembre la Casa Bianca ha presentato una “nuova strategia”. In realtà, non ci sono affatto grosse novità: semmai, diverse lacune ed omissioni. Inoltre, proprio nelle stesse ore, due rapporti redatti da sedici agenzie di intelligence americane mettevano nero su bianco quanto Obama aveva preferito omettere: il ruolo di Islamabad e la fragilità del governo Karzai. Elementi che queste recenti analisi ufficiali hanno accorpato, chiarendo che con un governo debole e corrotto a Kabul, in assenza un maggior impegno di Islamabad, ogni sforzo militare americano appare destinato al fallimento.

Obama ha scelto di mostrare il bicchiere mezzo pieno: via dall’Afghanistan a partire dal luglio 2011, lasciando però con “responsabilità” un paese dove Stati Uniti e NATO stanno facendo progressi. Indeboliscono al Qaeda – afferma il dossier – mentre tengono sotto scacco i talebani e aumentano il controllo del governo sul territorio; mentre l’esercito afgano cresce a ritmi più elevati di quanto la NATO stessa non prevedesse (raggiunto l’obiettivo di 134.000 soldati e 109.000 poliziotti, sul cui grado di preparazione è bene però avanzare qualche riserva). Ma per dirla con Kate Clark, ricercatrice di Afghanistan Analyst Network (un autorevole think tank afgano), Obama ha dipinto uno scenario “luccicante quanto irreale” e non si vede come possa garantire “pace e stabilità” in un paesaggio che ha visto nell’area di Kandahar aumentare la violenza, fallire il tentativo (molto pubblicizzato) di portare lo Stato nel distretto di Marjah e dilagare le attività insurrezionaliste sia nel nord, sia nelle regioni non pashtun.

Questa impietosa analisi dimostra almeno due cose: la prima è che c’è una notevole discrepanza tra quanto si scrive nei rapporti e la realtà sul terreno. La seconda è che l’amministrazione Obama è divisa al suo interno sul da farsi in Afghanistan e Pakistan. Una situazione complicata dalla scomparsa di Richard Holbrooke, il negoziatore per eccellenza – anche se, per la verità, era sembrato negli ultimi mesi piuttosto in ombra sia per la malattia sia per la visibilità dal roboante generale David Petraeus in quanto comandante delle truppe NATO e di quelle americane.

A quanto è dato sapere, la situazione sul terreno è in effetti peggiorata. Non lo dicono soltanto le cronache giornalistiche, ma almeno due dossier di organizzazioni umanitarie, le quali non meno dei militari – che preferiscono però oscurare i loro insuccessi – hanno il polso della situazione. Secondo il Comitato internazionale della Croce Rossa (ICRC) le condizioni per portare a termine il mandato non sono mai state così critiche negli ultimi trent’anni. A metà dicembre l’ICRC lamentava la crescita del numero degli sfollati, l’aumento delle vittime civili e condizioni sanitarie critiche. Confermando che intere aree del paese, anche nel nord, sono inaccessibili all’azione umanitaria. Nel mese di novembre, 29 organizzazioni umanitarie afgane e internazionali hanno sottoscritto un documento, elaborato da Oxfam e preparato per il vertice NATO di Lisbona del 19-20 novembre, in cui si mette il dito nella piaga della protezione dei civili afgani. Questo obiettivo è tuttora disatteso, con scarsa considerazione dell’impatto diretto sui civili della nuova terapia muscolare imposta da Petraeus. Secondo il dossier (Nowhere to Turn) gli aerei americani hanno sganciato 2.100 ordigni (tra bombe e missili) solo tra giugno e settembre, con un incremento di circa il 50% e con un aumento dell’11% delle vittime civili rispetto all’anno precedente.

Questi numeri (anche se i talebani restano la causa maggiore delle vittime civili) portano dritto alla seconda questione che riguarda l’equivoca strategia dell’amministrazione americana. Se fino alla permanenza in carica del generale McChrystal (il predecessore di Petraeus) l’opzione militare e quella diplomatica sembravano correre su binari quantomeno paralleli, le cose sono ora cambiate. McChrystal aveva addirittura modificato le regole d’ingaggio per evitare un aumento delle vittime civili, utilizzando i bombardamenti con maggior attenzione al target e scegliendo di andare sempre a braccetto con Karzai per conquistare i capi tribù con l’appoggio del presidente.

Petraeus ha invertito una rotta che, fino al suo arrivo, era sembrata la stessa scelta da Obama. Convinto assai più di McChrystal che per trattare coi talebani è necessaria una posizione di forza limitando le perdite americane, Petraeus ha ripreso i bombardamenti con maggior vigore e senza andar troppo per il sottile. I suoi rapporti con Karzai sono pessimi e il generale non lo nasconde. Raramente si fanno fotografare assieme, e al dialogo coi capi tribù Petraeus ha preferito (e imposto al governo afgano) di armare gruppi di milizie di villaggio. Insomma, si tratta della cosiddetta “opzione irachena”, tanto cara al generale quanto invisa agli afgani e a molti diplomatici europei. Il problema è che i risultati sul terreno afgano sembrano gli stessi di prima, anzi inferiori rispetto a quelli accertabili sei mesi fa.

In mezzo al guado militare sembra intanto annaspare anche l’opzione negoziale. Dopo la batosta del falso talebano Mohammed Mansour (un commerciante di Quetta spacciatosi per un uomo della cupola di Omar con fattura da 65.000 dollari per ogni incontro con Karzai), a tutti è apparso chiaro come il negoziato di pace, sbandierato con grande enfasi un paio di mesi fa, fosse soltanto un pio desiderio. Secondo Ahmed Rashid (in un recente articolo sulla New York Review of Books con un decalogo su come articolare una trattativa), l’amministrazione americana non ha nessuna strategia a riguardo, in attesa forse che Petraeus ottenga sul piano militare quel che non si riesce a imbastire sul piano politico. A ciò si aggiungono le voce insistenti secondo cui Obama, nella sua recente visita di sei ore a Bagram nella notte tra il 3 e il 4 dicembre, avrebbe incontrato non Karzai (con cui si è intrattenuto al telefono per 15 minuti), ma addirittura Abdullah (ossia il capo dell’opposizione al presidente, e alcuni ministri ed ex ministri del gabinetto Karzai). Dopo essere stato appoggiato, screditato e poi ancora sostenuto, adesso Karzai è dunque tornato nel frullatore e si starebbe pensando, in barba alle elezioni che lo hanno riconfermato, di farlo uscire di scena.

In questa cornice, che la “Strategic Policy Review” del presidente avesse poca sostanza non ha stupito, ma resta pur sempre un pessimo segnale. Se nemmeno l’attore principale del conflitto ha le idee chiare, dividendosi tra falchi e colombe, filo-Karzai e anti-Karzai, non c’è bisogno di aspettare WikiLeaks per capire che il decimo anno di guerra rischia di passare com’è passato il nono.