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La Grecia di SYRIZA: strappo o nuovo compromesso?

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A dieci giorni dalla vittoria di Alexis Tsipras alle elezioni parlamentari elleniche, l’establishment politico europeo continua a domandarsi fino a che punto il neo-premier greco cercherà davvero lo scontro frontale con la Troika e i Paesi creditori, Germania in testa. In un’intervista al quotidiano conservatore Die Welt, il Presidente del Parlamento Europeo, Martin Schulz, si è detto stupito dell’inedita alleanza tra SYRIZA e il partito dei Greci Indipendenti (una formazione conservatrice); ma ha lasciato la porta aperta a un governo che, pur potendo ridiscutere alcune condizioni, accetti di discutere con la Troika. Secondo le prime dichiarazioni di Angela Merkel, Atene dovrebbe rinunciare anche all’ipotesi di un nuovo taglio del debito.

L’apprensione è palpabile non solo a Berlino e Bruxelles, ma anche in altre capitali europee, tra cui Roma, dove si teme l’effetto contagio nel caso in cui la situazione ad Atene dovesse precipitare. In particolare, dinanzi alle timide aperture di Francia e Italia, gli esecutivi di Spagna e Portogallo hanno ufficialmente preso le distanze dalla richiesta di SYRIZA di un nuovo sconto sul debito greco, ormai vicino al 180% del PIL. Le rispettive dichiarazioni sono state subito amplificate dalla stampa tedesca che in questi giorni cerca di sottolineare come non siano soltanto la Germania e la signora Merkel ad opporsi alle contro-riforme del neo-premier ellenico, ma anche gli stessi governi dei Paesi mediterranei. D’altro canto, assieme all’apprensione per possibili scelte avventate da parte della nuova maggioranza ad Atene, in Europa si cerca di coltivare anche un cauto ottimismo: la vittoria di SYRIZA, si sostiene in ambienti della Commissione e a Berlino, non sarebbe affatto l’inizio della fine dell’euro. Al contrario, la sensazione diffusa è che la Troika, al prezzo di qualche concessione in più (tra cui, ad esempio, anche l’esenzione dal cofinanziamento greco di alcuni progetti europei), potrà continuare il suo lavoro in Grecia. In questa lettura, Tsipras al potere sarebbe quindi innanzitutto garanzia di stabilità, ordine pubblico e pace sociale.

Dunque, se alla fine di febbraio il governo di Atene dovesse rifiutare ogni nuovo aiuto dal fondo europeo di salvataggio, non subentrerebbe subito l’ipotesi dell’insolvenza, ma più probabilmente quella di un nuovo negoziato. Ed è in questa direzione che anche la Germania cerca di condurre la discussione per evitare contraccolpi. Più che abbandonare la moneta unica o ripudiare il debito, SYRIZA si limiterà insomma ad accontentarsi di qualche sconto sulla via del risanamento.

Ma accanto all’ipotesi, per così dire, pragmatica di un ammorbidimento dell’austerity condiviso con Berlino, circola anche quella catastrofica, che tende a mettere in risalto il potenziale esplosivo del programma elettorale di Tsipras e del suo partito. Nei suoi primi giorni di attività il governo greco ha messo sul tavolo dossier scottanti: l’aumento del salario minimo, il reintegro sul posto di lavoro di un numero consistente di dipendenti pubblici, il blocco delle privatizzazioni di alcune società ancora in mano pubblica e la sospensione degli investimenti nelle miniere della penisola calcidica. Accanto alla nazionalizzazione dell’economia, la stampa occidentale paventa l’ipotesi di una sua progressiva “cipriotizzazione”. Al pari di quella con Nicosia, infatti, la singolare vicinanza tra Atene a Mosca e la conseguente lontananza da Berlino, dimostrata dalla contrarietà del nuovo governo ellenico alla proroga delle sanzioni economiche contro la Russia, viene interpretata come il primo passo in vista di un affrancamento della Grecia dall’unione economica e monetaria. A cui corrisponderebbe un avvicinamento ai mercati dell’Unione economica euroasiatica guidata da Vladimir Putin, martoriata però dalle sanzioni occidentali e dalle contro-sanzioni russe fin dallo scorso agosto.

Nel caso di uscita dall’euro – ipotesi che in Germania viene vista, ad oggi, con favore solo dagli euroscettici di Alternative für Deutschland (AfD) – la Grecia avrebbe in effetti a disposizione un mercato verso il quale esportare i propri prodotti, in buona parte agricoli, che quest’anno sono rimasti nei magazzini; e la Russia ridurrebbe in qualche misura i problemi di approvvigionamento che ne stanno lentamente massacrando l’economia interna. Fantascienza? Può darsi, ma alcuni temono una sorta di effetto-contagio anche su altri Paesi in difficoltà. Resta il fatto che la vicinanza culturale e politica tra l’esecutivo di SYRIZA e Greci indipendenti, da un lato, e il partito Russia Unita di Vladimir Putin, potrebbe in qualche modo accelerare il percorso di uscita di Atene dall’area monetaria comune, se i negoziati con Bruxelles volgessero al peggio. Senza dubbio, Tsipras tirerà la corda il più possibile, convinto che alla fine la Germania pagherà. Se così non dovesse essere, abbracciare le ricette del Cremlino diventerebbe un’ipotesi più realistica.