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Immigrazione: trend e differenze transatlantiche

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Mentre l’onda lunga della crisi economica e occupazionale continua a dispiegare i suoi effetti su entrambi lati dell’Atlantico il tema dell’immigrazione è tornato al centro dell’attenzione internazionale. Con una prevalenza di accenti preoccupati, come testimonia il dibattito sulla cosiddetta “sconfitta del multiculturalismo” seguito alle recenti affermazioni di David Cameron e Angela Merkel.

La ricerca del Pew Hispanic Center sull’immigrazione irregolare negli Stati Uniti nel 2010 e l’indagine Transatlantic Trends–Immigration (TTI) 2010 sull’atteggiamento dell’opinione pubblica di Stati Uniti, Canada e di alcuni dei principali paesi europei (giunta alla terza edizione) offrono elementi su cui fondare una discussione spesso viziata da emotività, strumentalizzazioni e disinformazione. Come dimostra il dato del TTI sulla percezione degli intervistati a proposito del numero di immigrati residenti nei rispettivi paesi, che continua a essere lontano dalla realtà. Qui spicca il dato dell’Italia, dove gli immigrati costituiscono il 7% del totale della popolazione, ma secondo gli intervistati sarebbero il 25%, colpisce anche quello degli Stati Uniti, dove il gap tra la percentuale stimata e quella reale (39% contro 14%) ha registrato una sensibile crescita rispetto al dato del 2009 (35%).

Oltre Atlantico il dibattito pubblico sulle politiche di limitazione e regolarizzazione dell’immigrazione irregolare si è fatto è molto acceso, ed è per questo i dati della ricerca Pew erano molto attesi. Emerge in primo luogo che si è arrestato il declino nel numero di irregolari che si era aperto con la fase più acuta della recessione: tra il 2007 e il 2009 si era passati da 12 milioni a 11.1, e la stima per il 2010 è di 11.2. In sostanza, si stabilizza il dato di una diminuzione della presenza di irregolari. È probabile che il calo fosse da attribuire al forte rallentamento dell’economia, che aveva rallentato i flussi in entrata soprattutto dal Messico, da cui proviene più della metà del totale degli irregolari; anche in passato era emersa una correlazione tra le due tendenze. Tuttavia hanno influito anche le espulsioni – rese possibili dal rafforzamento dei controlli lungo la frontiera e sui luoghi di lavoro, soprattutto negli stati del Sud Ovest – che sono raddoppiate nell’ultimo decennio, fino ad arrivare a quota 400.000 nel 2009.

In secondo luogo è significativa la concentrazione degli immigrati “unauthorized” sia dal punto di vista demografico sia da quello territoriale. Mentre gli irregolari rappresentano circa il 4% della popolazione totale, la percentuale sale all’8% tra i nuovi nati che abbiano almeno un genitore irregolare, prendendo a riferimento il periodo che va dal marzo 2009 al marzo 2010. Va ricordato che in molti stati dell’Unione sono in corso campagne contro il 14° emendamento della Costituzione che conferisce la cittadinanza a chi nasce in territorio statunitense, e un sondaggio Pew Research Center dell’ottobre 2010 ha rilevato che l’elettorato è spaccato a metà (46% contro 46%) sulla proposta di mettere fine alla cittadinanza automatica. Geograficamente, più di tre quarti dell’immigrazione illegale è concentrata in dodici stati, e tra questi California e Texas primeggiano sia in termini assoluti, sia in termini relativi.

Se la relazione tra questi dati e la crisi economica andrà verificata attentamente, a maggior ragione il rapporto tra immigrazione, percezioni dell’opinione pubblica e possibili comportamenti politici è un nodo problematico assai intricato. Indicazioni preziose provengono dalla terza edizione dell’indagine TTI, da cui emerge anche in questo caso un quadro di stabilità: rispetto all’anno precedente, nel 2010 le percezione dell’immigrazione come “problema” piuttosto che come “opportunità” è rimasta pressoché invariata nei principali paesi occidentali. Ma con significative variazioni su base nazionale tra le risposte dei canadesi (solo un quarto parla di immigrazione come “problema”), e quelle dei britannici, tra i quali la percentuale supera ampiamente il 60%. Nel dettaglio, la scomposizione dell’atteggiamento delle opinioni pubbliche in merito alla possibilità dell’integrazione, alle politiche messe in atto dagli stati nazionali, all’impatto sul mercato del lavoro, sui sistemi di welfare e sui comportamenti elettorali consegna un quadro che sfugge a facili semplificazioni. Sembra tuttavia evidente come non esista il transatlantic divide vagheggiato da un certo anti-europeismo che imputa alle istituzioni del vecchio continente di non saper gestire l’immigrazione – o addirittura di incoraggiarla in modo irresponsabile – a scapito di fasce popolari sempre più frustrate e tentate da soluzioni xenofobe, a fronte di un modello americano al contempo inclusivo e rigoroso.

Per esempio, non vi sono variazioni significative nei dati riguardanti rispettivamente i principali paesi europei e gli Stati Uniti per quanto riguarda l’incidenza di coloro che ritengono che ci siano “troppi immigrati” nei loro paesi, con gli Stati Uniti che occupano una posizione intermedia (37%) tra gli estremi del Canada (17%) e della Gran Bretagna (59%) e assai vicina ai dati della Francia (33%) e della Spagna (41%). Anche per quanto riguarda l’approvazione degli intervistati verso l’operato dei rispettivi governi in tema di immigrazione e integrazione, il dato relativo agli Stati Uniti (39%) risulta vicino a quello relativo a Francia (35%), Germania (31%) e Spagna (29%) e non troppo dissimile da quello della Gran Bretagna (48%) e dell’Italia (25%). E analoghe considerazioni possono essere fatte a proposito delle opinioni sul rapporto tra immigrazione e criminalità.

Si delinea invece una specificità americana in merito alla percezione dell’impatto dell’immigrazione sul mercato del lavoro. Negli Stati Uniti il 56% lo valuta negativamente, a fronte del 35% dell’Europa continentale e del 58% della Gran Bretagna. E il dato americano sale al 65% – rispetto al 39% della media europea – tra gli intervistati che hanno visto la loro situazione economica peggiorare nell’ultimo anno.

A quanto pare, almeno in tema di immigrazione, le società europee e quella statunitense sembrano avvicinarsi molto più quanto accadesse alcuni decenni fa, e a una velocità che la crisi globale ha fortemente accentuato.