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Iran e P5+1: le condizioni tecniche di un possibile accordo

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I rappresentanti dell’Iran e dei paesi del P5+1 (i membri permanenti del Consiglio di Sicurezza dell’ONU più la Germania) hanno ripreso i colloqui sulla questione nucleare. Nell’incontro preliminare avvenuto a Ginevra il 6 e il 7 dicembre 2010, le parti hanno sostanzialmente raggiunto un accordo per continuare il dialogo a Istanbul, entro i primi due mesi del 2011. Nonostante il negoziato sia rimasto bloccato per più di un anno dal fallimento dell’accordo sullo scambio di combustibile per il reattore di ricerca di Teheran (Teheran Research Reactor – TRR), questa intesa è l’unica ad essere stata concepita su una potenziale convergenza d’interessi tra l’Iran ed i negoziatori internazionali. L’accordo sul TRR potrebbe quindi giocare un ruolo rilevante anche nel prossimo incontro in Turchia – paese che, nel maggio del 2010, ha intrapreso un’importante azione diplomatica proprio a sostegno di questa intesa. In tale quadro, i rappresentanti del P5+1 potrebbero tornare a elaborare nuove modalità per rapportare questa proposta ai cambiamenti quantitativi e qualitativi avvenuti nelle attività di arricchimento iraniane dall’ottobre del 2009 ad oggi. Questo processo, tuttavia, deve essere attentamente calibrato poiché ogni potenziale scostamento dagli elementi essenziali delineati nell’accordo di principio raggiunto il 1 ottobre 2009, grazie al dialogo diretto tra rappresentanti statunitensi e iraniani, avrebbe importanti implicazioni.

L’accordo sul TRR si fonda sullo scambio tra un determinato quantitativo di uranio arricchito al 3,5% (1.200 kg) e il combustibile nucleare che da esso può essere prodotto per alimentare questo reattore per altri vent’anni (circa 120 kg). L’intesa prevede che l’uranio leggermente arricchito dall’Iran debba essere portato in un paese terzo per realizzare lo scambio, le cui tempistiche sono dettate dai vincoli tecnici legati al processo di arricchimento al 19,75% e successiva conversione dell’uranio hexafluoride (UF6) in barre di combustibile nucleare. Con questa formula, l’Iran garantirebbe l’operatività del TRR utilizzando una parte del proprio stock di uranio arricchito al 3,5%, che coincide all’incirca con la quantità necessaria a produrre l’uranio altamente arricchito per un ordigno atomico (soglia di breakout).

Data la presenza di parametri fissi nello scambio, è inevitabile che la mancata sospensione delle attività di arricchimento iraniane eroda l’incisività dell’accordo sul TRR nel ridurre, in termini relativi, le scorte di uranio arricchito al 3,5% detenute dal paese.

Infatti, al tempo della proposta avanzata all’Iran dal Gruppo di Vienna nell’ottobre del 2009 (un team negoziale più ristretto nel P5+1, formato da AIEA, Stati Uniti, Francia e Russia), i 1.200 kg indicati nello scambio rappresentavano il 70% delle scorte iraniane di uranio leggermente arricchito (pari a circa 1.700 kg), che sarebbero così ritornate al di sotto della soglia di breakout. Questo risultato non poteva essere garantito già nel maggio del 2010, quando Iran, Brasile e Turchia hanno presentato la Dichiarazione Congiunta sull’accordo del TRR, ed è ancora più lontano ora che Teheran dispone di circa 3.200 kg di uranio arricchito al 3,5%. Ragionando in termini quantitativi, sembrerebbe quindi necessario incrementare la quota di uranio arricchito oggetto dello scambio. Una prospettiva peraltro in sintonia con le dichiarazioni rilasciate nell’ottobre del 2010 da Robert Gibbs, portavoce della Casa Bianca, che riterrebbe preferibile imporre condizioni sempre più severe nell’accordo sul TRR, così da incentivare Teheran a non rimandare il raggiungimento dell’intesa.

Considerando, però, che questo accordo è basato sulla necessità di ricostruire le scorte di combustibile per il TRR, fornite all’Iran dall’Agenzia atomica argentina (Comisiòn nacional de energìa atòmica – CNEA) nel 1991, qualsiasi richiesta di scambiare una quota superiore a 1.200 kg di uranio leggermente arricchito deve trovare una giustificazione “esterna” ad esso.

Secondo quanto riportato dal New York Times nell’ottobre del 2010, l’amministrazione Obama avrebbe valutato l’ipotesi di convertire la quota in eccesso in combustibile nucleare per il reattore da 1.000MW di Bushehr, ormai prossimo ad entrare in funzione. Questa soluzione, però, solleva alcune problematiche strettamente correlate.

Infatti, se l’accordo originario sul TRR permette in qualche modo di aggirare l’ostacolo insidioso del riconoscimento delle attività di arricchimento iraniane, “legalizzando” solo una parte del prodotto di queste attività tramite uno scambio per sua natura “eccezionale”, qualsiasi intesa sul combustibile per Bushehr (essendo potenzialmente riproponibile), potrà essere interpretata dall’Iran come una definitiva legittimazione a continuare ad arricchire.

Inoltre, considerando che l’attuale produzione di uranio arricchito al 3,5% dell’Iran è sedici volte inferiore al livello necessario ad alimentare annualmente il reattore di Bushehr, Teheran potrebbe sfruttare lo scambio sul combustibile per aumentare sensibilmente il numero di centrifughe operanti nell’impianto industriale di Natanz. In questo modo verrebbe innalzata la produzione mensile di uranio arricchito al 3,5% e il conseguente rischio connesso a potenziali diversioni militari del materiale fissile prodotto.

Mentre l’ulteriore incremento delle scorte di uranio arricchito al 3,5% è inevitabilmente correlato alla mancata sospensione delle attività di arricchimento iraniane, la scelta di Teheran di arricchire al 19,75%, a partire dal febbraio del 2010, dipende, in gran parte, dal mancato raggiungimento di un’intesa sull’accordo del TRR. Questo livello di arricchimento dimezza le tempistiche di produzione di uranio altamente arricchito, rendendo più difficile il rilevamento di un possibile breakout iraniano da parte degli ispettori dell’Agenzia atomica internazionale. L’aspetto “qualitativo” dell’arricchimento rappresenta quindi una problematica essenziale per i negoziatori internazionali, che potrebbero cercare di rilanciare l’accordo sul TRR proprio per interrompere le attività iraniane superiori al 3,5% e ristabilire ex post i principi sostanziali su cui le parti erano convenute nell’ottobre del 2009.

La mancanza di questo riferimento nella Dichiarazione Congiunta del maggio 2010 ha rappresentato l’elemento di maggiore criticità di questa proposta, che comunque rimane un documento fondamentale su cui ricominciare a negoziare. Infatti, la mediazione turco-brasiliana ha permesso di sbloccare il diniego iraniano a portare il proprio uranio leggermente arricchito fuori dai confini del paese per realizzare lo scambio, che aveva portato al fallimento dell’intesa elaborata dal Gruppo di Vienna il 19 ottobre 2009.

Qualora l’Iran acconsentisse alla sospensione immediata dell’arricchimento al 19,75%, includendo nello scambio anche i 33 kg di uranio già prodotti a questo livello, l’accordo sul TRR potrebbe ancora rappresentare un’occasione unica per ridurre le scorte di uranio leggermente arricchito di questo paese, e per costruire un livello minimo di fiducia reciproca tra l’Iran ed i negoziatori del P5+1. Questo livello di fiducia è a sua volta essenziale per intavolare qualsiasi altra proposta sul programma nucleare iraniano. In una dichiarazione dell’ottobre 2010, l’ormai ex ministro degli Esteri Mottaki ha ribadito la volontà dell’Iran di affrontare, con i negoziatori internazionali, la proposta dello scambio del combustibile per il TRR e la “questione nucleare”, su due livelli negoziali distinti ed indipendenti. Questo approccio potrebbe permettere di alleggerire l’accordo sul TRR da qualsiasi altra implicazione, come quella di associare lo scambio di combustibile nucleare alla definitiva legittimazione delle attività di arricchimento iraniane o di trovare una soluzione a lungo termine per la loro mancata sospensione.

Le condizioni nel negoziato sono già più onerose per l’Iran rispetto al 2009. La risoluzione 1929 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite e le successive sanzioni imposte da Stati Uniti, Unione Europea, Canada, Australia, Giappone e Corea del Sud, hanno avuto un impatto rilevante sull’economia iraniana e sullo sviluppo del programma nucleare di questo paese, rappresentando una chiara prova di forza nei confronti di Teheran.

In questo quadro, alzare ulteriormente la posta in gioco nell’accordo sul TRR, senza avere prima individuato una valida alternativa ad esso che possa essere condivisa dall’Iran, potrebbe portare al definitivo fallimento di questa intesa. Con ciò si renderebbe ancor più difficile immaginare una soluzione diplomatica di questa complessa questione internazionale.