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Israele e il triangolo delle minacce: Iran-Libano-Siria

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La visita del Presidente iraniano Ahmadinejad in Libano lo scorso 14 e 15 ottobre ha assolto a due funzioni essenziali. La prima è un monito rivolto a tutte quelle forze interne al Libano, rappresentate soprattutto dal partito al-Mustaqbaal di Saad Hariri, che si oppongono ad una penetrazione iraniana nella regione preferendole relazioni privilegiate con gli Stati Uniti.

La seconda funzione è stata di lanciare un messaggio sia all’interno, dopo il calo di popolarità del regime iraniano a seguito delle manifestazioni popolari dell’Onda Verde, sia all’esterno a fronte dello stallo sul dossier nucleare. Anche alla luce dell’instabilità che continua a imperversare nel vicino Iraq, Teheran sa di poter rilanciare le proprie ambizioni regionali ad ampio raggio senza sostanziali controparti nel mondo arabo.  

In effetti, il Libano ha dato prova di una stabilità maggiore di quanto non ci si attendesse: per quanto le critiche al “bagno di folla” per Ahmadinejad abbiano trovato eco soprattutto sulle colonne di quotidiani “liberali” francofoni, come l’Orient le Jour, nel Paese non si sono riscontrati episodi di violenza. L’Iran ha accettato formalmente di rendere omaggio agli attuali assetti istituzionali del Paese, e ha soprattutto evitato di incoraggiare episodi di radicalizzazione e azioni dimostrative come l’annunciato “lancio di pietre” sul confine israeliano.

Certo, però, non è stata casuale la quasi concomitanza con la pronuncia del verdetto del tribunale internazionale che indaga sulla morte di Rafiq Hariri: ciò non lascia dubbi sul fatto che l’obiettivo di fondo dell’Iran sia tuttora di rafforzare la cooperazione con Hezbollah.

Il leader del “Partito di Dio”, Nasrallah, aveva già annunciato ufficialmente che non si sarebbe conformato all’eventuale verdetto del Tribunale Speciale (che ancora si fa attendere), sconfessando dunque la richiesta originariamente avanzata dal governo libanese di cui pure formalmente fa parte. È anche vero che Michel Aoun e l’area “cristiana” della coalizione dell’8 Marzo ha garantito il proprio appoggio a Hezbollah nella stessa campagna di delegittimazione della giustizia internazionale, sostenendo che se davvero si volesse indagare e processare tutti i responsabili della guerra civile che ha insanguinato il Paese per quindici anni, lo stesso Rafiq Hariri avrebbe dovuto trovarsi sul banco degli imputati.

Di fronte a questa dura reazione alle pressioni internazionali, la coalizione governativa sembra aver perso parte della propria carica propulsiva. Il presidente Suleiman si è subito affannato a ricordare che gli USA hanno recentemente ribadito la loro determinazione di continuare a sovvenzionare l’esercito libanese e soprattutto che le forze UNIFIL schierate lungo la “linea blu” agiscono in coordinamento con Hezbollah (e con il suo beneplacito) – dunque svolgendo di fatto una funzione di stabilizzazione dell’area. Tali dichiarazioni servono principalmente a stemperare l’impatto complessivo del riallineamento in corso in Libano sulle opinioni pubbliche occidentali e non provocare l’arresto degli investimenti nel Paese.

In questo quadro interno e regionale, è comprensibile che a sentirsi più minacciate siano proprio quelle forze politiche libanesi che non hanno mai creduto alla riconversione nazionale di Hezbollah e alla sua partecipazione al gioco elettorale. Intanto, l’infiltrazione del “Partito di Dio” nelle istituzioni e nell’esercito sembra spingere gli interessi del Paese a sovrapporsi proprio a quelli di Hezbollah, attirando il Libano nell’orbita iraniana.

Su un piano più complessivo, appare evidente il tentativo di Teheran di approfittare di varie circostanze favorevoli: il prezzo che Washington tuttora deve pagare per l’incerta situazione in Iraq, gli urgenti problemi interni a cui l’amministrazione Obama deve dedicarsi (a maggior ragione dal subito dopo le elezioni di midterm), lo stallo dei negoziati di pace israelo-palestinesi e la mancanza di un fronte arabo “moderato” compatto capace di rappresentare un argine alle ambizioni iraniane (ancor più con l’Egitto bloccato dalle sue preoccupazioni elettorali).

Della situazione sembra volersi avvantaggiare anche la Siria di Assad, che ha recentemente alzato i toni contro gli Stati Uniti, sottolineando gli esiti negativi conseguiti dagli interventi americani in scenari tanto diversi come Somalia, Afghanistan e in passato anche Libano – quasi un monito a non rischiare un ritorno alla guerra civile in quel Paese spingendo troppo sul verdetto del Tribunale Speciale.

Le strategie iraniane e siriane tendono qui a saldarsi attorno a Israele. Sembrano confermarlo le notizie degli ultimi giorni sui carichi di armi mascherati da aiuti edilizi destinati a Gaza e rinvenuti a Lagos dal governo nigeriano, come anche le tre basi logistiche “offerte” ad Hezbollah dalla Siria contenenti almeno 40.000 missili e 1.000 combattenti, rivelate in un dossier di Le Figaro. L’impianto strategico siro-iraniano includerebbe così un “secondo fronte” nella Striscia di Gaza. È noto, intanto, che alcuni nuovi missili di produzione iraniana a lunga gittata (i famosi M-6002, con una portata di 250 km) sono tali da erodere in profondità la capacità di deterrenza d’Israele.

In questo clima di forte incertezza, complicato ulteriormente dalla difficoltà insormontabile a formare una coalizione governativa in Iraq, l’Arabia Saudita si sta intanto lentamente riposizionando sullo scacchiere regionale, ammorbidendo le proprie posizioni anti-iraniane in funzione di un accordo che ne salvaguardi almeno alcuni interessi vitali. Meno sicuri delle garanzie americane, i sauditi potrebbe essere disposti a sacrificare la carta del tribunale del Libano per ottenere l’assenso iraniano alla candidatura di Allawi in Iraq – o forse per una semplice garanzia iraniana di non fomentare la guerriglia sciita in Iraq e convergere sull’elezione di al-Maliki.

Di fronte a questo nuovo scenario, possono naturalmente cambiare anche le opzioni per Israele. Il governo Netanyahu, decidendo di non rischiare lo sfaldamento della propria coalizione con una nuova moratoria sugli insediamenti, ha indirettamente indebolito il leverage negoziale di Washington in tutto il Medio Oriente. Sempre più scettico sulla volontà occidentale di imporre la fine del programma nucleare iraniano, Israele sta provando ancora una volta a guadagnare tempo in attesa che un Congresso americano a maggioranza repubblicana si mostri più comprensivo nei confronti delle sue esigenze di sicurezza.

Il think tank più vicino al Primo Ministro, il Jerusalem Center for Public Affairs, ha recentemente chiarito quali preoccupazioni strategiche si leghino all’incapacità israeliana di abbandonare la West Bank: un rapporto ha reso noto che se Israele dovesse ritirarsi sulle linee di armistizio del ’49 (che per la verità non sono nemmeno in discussione, dal momento che i confini attuali dell’ANP si richiamano ai confini de facto del ’67) “l’area ad est del confine israelo-palestinese non sarebbe soltanto la “patria” dell’ANP ma anche di Hezbollah e della Siria”. Si conferma insomma come il quadro regionale sia inscindibile dalla questione palestinese.

È ben noto che la mancata risoluzione del conflitto israelo-palestinese, a sua volta, contribuisce quantomeno ad alimentare l’instabilità regionale, creando le condizioni per l’asse tra Iran e Siria e il suo naturale collegamento con il Libano e Gaza. Come è accaduto spesso in passato, siamo probabilmente in una fase in cui una nuova esplosione di violenza può verificarsi per qualsiasi episodio contingente, come la potatura di un albero: sono troppi gli attori regionali già pronti a questo, in attesa di un pretesto.