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Il tour nordafricano di Hillary Clinton: il rilancio della diplomazia USA

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Il viaggio che Hillary Clinton ha compiuto in Nordafrica a fine febbraio si è rivelato ricchissimo d’implicazioni, tanto concrete quanto simboliche. Quella del Segretario di Stato americano si potrebbe definire una missione diplomatica asimmetrica, dal momento è volato prima a Londra per parlare di Somalia, poi a Tunisi per occuparsi di Siria, da lì in Algeria per affrontare il quadro interno ma anche il problema del Sahel, e ha concluso la sua trasferta in Marocco.

La diplomazia americana sembra attraversare una fase di grande slancio, guidata da una Clinton capace di gestire con carisma conferenze stampa fuori casa, dove non le vengono risparmiate domande insidiose e dove l’attualità, con le notizie in arrivo da Homs o da Kabul, impone accelerazioni impreviste. Ne emerge una visione globale, declinata con senso pratico, che tenta di coniugare breve e lungo periodo in un unico approccio.

L’agenda tunisina è lì a dimostrarlo: accanto all’urgente dossier siriano, ad esempio, è stato affrontato il tema delle gioventù a livello mondiale, cioè un bacino di circa tre miliardi d’individui sotto la soglia dei trent’anni, attualmente concentrati nei paesi in via di sviluppo, le cui aspirazioni saranno il fondamento delle democrazie future.

La scelta stessa di enfatizzare questo tema riflette la piena consapevolezza acquisita dal Dipartimento di Stato, a consuntivo delle primavere arabe, che l’opinione pubblica nell’era dei social network è un fattore decisivo in aree di crisi. Ecco perché oggi Washington ignora le sollecitazioni interventiste del fronte siriano e somalo, mettendo invece in campo una decisa propaganda verso l’integrazione socio-economica e verso il pluralismo partitico.

Anche nella recente guerra libica, risolta l’emergenza rappresentata dall’assedio di Bengasi, gli USA preferirono lasciare altri alleati sotto i riflettori dell’opzione militare. Oggi invece, mutatis mutandis, la situazione di Homs non riesce a ricalcare quella di Bengasi e Washington punta soltanto sulla diplomazia e sull’isolamento di Damasco – anche perché il cosiddetto Esercito Siriano Libero, stanziato in Turchia, appare al momento velleitario.

È il caso della Tunisia dove la Clinton ha accettato senza remore l’esito delle recenti elezioni che hanno premiato forze islamiche, lanciando una sfida tutta politica. Spetta alla Tunisia, ha detto il Segretario di Stato, essere il laboratorio e la prova tangibile che forze islamiche democraticamente elette sono capaci di raccogliere la sfida della modernizzazione attraverso la democrazia rappresentativa e pluripartitica. Si dimostrino queste forze realtà costruttive, impermeabili al fondamentalismo e a derive di stampo terroristico. Se questa è la posta in gioco, ha detto a chiare lettere Hillary Clinton, gli Stati Uniti sono pronti a sostenere la scommessa, senza lesinare supporto logistico e partnership commerciali.

A Londra, la conferenza sulla Somalia, organizzata meritoriamente dal governo inglese, ha permesso di fare il punto sul rebus del Paese che ormai da vent’anni non c’è, e che dai lontani giorni dell’operazione Restore Hope è un nodo irrisolto per l’ex first lady. La conferenza cade esattamente a metà della road map prevista per l’esecutivo di transizione (TFG) e su questo punto il Segretario di Stato è sembrato categorico: non ci sarà alcuna deroga ai tempi indicati per la fine del governo provvisorio, fissata al prossimo 20 agosto. Con altrettanta fermezza si è negata l’opzione della forza aerea contro al-Shabaab, il gruppo islamista somalo che da poche settimane è entrato a far parte della rete di al-Qaida. Washington predilige ancora, nella regione, l’uso della leva o della ritorsione economica: quindi, da una parte è stato promesso ulteriore sostegno finanziario all’AMISOM (African Union Mission in Somalia), in uno scenario che ha visto l’amministrazione Obama stanziare per il Corno d’Africa nel 2011 quasi un miliardo di dollari; dall’altra è stato confermato l’embargo voluto dal Consiglio di Sicurezza verso il carbone somalo. Da non trascurare infine l’auspicio di Hillary Clinton per un Paese che, alla fine dell’imminente cantiere costituzionale, rimanga unificato – dichiarazione che sembra mettere per il momento un freno al progetto di un nuovo stato cuscinetto tra Kenya e Somalia ricavato dal territorio somalo.

A Tunisi, l’incontro chiave per il capo della diplomazia americana è stato quello con il gruppo ad hoc che si è denominato “Amici della Siria”. Secondo la maggioranza degli osservatori la conferenza di Tunisi, che raggruppava oltre 60 nazioni, non ha dato i risultati sperati, anche per la mancata unità delle opposizioni siriane. La nomina di Kofi Annan, invece, giunta alla vigilia dei lavori in qualità di mediatore con un amplissimo mandato (dall’Onu e dalla Lega Araba) è ben vista da Hillary Clinton, che è stata esplicita nel dichiarare più volte come il dossier siriano sia per gli Stati Uniti ormai prioritario rispetto a qualsiasi altra crisi.

Intanto, però, la presenza del Segretario di Stato a Tunisi (la seconda in meno di un anno) ha fatto registrare anche questa volta vibrate contestazioni: si rimprovera in generale agli Stati Uniti di aver sempre sostenuto il regime di Ben Ali, salvo poi dimostrarsi eccessivamente entusiasti del nuovo scenario politico. Di certo, a poco più di un anno dalla rivoluzione, diversi notabili di Washington sono atterrati a Tunisi: oltre alla Clinton, Jeffrey Feltman e William Burns, due top official del Dipartimento di Stato, e due senatori del calibro di John McCain e Joe Lieberman.

In Algeria, la prossima scadenza elettorale del 10 maggio è l’appuntamento scelto dalla Clinton per enfatizzare l’importanza di elezioni libere e trasparenti, e rinfrancare l’unità di vedute e d’azione verso la lotta al terrorismo nella complessa regione del Sahel.

Quello che gli Stati Uniti vorrebbero dall’Algeria, in termini di riforme interne e controterrorismo, lo hanno con soddisfazione trovato in Marocco. Cauto nel giudicare le contese tra le due nazioni, il cui confine è chiuso dal 1994, il Segretario di Stato ha incoraggiato il dialogo tra Algeri e Rabat. In effetti qualcosa nelle ultime settimane si è mosso: il ministro degli esteri marocchino, per la prima volta dal 2003, si è recato ad Algeri su invito del suo omologo. La necessità di fare fronte comune contro l’infiltrazione qaidista nel Sahel sta convincendo i vecchi nemici ad allearsi strategicamente, lasciando campo aperto alla diplomazia ONU per la soluzione del problema del fronte Polisario e del Sahara occidentale.

A Rabat, nell’ultima tappa del suo tour, Hillary Clinton ha speso parole di grande soddisfazione per il nuovo corso politico inaugurato da Re Mohammed VI che ha fatto registrare, specie sul versante dei diritti di genere, grandi progressi. Oggi la rappresentanza femminile negli uffici pubblici in Marocco ha quasi raggiunto standard occidentali, vanto di un nuovo ordinamento costituzionale molto avanzato, che gli USA vedono come possibile modello per dare ordine alle aspirazioni ancora aggrovigliate delle primavere arabe. Così anche i risultati incoraggianti raccolti dal diplomatico americano Christopher Ross, inviato speciale di Ban Ki-moon per il Sahara Occidentale, corroborano il giudizio positivo di Washington verso questa monarchia (che fu il primo governo a riconoscere ufficialmente, nel lontano 1777, la giovane repubblica americana). Il Marocco come paradigma di stabilità e riformismo graduale dunque, per salvare il Maghreb dalla minaccia di al-Qaida e della sua rete? Dalla prospettiva di Washington, è possibile.