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La guerra allo Stato Islamico si trasforma in una “guerra civile” all’interno dell’Islam sunnita

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Il rapimento e la barbara uccisione di un pilota dell’aeronautica militare giordana in Siria e la decapitazione di 21 egiziani copti in Libia sono due episodi legati fra loro. Non soltanto perché in comune hanno l’esecutore delle azioni – lo Stato Islamico (IS) – che le ha apertamente rivendicate, ma anche perché hanno innescato una vasta campagna militare arabo-musulmana senza precedenti.

I due episodi, come altri analoghi verificatisi negli scorsi mesi e i rapimenti in corso, pongono diversi interrogativi sulla strategia militare ed economica dello Stato Islamico: il rapimento è diventato una primaria fonte di finanziamento, e ciò influenza le possibili attività di contrasto da parte della coalizione arabo-occidentale.

Il gesto – come sempre ripreso in video e fatto circolare il 3 febbraio scorso – di assassinare il pilota giordano bruciandolo vivo è stato pianificato dallo Stato Islamico con il preciso obiettivo di umiliare, agli occhi della comunità arabo-musulmana, la Giordania e la sua famiglia reale, quella Hashemita. Il giorno stesso in cui è stato diffuso il video che mostra l’uccisione del pilota giordano, sui forum jihadisti è stata pubblicata l’immagine di una fatwa recante il timbro ufficiale dello Stato Islamico. La fatwa (editto religioso) decreta lecito l’uso proprio del fuoco, in alcune circostanze, per uccidere i nemici, nonostante si tratti di un castigo che normalmente soltanto Dio può decidere. Nel testo si legge che uno dei Compagni del Profeta Muhammad, tale Khalid ben al-Walid, arse vivi numerosi apostati. 

Questa particolare scelta, così efferata nelle modalità, è sembrata inizialmente un boomerang per l’IS, ma la successiva decapitazione dei 21 copti egiziani in Libia, suggerisce che in realtà l’organizzazione jihadista si è dotata di una strategia: essa consiste nello spingere gli eserciti arabi – in primis Giordania ed Egitto – a impiegare truppe di terra, e in qualche modo replicare quanto accaduto in Afghanistan e Iraq con le forze occidentali. Ciò si potrebbe verificare su più fronti, due in particolare: uno a est (Siria-Iraq) e uno a ovest (Libia-Tunisia).

L’IS ha di fatto già spinto l’Egitto a entrare di fatto a far parte della coalizione internazionale contro il Califfato di Abu Bakr al-Baghdadi, portando il Presidente Abdel Fattah al-Sisi a una forte esposizione regionale – da cui ovviamente questi cerca di trarre vantaggi in termini di prestigio e potere negoziale. Sull’altro fronte, la Giordania ha intensificato i suoi raid aerei contro l’IS in Siria. Questa mobilitazione ha trasformato, in poche settimane, il volto della coalizione anti-IS, dandogli una conformazione arabo-musulmana, e ponendo alla sua guida due Paesi – Egitto e Giordania – fortemente rappresentativi del mondo sunnita. Una trasformazione ben accolta da Washington, oggi più che mai non intenzionata a inviare truppe di terra contro l’IS, per non perdere ulteriori vite militari e compromettere quelle degli ostaggi in mano all’organizzazione jihadista. In sostanza, quella in atto nel mondo arabo-islamico si sta trasformando in una vera “guerra civile” in seno alla Umma, la comunità islamica mondiale.

In questo scenario, l’IS sembra intenzionata a rispondere ai raid aerei arabi con un’arma non convenzionale e al tempo stesso letale: il “martirio”, le cosiddette “operazioni kamikaze”. Dunque, all’intensificarsi dei raid aerei aumenterà il rischio di azioni suicide nelle città dei Paesi che sostengono la coalizione – compresi i sequestri di persona, che in questo caso avranno una duplice funzione, economica e politica. Sullo sfondo, stiamo assistendo naturalmente a una durissima battaglia ideologica e culturale all’interno del mondo islamico sunnita, fra chi sostiene lo Stato Islamico – per ora la minoranza – e chi lo accusa di essere un gruppo terroristico, rifiutandosi persino di chiamarlo in questo modo e limitandosi a usare la sigla araba “Daesh” (ISIS).

Su questo piano, la Giordania sta organizzando, assieme a diversi altri Paesi arabi, una conferenza presso l’Università di Al-Azhar, al Cairo, una delle massimi istituzioni del mondo sunnita. L’obiettivo è quello di far emergere proprio da Al-Azhar una posizione che legittimi religiosamente la campagna contro l’estremismo dell’IS. Prenderanno parte alla conferenza, la cui data non è stata ancora fissata, anche Paesi come gli Emirati Arabi Uniti, il Marocco, l’Arabia Saudita e il Pakistan. Contemporaneamente, gli Stati Uniti si stanno muovendo nella stessa direzione per organizzazione un evento simile a Washington, nel tentativo di dare sostegno alla campagna araba ma soprattutto di circoscrivere la battaglia alla regione mediterraneo-mediorientale, per evitare nuovi 11 settembre.