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Il ruolo della Turchia nei Balcani

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Negli ultimi anni la Turchia ha “riscoperto” i Balcani, dedicandovi crescenti energie e risorse: la sua influenza economica e culturale è andata aumentando, e ciò anche grazie ai legami storici e religiosi che la legano alla Bosnia, all’Albania e al Kosovo. La penetrazione turca nei paesi, come questi ultimi, abitati da popolazioni musulmane si basa su presupposti culturali, ma è accompagnata da una parallela crescita degli investimenti che si estende anche gli altri stati della regione.

Una tale scelta è parte integrante della nuova politica estera turca, multi-dimensionale e multiregionale, che guarda a Est (Medio Oriente), a Sud (Nord Africa) e a Ovest (Europa e Balcani). Il premier turco Recep Tayyip Erdoğan vuole politicamente coniugare le diverse anime del paese: quella musulmana, quella turca e quella europea. Principale artefice del nuovo corso della politica estera è il ministro degli Esteri Ahmet Davutoğlu, in carica dalla primavera del 2009. Teorizzatore della cosiddetta Policy of Zero Problems with our Neighbors, Davutoğlu ha lanciato una fitta serie di iniziative nei Balcani che hanno trasformato Ankara in uno dei principali player dell’area. Sebbene questo approccio ambizioso abbia recentemente incontrato seri ostacoli – si pensi alla Siria o all’Iran – esso rimane un punto di riferimento che proprio nei Balcani sembra aver dato buoni frutti.

Lo strumento usato dalla Turchia per penetrare verso Ovest è stato essenzialmente quello del soft power. Nella sola città di Sarajevo i fondi turchi sono serviti a fondare ben due atenei, la International University of Sarajevo (creata da imprenditori vicini all’AKP, il partito di Erdoğan) e la International Burch University (finanziata dall’influentissimo movimento filoislamico di Fethullah Gülen). Altri atenei sono poi stati aperti in Albania, Montenegro e Macedonia, mentre edifici di epoca ottomana venivano restaurati un po’ dovunque e venivano lanciati numerosi progetti culturali comuni.

Ma l’obiettivo del soft power turco non è solo l’élite: attraverso la trasmissione di programmi televisivi nazionali, in particolare soap opera dirette al grande pubblico, Ankara vuole diffondere, in aree spesso caratterizzate dalle deboli strutture politico-culturali proprie, un modello culturale e sociale che faccia emergere la Turchia come punto di riferimento per le popolazioni degli stati balcanici.

Per spiegare tanto interesse, anche da parte delle imprese, certamente sono da considerare il processo di privatizzazioni in atto nell’area, gli accordi di libero scambio sottoscritti con vari Stati balcanici e l’alto livello della mano d’opera locale. Gli investimenti diretti sono arrivati, dai 30 milioni di dollari del 2002, ai 189 milioni del 2011, soprattutto nei settori delle telecomunicazioni, bancario, delle costruzioni e minerario. Anche il volume di affari tra la Turchia e i paesi dei Balcani è molto cresciuto negli ultimi anni, raggiugendo i 18,5 miliardi di dollari nel 2011 e oltre mille sono le società turche che investono nella regione. Pur non essendo il principale partner commerciale, la Turchia è oggi il paese che aumenta maggiormente i propri investimenti nell’area.

Nei Balcani occidentali, la Bosnia-Erzegovina è uno dei paesi più legati ad Ankara, grazie alla presenza di un’importante comunità musulmana. Il primo accordo di libero scambio tra i due stati risale al 2002, mentre già nel 1997 veniva fondata la Turkish Ziraat Bank Bosnia, la prima banca estera nel paese. La presenza turca è importante anche nel settore aereo, visto che la Turkish Airlines detiene il 49% delle linee area bosniache. Il volume degli interscambi commerciali nel 2011 era pari a 360 milioni di dollari, con un surplus per la Turchia, quarto investitore nel paese, di circa 180 milioni di dollari.

L’accordo di libero scambio con l’Albania risale al 2006 ed ha determinato una crescita importante del volume degli interscambi. Le esportazioni turche nel paese hanno raggiunto i 271 milioni di dollari nel 2011, mentre le importazioni sono pari a circa 126 milioni. Ankara è il terzo investitore in Albania, dopo Italia e Grecia, e le sue ottanta società attive nel paese sono molto presenti nel settore delle telecomunicazioni. Con oltre 6 milioni di tonnellate di cromo e di rame l’Albania riveste, inoltre, una grande importanza per le imprese minerarie, interessate nella stessa zona anche ai giacimenti kossovari di Novo Brdo. Il Kosovo possiede, infatti, importanti riserve di nichel, zinco, magnesio e lignite; il suo volume di scambi con la Turchia è triplicato tra il 2008 e il 2011.

Per quanto riguarda la Macedonia, nonostante un accordo di libero scambio tra i due paesi sia stato firmato già nel 1999, gli scambi commerciali sono rimasti a un livello basso per diversi anni. A partire dal 2005 l’interesse di Ankara si è però rafforzato. La compagnia turca TAV ha investito 200 milioni di dollari per ristrutturare gli aeroporti macedoni, e attualmente quello di Skopje e Ohrid sono sotto il controllo della stessa società turca per la durata di venti anni. Anche l’interscambio di merci è cresciuto, fino a toccare nel 2011 il valore di 400 milioni di dollari.

Nonostante non sia un paese musulmano, il maggior partner commerciale della Turchia nei Balcani occidentali è oggi la Serbia. I due paesi hanno firmato un accordo di libero scambio nel 2010: gli investitori turchi sono particolarmente interessati al processo di privatizzazione in atto nel paese mentre il governo di Belgrado ha bisogno di attrarre investimenti esteri soprattutto nelle aree meno sviluppate – in Serbia la disoccupazione sfiora il 25%. I rinnovati rapporti tra Belgrado e Ankara hanno portato, inoltre, alla recente firma di un accordo di cooperazione commerciale ed economica tra Turchia, Bosnia e Serbia, significativo per la distensione politica nell’area. Ankara, d’altra parte, da alcuni anni si è fortemente impegnata in un’opera di mediazione tra Belgrado e Sarajevo allo scopo di garantire l’integrità territoriale della Bosnia-Erzegovina e la sicurezza della popolazione musulmana bosniaca.

Anche nei Balcani orientali, già appartenenti all’Unione Europea e caratterizzati da volumi commerciali ben più ingenti, la Turchia ha visto il proprio ruolo crescere negli ultimi anni. Con la Bulgaria (dove peraltro esiste una minoranza turca politicamente molto attiva, e rappresentata dal partito Movement for Rights and Freedoms) è stato stabilito nel 2012 un High Level Cooperation Council, a dimostrazione dei buoni rapporti politici. Anche sul piano economico i rapporti sono positivi visto che lo scambio commerciale tra i due paesi ha toccato i 4 miliardi di dollari nel 2011. Gli investimenti diretti e il valore dei progetti delle compagnie turche in Bulgaria, inoltre, supera i 2 miliardi di dollari. Con la Romania, alleato cruciale di Ankara nel Mar Nero, il volume di scambi commerciali ha raggiunto i 7 miliardi di dollari nel 2011: Bucarest resta così complessivamente il principale partner commerciale di Ankara nella regione.

La Turchia segue inoltre con grande attenzione lo sviluppo del corridoio paneuropeo numero 10 (Istanbul – Sofia – Igoumenitsa – Budapest – Monaco di Baviera). Il suo completamento garantirebbe ad Ankara una grande rotta commerciale diretta, che passando attraverso tutte le capitali balcaniche la legherebbe all’Europa centrale e occidentale.

Naturalmente, accanto alla penetrazione economica, la Turchia non rinuncia a sfruttare la dimensione politica che il suo nuovo ruolo nei Balcani le attribuisce; ruolo ulteriormente rilanciato nel 2009 con la presidenza del South East European Cooperation Process (SEECP). Ankara mostra dunque oggi una rinnovata vitalità nell’area, come mostrato dal tentativo di divenire un mediatore centrale nei negoziati di Butmir per la Bosnia, guidati da UE e USA.  L’attivismo politico, economico e culturale della Turchia in tutta la regione balcanica ci restituisce dunque l’idea di un paese consapevole del proprio ruolo internazionale e pronto a giocarlo sino in fondo. L’ambizione e la capacità di perseguire una politica estera attiva e ad ampio spettro sono un tratto ormai consolidato della proiezione turca, anche a fronte dei delicati sviluppi interni a cui stiamo assistendo.