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La campagna elettorale per il Parlamento egiziano

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Dal 28 novembre i cittadini egiziani saranno chiamati alle urne per eleggere il primo Parlamento dell’era post Mubarak. Nell’arco di tre giornate elettorali -28 Novembre, 14 Dicembre e 3 Gennaio – gli elettori sceglieranno i deputati della camera bassa e poi i membri della Shura, la camera alta.

Sono più di 15.000 i cittadini egiziani pronti a presentarsi a questo appuntamento in veste di candidati.  Più di 8.600 persone competeranno come indipendenti per aggiudicarsi un terzo dei seggi riservati a questa categoria. I rimanenti invece formeranno liste di partito per spartirsi gli altri  seggi a disposizione.

I partiti registrati sono oltre 50; tra i quali almeno 35 nati dopo la caduta del raìs.  Anche se è evidente una certa frammentazione politica, naturale in questa prima fase, sono quattro i principali blocchi partitici presenti.

Il più numeroso è Al-Tahaluf al-Dimuqrati, l’Alleanza Democratica, che comprende partiti islamisti, liberali e di centro-sinistra. La coalizione è dominata dall’hizb al-Hurriyawaal’Adala (il partito Libertà e Giustizia), nato dal movimento della Fratellanza Musulmana. Schierando il 70% dei candidati in lista,  questo domina l’alleanza.  Tra i partiti liberali si annoverano al-Karama (la Dignità) e Al-Ghad (il Domani) – si tratta del il partito di Ayman Nour, il politico finito in carcere per aver sfidato il presidente Mubarak alle presidenziali del 2005. In un primo momento anche lo storico partito nazionalista del Wafd (Delegazione) rientrava in questa alleanza, ma ha deciso di presentarsi in solitaria: l’attuale legge elettorale prevede che le coalizioni si presentino con il simbolo di una sola bandiera , e il Wafd non sembrava pronto ad accettare  di essere rappresentato dal simbolo di Libertà e Giustizia.

A completare la coalizione di Alleanza Democratica sono il partito nasseriano, il partito del lavoro e un’ala del movimento socialista. Per rispettare la decisione della Suprema Commissione Elettorale che ha proibisce di utilizzare slogan con richiami religiosi, l’Alleanza Democratica ha dovuto rinunciare allo storico slogan della Fratellanza, “l’Islam come soluzione”, sostituendolo con il più vago “Sosteniamo Dio per tutto l’Egitto.”

Pur rappresentando essenzialmente la visione della Fratellanza Musulmana, questa coalizione non è del tutto omogenea: proprio la supremazia di Libertà e Giustizia ha fatto riemergere antiche rivalità tra diverse componenti islamiste, spingendo altri partiti di ispirazione religiosa a uscire  dal blocco per crearne uno nuovo – Al-Tahaluf al-Islam (l’Alleanza Islamista). Guidata dall’hizb al-Nour (il partito della Luce), la coalizione comprende Bina ‘a waTanmia (il partito della Costruzione e dello Sviluppo) che costituisce il braccio politico di Al-Jamaa al-Islamiya, un gruppo islamico considerato dalla Casa Bianca un movimento terrorista. In aggiunta, in questo blocco si colloca anche alAsala (l’Autenticità), il partito che si fonda sulla rigida interpretazione dell’Islam di Sayyid Qutb.  Sebbene storicamente i movimenti salafiti non abbiano partecipato attivamente alla vita politica del paese, l’obiettivo di questa coalizione è ora quello di candidare uomini in ogni provincia per massimizzare la loro presenza nel prossimo parlamento. La piattaforma è incentrata sull’introduzione e sulla piena applicazione della legge islamica.  

Obiettivi profondamente diversi sono quelli che si pone invece al-Ketla al-Masriya (il Blocco Egiziano), l’alleanza liberale che si batte per la creazione di uno “stato civile” – nella terminologia adottata dai protagonisti – che, pur abbracciando l’Islam, non faccia della religione un’arma politica. Annoverando tra i suoi membri anche l’ex segretario generale dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica, Mohammed elBaradei, il 50% di questo blocco è composto da al-Masriyn al-Harrar (il partito degli Egiziani Liberi), guidato dal magnate copto Naguid Sawiris. A questo si sommano  AlMasry al-Dimucrati al-igtima’i (il partito social democratico egiziano)  e Tagammu (il Raggruppamento Nazionale dell’Unionista Progressista). A differenza del loro maggiore rivale, l’Alleanza Democratica, il Blocco Egiziano è ideologicamente più omogeneo.

A completare il quadro delle coalizioni è Istiqmal al-Thawra (l’Alleanza per il Completamento della Rivoluzione). Nato per iniziativa di molti ex-aderenti al Blocco Egiziano, questa coalizione è composta soprattutto da  giovani candidati liberali, socialisti e islamisti moderati. Circa 100 dei suoi 268 membri hanno meno di quarant’anni: tra questi Islam Lofti, un giovane che la scorsa estate è uscito dal movimento della Fratellanza Musulmana criticandone la struttura verticistica – e da questa scissione è nato Al-Tayara al Masry (l’Egitto Attuale).

Al di fuori delle coalizioni, oltre al Wafd, troviamo al Wasat (il centro), un movimento nato alla fine degli anni ‘90 da un’altra frattura interna alla Fratellanza Musulmana. Divenuto il primo partito nato nell’Egitto post Mubarak, questo movimento guidato da Abu El al-Ila Mady ha un’agenda simile a quella dell’ Akp turco.

Si registra anche la presenza di alcuni vecchi membri del regime nelle liste elettorali: al partito Itihad (Unione), per esempio, è affiliato Hossam Badrawy, ex segretario generale dell’ormai dissolto Partito Nazionale Democratico del presidente Mubarak. E’ anche per questo che alcuni movimenti, come i “socialisti rivoluzionari”, hanno deciso di boicottare le elezioni. “Queste votazioni si tengono quando i militari sono ancora al potere e il regime ancora in piedi. Siamo davanti a un circo elettorale al quale non dobbiamo dare legittimità” ha detto Hossam El-Hamalawy, storico attivista del movimento.

Quanti credono che le imminenti elezioni abbiano invece un grande significato hanno organizzato campagne di informazione per smascherare i candidati corrotti appartenenti al partito dell’ex raìs. Il primo a mobilitarsi è stato il Movimento del 6 Aprile, gruppo protagonista della primavera egiziana, che sta rendendo pubblici su scala nazionale i nomi e l’affiliazione di questi candidati. Presso alcune moschee gli sheikh hanno anche proclamato fatwa ammonendo i fedeli a non votare per uomini appartenenti all’entourage del vecchio regime.

Nonostante un clima obiettivamente non facile, il numero dei candidati e la campagna elettorale in corso stanno dimostrando quantomeno che, dopo decenni di assenza dall’arena politica, diversi settori della società egiziana hanno interesse a partecipare attivamente al processo di transizione.