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Il problema giuridico e politico dei droni: l’inizio di un lungo dibattito

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Quando recentemente il senatore Rand Paul (R-KY) ha parlato in audizione per tredici ore consecutive cimentandosi nel cosiddetto filibustering (tecnica che si adotta per ritardare i lavori di un’assemblea), molti commentatori europei si sono limitati a disquisire sulla tecnica dilatoria trascurando il contenuto del discorso. Il senatore, nel suo intervento fiume per ostacolare la nomina di John Brennan al vertice della CIA (che poi è comunque avvenuta), ha in effetti toccato uno dei temi di maggior criticità per gli Stati Uniti sul piano militare, strategico e anche giuridico: quello dei droni (unmanned combat air vehicle, UCAV). 

Nell’ultimo decennio gli aerei senza pilota sono stati considerati dai vertici militari d’intelligence e politici di Washington una delle colonne portanti dell’antiterrorismo; ma questa convinzione, a fronte di un impiego sempre maggiore nei teatri di guerra e non (vedi Pakistan e Yemen), ora vacilla di fronte ad alcune cifre scomode e a situazioni giuridiche insostenibili. 

I dati indicano che i droni dalla loro introduzione nel febbraio 2002 hanno ucciso – secondo quanto affermato di recente dal senatore repubblicano Lindsey Graham (che si basa su studi della Stanford University e della New York University apparsi lo scorso settembre col titolo “Living Under Drones”) e che il Pentagono non ha smentito – quasi 5.000 civili (4.700 per l’esattezza) e solo qualche centinaio di terroristi. La loro efficacia è inversamente proporzionale all’impatto favorevole che hanno avuto, almeno finora, sull’opinione pubblica americana,  che vede negli aerei senza pilota una minima esposizione dei propri militari (il drone può essere telecomandato a migliaia di chilometri di distanza). Ma in concreto trasformano i civili innocenti in bersaglio e aumentano sentimenti antiamericani come accade appunto in Pakistan dove l’opinione pubblica identifica negli UCAV il simbolo della “guerra sporca” combattuta da Washington. 

Dal punto di vista giuridico le obiezioni espresse del senatore Paul durante l’audizione sopra ricordata hanno messo in enorme difficoltà l’amministrazione Obama: Eric Holber,’l’Attorney General, ha ammesso che è incostituzionale uccidere un cittadino americano con la tecnologia drone su suolo americano. E un cittadino americano su suolo estero? Nessuna risposta precisa, segno che i droni rappresentano, come spesso avviene quando la tecnologia progredisce a un ritmo superiore rispetto alla giurisprudenza e al dibattito sui temi dell’etica, un fattore di criticità che Washington non riesce più a gestire o a tenere confidenziale. 

Di più, poiché i droni sono spesso utilizzati in funzione preventiva contro possibili minacce alla sicurezza nazionale (nell’estensione più ampia del termine, vedi i droni israeliani), anche la domanda se sia lecito uccidere preventivamente qualcuno da qualche parte, senza guardare a passaporti e confini, rimane per ora senza risposta. Una regolamentazione è urgente perché lo scenario è in rapida evoluzione e gli Stati Uniti, e i loro alleati occidentali, non sono più gli unici detentori di questa tecnologia. L’International Institute for Strategic Studies (IISS) ha stimato che attualmente almeno 50 paesi nel mondo possono ricorrere ai droni per azioni di prevenzione o offesa. 

L’urgenza viene corroborata anche dai numeri di un recente rapporto del CRS (Congressional Research Service): l’aviazione americana in questo momento sta istruendo più piloti per la tecnologia UCAV che piloti per aerei convenzionali e oramai più di un terzo della flotta aerea statunitense è composta da velivoli senza pilota. Con l’occasione del conflitto in Mali, ma per supervisionare in prospettiva tutta l’area MENA, una nuova base di droni sta per essere impiantata in Nordafrica, in una collocazione per il momento tenuta ancora riservata. 

Quindi, con una tecnologia che è diventata mainstream (su Amazon.com si può acquistare per meno di 300 dollari un mini-drone non armato, detto parrot), con la Cina che ha presentato il suo primo velivolo UCAV di fabbricazione, il cui costo è spaventosamente economico se paragonato ai prodotti di costruzione americana o israeliana (un milione di dollari contro 30 milioni), il rischio è chiaro: questi strumenti (forse anche nella versione armata) possono certamente cadere addirittura in mani sbagliate, se già non lo fossero. Ecco allora che gli Stati Uniti potrebbero a breve sostenere una regolamentazione internazionale in materia. 

Può sembrare contradditorio, dopo dieci anni di uso, se non indiscriminato quantomeno unilaterale, che siano proprio gli Stati Uniti i promotori di un codice di disciplina, ma lo scenario strategico come abbiamo visto è cambiato perché Washington rischia da una parte pesanti violazioni del diritto internazionale e dall’altra di perdere la supremazia tecnologica sul piano militare. 

Ecco perché l’amministrazione Obama sta per licenziare un playbook dedicato alla regolamentazione dell’antiterrorismo dove il capitolo dedicato alla guerra coi droni sarà quello principale. Non è una stesura semplice e dallo staff fanno sapere che il presidente in persona vuole rivedere il testo riga per riga prima che sia reso pubblico. Certo sappiamo sin da ora che il nuovo codice esenterà dalle sue maglie giuridiche proprio la CIA di Brennan, e l’Agenzia potrà continuare a usare i droni senza render conto di come, quando, dove e perché. 

In dieci anni i droni si sono fermati solo una volta: per due mesi in Pakistan, dopo la strage nel 2011 da parte di truppe NATO e americane nell’incidente di Salala al confine con l’Afghanistan quando morirono 24 soldati di Islamabad. I sentimenti antiamericani furono tali che l’America decise di sospendere le operazioni più detestate dall’opinione pubblica pakistana: quelle dei droni appunto, che partendo dall’Afghanistan operano nelle zone tribali e causano, come detto, la maggior parte di vittime tra i civili. Secondo il citato “Living Under Drones”, in Pakistan ultimamente solo due capi militari jihadisti sono stati certamente eliminati coi droni, mentre, senza citare fonti precise, l’ex ministro degli Interni pakistano, Rehman Malik, a dichiarato che l’80% delle vittime sono civili.

Un rapporto delle Nazioni Unite del 2012 sostiene che l’uso di droni da parte americana rischia di violare cinquant’anni di diritto internazionale (il Pakistan, ad esempio, non è zona di guerra), mentre le associazioni per i diritti umani iniziano a muoversi –  raccolgono dati e testimonianze, come il sentimento di terrore delle popolazioni sorvolate dai droni, perché da terra non è distinguibile un aereo che sta semplicemente ispezionando un’area da uno che sta per colpire con bombe laser-guided. Sul piano giuridico questa potrebbe essere considerata una forma di terrore foriera di conseguenze legali. Un paradosso, se vogliamo, per il paese che ha subito l’11 settembre e guida la lotta al terrorismo internazionale (circa 5.000 i soldati americani morti in Iraq, circa 2.000 quelli caduti in Afghanistan).

In America insomma è finalmente uscito allo scoperto il dibattito su quella che P.W. Singer nel suo ultimo libro Wired for War definisce la guerra robotizzata. Uno scenario tecnologico estremo e non così lontano, che l’uomo e i governi rischiano di non saper controllare se la tecnica continuerà a mantenere il primato (o a giocare d’anticipo) sull’etica. È ciò che accade già oggi per i droni.