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La Germania incerta sui piani europei, tra voti parlamentari e sentenze

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I voti parlamentari sulle misure europee stanno gradualmente erodendo il potere dell’esecutivo di Angela Merkel. I dubbi dell’establishment economico-finanziario sulla tenuta dell’eurozona, accompagnati dalla spada di Damocle della Corte costituzionale di Karlsruhe che pende sul governo e dal crescente malcontento dei cittadini tedeschi per le pretese dei paesi dell’Europa del Sud rendono lo scenario suscettibile di evoluzioni improvvise.

Il 19 luglio, nel corso di una seduta straordinaria, il Bundestag ha deliberato a larga maggioranza (473 sì, 97 no, 13 astenuti) una risoluzione con la quale il ministro delle Finanze Wolfgang Schäuble (CDU) è stato autorizzato ad approvare al vertice dell’Eurogruppo del giorno successivo la richiesta di aiuto del governo spagnolo per il salvataggio del proprio settore bancario tramite il fondo provvisorio di stabilizzazione finanziaria (EFSF).

Pur essendo sufficiente la sola maggioranza semplice, la signora Merkel e il suo governo hanno fallito per la terza volta consecutiva dall’inizio dell’anno il raggiungimento della soglia dei 311 voti, la cosiddetta “maggioranza del Cancelliere” (Kanzlermehrheit). Nelle file dell’alleanza cristiano-liberale sono circa venticinque i deputati ribelli, ma votazione dopo votazione, complice anche l’assenza strategica di qualche parlamentare, il drappello sta assumendo dimensioni pericolose per la stabilità dell’esecutivo. Dopo il Consiglio europeo del 28 e 29 giugno scorso, anche l’opposizione rosso-verde aveva messo in forse il proprio assenso ad un pacchetto ad hoc per paracadutare principalmente le cajas  spagnole. Neanche due settimane fa, il responsabile delle politiche di bilancio dell’SPD, Carsten Schneider, chiedeva di accompagnare l’erogazione di prestiti a condizioni severe, nicchiando all’ipotesi di una trasformazione del veicolo EFSF e del suo successore ESM in strumenti per la ristrutturazione degli istituti di credito. Al momento del voto, i dubbi dell’opposizione si sono polverizzati e, a parte l’estrema sinistra (Die Linke), socialdemocratici ed ecologisti si sono frettolosamente riallineati sulla linea della cancelliera. Sarà l’ultima volta, pare abbiano promesso, osservando i sondaggi che indicano la contrarietà a nuovi aiuti da parte di una chiara maggioranza di tedeschi.

Ma che cosa prevede davvero il documento di 139 pagine approvato dal Bundestag? La Germania dà il suo consenso alla richiesta di aiuti e quindi si accolla l’onere di garantire che l’EFSF prima e l’ESM una volta entrato in vigore garantiscano in più tranche l’erogazione di prestiti per ricapitalizzare le banche in difficoltà. Il piano prevede l’erogazione dei primi 30 miliardi a fine luglio ed entro novembre  altre due tranche, ciascuna per un massimo di 25 miliardi, che dovrebbero servire a isolare i titoli tossici e a rafforzare il capitale delle banche già nazionalizzate. A dicembre potranno arrivarne altri 15 che saranno utilizzati solo per quegli istituti che non se ne siano già avvalsi; analoga l’ultima tranche prevista entro il giugno 2013. Nel caso in cui dovessero avanzare dei fondi, il veicolo di stabilizzazione potrebbe acquistare titoli di stato spagnoli sul mercato secondario. A tal fine sarebbe comunque necessario un nuovo via libera da parte del parlamento tedesco. A loro volta, le condizioni per il trasferimento del denaro sono abbastanza sfumate, a tratti inafferrabili. Gli aiuti sono infatti ancorati alla realizzazione di un previo stress-test da parte del governo spagnolo, saranno erogabili solo a quegli istituti che hanno qualche possibilità di sopravvivenza e si accompagneranno alla riduzione degli stipendi del consiglio d’amministrazione e di tutti i dipendenti in posizioni apicali. La banca centrale spagnola dovrà inoltre motivare ogni versamento, mentre la Commissione europea, la BCE e un organo dell’Eurogruppo dovranno dare il proprio benestare. Resta peraltro ancora da verificare se l’EFSF disporrà effettivamente delle risorse necessarie per adempiere al proprio compito.

Nei giorni precedenti al voto, il capo dell’EFSF e futuro numero uno anche dell’ESM, il tedesco Klaus Regling, aveva ,creato nuove incertezze sottolineando che a rispondere delle eventuali perdite sarebbero stati gli stati membri pro quota tramite il fondo di stabilizzazione e non direttamente il paese interessato. Secondo Schäuble, sarà invece Madrid ad assumersi ogni responsabilità, visto che il denaro non scorrerà direttamente dal veicolo nelle casse degli istituti, ma sarà distribuito dal governo spagnolo. Nella sua intervista del 15 luglio all’emittente televisiva ZDF la signora Merkel ha ribadito che, contrariamente a quanto asserito da altri capi di governo, sul punto non era ancora stata presa alcuna decisione definitiva.

È d’altra parte proprio questa confusione ingenerata da dichiarazioni avventate dei politici europei a minare la fiducia degli investitori nell’eurozona. Invano il ministro delle Finanze tedesco si è prodigato affinché a livello europeo non fossero adottate nuove intese, ma venisse data applicazione ai patti vigenti. La pressione dei mercati e la congiuntura non favorevole hanno catalizzato la deliberazione di nuovi accordi suscettibili di stravolgere le regole attuali: una situazione  che è stata stigmatizzata sulle pagine del quotidiano conservatore Frankfurter Allgemeine Zeitung anche dall’ex giudice costituzionale Paul Kirchhof, nel 2005 consigliere economico della signora Merkel: “L’instabilità del diritto pesa molto di più dell’instabilità finanziaria”, ha scritto riferendosi alla prospettiva di nuove modifiche alla costituzione economica europea.

Ecco perché all’inizio della scorsa settimana la Corte costituzionale di Karlsruhe ha scelto di non aggiungere incertezza ad incertezza, intervenendo subito con una sentenza potenzialmente distruttiva degli accordi degli scorsi mesi. Richiesti innanzitutto di emanare un provvedimento cautelare che bloccasse il processo di ratifica dell’ESM e del Fiscal Compact, i giudici costituzionali hanno rinviato la decisione al 12 settembre, di fatto avallando la scelta dei ricorrenti (per due mesi il processo di ratifica rimane in stand-by), ma allo stesso tempo evitando il diffondersi di ulteriore panico sui mercati.  E’ senz’altro vero che Karlsruhe esercita un potere non indifferente per le sorti dell’eurozona, ma proprio perché è consapevole di questo suo ruolo delicato, cerca in tutti i modi di non abusarne.