international analysis and commentary

Intelligence e metodo scientifico nel crepuscolo della probabilità

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Il tema dell’intelligence – cioè l’analisi (spesso riservata) delle conoscenze disponibili al servizio delle scelte del decisore (politico-statuale o economico che sia) – non viene spesso legato al metodo scientifico. Eppure il legame è stretto e diretto.

In un recente lavoro davvero originale (Intelligence e metodo scientifico, Rubbettino, Roma, 2014) la questione è stata affrontata da Dario Antiseri, notissimo filosofo italiano, e da Adriano Soi, già responsabile della comunicazione istituzionale del “Dipartimento informazioni per la sicurezza”. L’argomento è proprio lo studio dell’intelligence dal punto di vista del metodo scientifico e delle forme di ragionamento. Potrebbe sembrare un esercizio di elegante retorica, se non fosse che in realtà la tematica è già stata oggetto di diversi lavori, soprattutto negli Stati Uniti.

Il volume si apre con l’esposizione dei principi fondamentali del metodo scientifico secondo l’ottica soprattutto (ma non esclusivamente) popperiana. È una logica riassumibile nella sequenza problemi-teorie-critiche, ovvero del trial-and-error. Gli autori, ribadendo la tesi esposta da Antiseri in suoi lavori tradotti in tutto il mondo, sottolineano come il metodo scientifico sia unico, e si applichi tanto alla ricerca nel mondo della natura quanto all’interpretazione del mondo umano (ermeneutica). La loro conclusione è che “quale è mai il compito dell’operatore dell’intelligence se non quello di offrire conoscenze al decisore politico? E per quale altra via, se non attraverso il metodo scientifico, tale operatore potrà produrre conoscenze da offrire al decisore politico? L’attendibilità di un informatore; la verità o meno di una informazione, cioè la realtà di un ‘fatto’; o anche la più o meno elevata probabilità di una informazione; l’esattezza di una traduzione; la decifrazione di un messaggio; la scoperta degli esecutori di un attentato; l’acquisizione e la valutazione di notizie rilevanti per la prevenzione di azioni sovversive e, comunque, liberticide; come anche l’acquisizione e il controllo delle informazioni a tutela degli interessi economici nazionali, del patrimonio tecnologico e di quelle innovazioni in grado di garantire la competitività del sistema industriale nazionale – queste, dunque, sono tipiche e caratterizzanti attività di intelligence, forme di analisi la cui realizzazione presuppone ed esige, in ogni fase del processo, una rigorosa applicazione del metodo scientifico”.

La detection è insomma una scienza applicata, una tecnologia e – come scrisse molti anni fa il logico Irving Copi – vi è una profonda analogia tra il modo di ragionare di uno scienziato e quello di Sherlock Holmes.

L’intelligence è una forma particolare di detection. Gli autori illustrano in modo molto chiaro i modi in cui il termine oggi si declina: “il vocabolo intelligence è usato con diverse accezioni: la prima è quella cui si è appena fatto riferimento, vale a dire l’attività di raccolta ed elaborazione delle notizie (e lo ‘spionaggio’, espressione ormai datata ma ancora ricca di fascino, è evidentemente solo una delle forme possibili di questa attività); la seconda è quella che fa riferimento al prodotto finale di questa attività, dunque intelligence come informazione, come notizia elaborata e fornita al ‘decisore’; la terza è quella ‘soggettiva’, con la quale si intendono le strutture e le persone che compiono le attività di ricerca ed elaborazione delle notizie: in questo caso intelligence sta per ‘servizi di informazione’ o ‘servizi di informazione per la sicurezza’, per usare il linguaggio del Legislatore della riforma del 2007, oppure ancora ‘servizi segreti’, espressione molto usata nel Diciannovesimo e nel Ventesimo secolo ma oggi sempre meno attuale. E non per un fatto di moda. Il diffondersi dei regimi democratici, da una parte, e la straordinaria quantità di informazioni ottenibili da quelle che dal linguaggio intelligence vengono definite ‘fonti aperte’ (media, web, comunicazione istituzionale ecc.) dall’altra, hanno spostato l’accento dell’espressione, rendendo i ‘Servizi’ un po’ meno segreti – ma naturalmente solo un poco – ed enfatizzando la loro vocazione alla produzione di informazione-conoscenza finalizzata alla decisione politica”.

L’operatore di intelligence è soprattutto un ermeneuta perché “quando entra in contatto con la notizia scritta, prima ancora di essere un analista, è un interprete e, in quanto tale, entra in rapporto con un testo che parla di cose, al quale si avvicina non come una tabula rasa, bensì con la sua pre-comprensione (Vorverständnis), cioè con i suoi pregiudizi (Vorurteile), le sue pre-supposizioni e le sue attese, come ci ha insegnato Gadamer. Il testo, da parte sua, non farà altro che mettere alla prova la legittimità, cioè l’origine e la validità, delle presupposizioni presenti nell’interprete”.

Uno dei meriti del libro è quello di favorire un dibattito pubblico su di un ambito della vita istituzionale che da sempre è relegato nel dominio dell’oscuro e del non dicibile. Qui si apre un capitolo diverso, che non è più epistemologico ma morale e politico. Emmanuel Kant si interessò già della questione dei servizi segreti. Li chiamava “macchine infernali”. C’erano infatti sistemi di informazione paralleli rispetto a quelli dichiarabili anche negli Stati assolutisti. Kant in base alla sua morale aveva grande difficoltà a giustificare l’esistenza di queste “macchine infernali”, che lui vedeva come qualcosa sottratto all’imperio delle leggi. Oggi ovviamente la sfida dell’intelligence è stare dentro l’imperio delle leggi, non fuori.

Un concetto fondamentale per meglio comprendere la logica sottostante al lavoro di intelligence è quello di probabilità. Lo è anche perché questa particolare attività è, come sopra ricordato, una tecnologia o meglio un’ingegneria – per molti versi come la medicina. Si pensi al fatto che la medicina non è una scienza teorica: un tempo si avevano conoscenze piuttosto superficiali di biologia, ma restava decisivo capire il rapporto causa-effetto di determinati eventi per poter intervenire sul paziente. La tecnologia funziona quando ci sono delle scienze ragionevolmente vere che la supportano, così come l’intelligence fornisce informazioni e opzioni accettabili quando c’è un metodo di indagine ragionevolmente corretto (cioè scientifico) che la supporta.

Noi viviamo in un mondo di grande complessità (ma non da adesso, lo diceva già John Locke quattro secoli fa). Viviamo oggi nel “crepuscolo della probabilità”, secondo una delle più belle frasi della storia della filosofia coniata proprio da Locke: non siamo nell’ombra, perché l’umanità conosce qualcosa (grazie anzitutto al metodo scientifico); non viviamo nella luce, perché non abbiamo la verità. Come è stato sottolineato molte volte da Ian Hacking e da altri studiosi, il concetto di probabilità è il solo concetto che i greci non conoscevano rispetto a noi. La probabilità nasce con il mondo moderno, quando ci si chiede se a che grado le fonti siano affidabili. Dare misure di probabilità significa abbandonare il campo dell’incertezza – in cui una cosa può accadere o non accadere, senza altri parametri di riferimento.

Il settore dell’intelligence non ha, per definizione, certezze assolute, e si basa sulla capacità di valutare le probabilità e ordinarle secondo schemi logici razionali. L’incertezza non sarà comunque trasformata in certezza (di certo ci sono soltanto la morte e le tasse, come diceva Benjamin Franklin), ma un ragionamento corretto ci metterà in una condizione migliore di quella che potremmo mai raggiungere con la sola intuizione.