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Il presidente Sarkozy e il candidato Hollande

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“Se Nicolas Sarkozy perde la tripla A, è morto”. Così si esprimeva, poco più di due mesi fa, un consigliere del presidente francese, in occasione dell’approvazione del secondo programma di aggiustamento dei conti che seguiva alla “suasion” del FMI. Nonostante la perdita della tripla A di Standard & Poor’s, Sarkozy è ancora vivo – d’altronde Fitch e Moody’s mantengono il massimo dei voti per il bilancio pubblico transalpino – ma la campagna presidenziale che culminerà nel voto di maggio si annuncia tra le più aperte e sorprendenti degli ultimi anni.

Naturalmente, il colpo al prestigio del presidente è stato sensibile, e ha avuto una ripercussione immediata sulle intenzioni di voto, anche in considerazione delle varie ondate di tagli varate proprio per evitare una tale eventualità – e rivelatesi a questo punto inutili. Il declassamento subito da Standard and Poor’s non è stato sottovalutato dal mondo politico, dai media e dall’opinione pubblica, e resta un tema centrale del dibattito in Francia: se ne parla nei termini di un attacco all’euro, ma anche come il sintomo della necessità di ripensare l’intero modello sociale nazionale, apparentemente non più sostenibile dal bilancio dello stato. La perdita della tripla A porta inoltre alla luce l’esistenza di uno squilibrio più profondo di quanto si creda in quello che dovrebbe essere il direttorio dell’Eurozona: i conti della Germania, infatti, non sono stati declassati.

La crisi ha in effetti approfondito le differenze tra l’economia francese e quella dei paesi europei più “virtuosi”. La tendenza è diventata più percepibile proprio negli ultimi mesi. La disoccupazione colpisce il 9,3% della popolazione attiva – si tratta dei livelli più alti dal 1999 – mentre il vicino tedesco fa registrare i dati migliori degli ultimi vent’anni; il 13% dei francesi vive ormai sotto la soglia di povertà; il tasso di competitività, che a metà degli anni ’90 era superiore di dieci punti a quello della Germania, è oggi di dieci punti inferiore. Infine, il debito pubblico del paese si avvia a raggiungere il 90% della ricchezza prodotta, facendo registrare un aumento di circa il 40% nell’ultimo quinquennio.

La sicurezza ostentata finora da Sarkozy poggia dunque sui dei pilastri piuttosto traballanti: il presidente ha mostrato disinteresse per le partecipatissime primarie socialiste che hanno visto imporsi François Hollande come presidenziabile, preferendo offrire all’opinione pubblica l’immagine di un leader impegnato ad affrontare la crisi sullo scenario internazionale. L’obiettivo è quello di caratterizzare il diretto avversario come inadatto a governare il paese in una situazione tanto grave, data la sua scarsa esperienza sul campo (Hollande non è mai stato ministro). Ma il peggioramento dei dati economici, insieme al malessere interno all’UMP per alcune inchieste destabilizzanti per il partito e per l’ emorragia di voti verso i candidati di destra e del centro, hanno convinto Sarkozy della necessità di un cambio di passo.

Attraverso un’intervista televisiva diffusa contemporaneamente da sei reti nella serata del 29 gennaio, il presidente ha annunciato una serie di provvedimenti da adottare a stretto giro per favorire il rilancio economico della Francia. Si tratta di temi di grande portata che nelle intenzioni dovrebbero polarizzare l’attenzione dell’opinione pubblica, consentendo una riconnessione tra il candidato dell’UMP e la parte di elettorato non ideologizzato, incerto e oggi deluso, che fu decisivo nella vittoria su Ségolène Royal nel 2007.

Sarkozy ha fatto varie promesse impegnative: un aumento dell’IVA per finanziare le politiche sociali; un piano casa che consenta a ogni edificio un ampliamento del 30% dei volumi; la possibilità di accordi tra lavoratori e imprese sull’orario di lavoro, che annullerebbe l’obbligo delle 35 ore; l’introduzione di una tassa dello 0,1% sulle transazioni finanziarie; la creazione di una banca pubblica che favorisca gli investimenti delle imprese; l’aumento della quota di giovani da assumere nelle grandi aziende (poco meno di un quarto dei giovani francesi è senza lavoro).

Il 28 gennaio, Sarkozy aveva segnato un altro punto: il sostegno diretto di Angela Merkel alla propria candidatura. La cancelliera tedesca, probabilmente preoccupata per le conseguenze politiche di livello continentale che potrebbe comportare una vittoria socialista in Francia – soprattutto nell’ambito del rispetto del principio del pareggio di bilancio – ha fatto sapere che seguirà il presidente nella sua campagna elettorale, perchè l’arrivo al potere di Hollande sarebbe “un ostacolo per l’integrazione europea”.

Il “weekend di Sarkozy” è giunto così in risposta alla settimana di Hollande. La domenica precedente, il candidato socialista si era rivolto ai militanti con un discorso sorprendente per il tono utilizzato e il coinvolgimento suscitato da un uomo politico a cui si rimprovera di non saper infervorare il pubblico. Lo slogan scelto (“il cambiamento è adesso”) ha una chiara tonalità obamiana, che vorrebbe interpretare la frustrazione di una società colpita dalla durezza della crisi, e profondamente sfiduciata dalla classe politica e dai meccanismi dell’economia. Ma Hollande non ha rinunciato a riempire questo messaggio di contenuti che ricordano il realismo di Winston Churchill: la situazione è grave, ha sembrato voler dire, e ne usciremo solo con l’equo contributo di tutti.

Effettivamente, nell’annunciare in gennaio i sui “60 impegni”, Hollande ha già precisato che i suoi provvedimenti costeranno 20 miliardi di euro: una cifra da ricavare aumentando le tasse sui redditi più alti ed eliminando una serie di privilegi fiscali. Le proposte di politica sociale sono molto meno generose di quanto anticipato in novembre: i nuovi posti di lavoro per i giovani si dimezzano, mentre spariscono i 500.000 posti in più negli asili nido. Hollande vuole che il suo mandato poggi su una più rigorosa laicità repubblicana e su un ampliamento dei diritti: la legge sulla laicità del 1905 sarà costituzionalizzata, saranno ridotte le retribuzioni e i mandati cumulabili dai membri del governo, sarà consentito il diritto di voto amministrativo agli immigrati residenti da cinque anni e le coppie gay potranno sposarsi e adottare. Si tratta di un indirizzo rigoroso e unitario, a cui Sarkozy ha cercato di rispondere accentuando il tono nazionalista del proprio discorso e la propria auto-identificazione con le istituzioni.

I sondaggi continuano ad essere confortanti per il candidato socialista. Oltre ad essere in stabile (ma non ampio) vantaggio al primo turno, Hollande gode di un margine medio di tredici punti nel confronto diretto sul presidente uscente: un vero tesoro su cui contare se i due principali protagonisti della campagna elettorale dovessero arrivare al ballottaggio, previsto per il 20 maggio. Un buon serbatoio di fiducia per il PS, che non accede alla presidenza della Repubblica dai tempi di François Mitterrand (1981-95) e che nel 2002 ha dovuto subire l’umiliazione di essere superato al primo turno da Jean-Marie Le Pen.

Per il momento, i candidati “secondari” sembrano togliere slancio soprattutto a Nicolas Sarkozy. I piccoli candidati di sinistra non hanno più il seguito di qualche anno fa. Invece, Marine Le Pen è accreditata del 19% delle intenzioni di voto (quasi il doppio rispetto al partito ereditato dal padre, il Front National), e il centrista François Bayrou viaggia intorno al 13%. Entrambi, al di là dell’alternativa estremista o moderata che offrono, non si stancano di affermare la loro estraneità al “sistema”, cioè all’élite politica ed economica che avrebbe contribuito a rovinare la Francia.

Nei restanti tre mesi di campagna elettorale, comunque, i due candidati principali dovranno fare attenzione a correggere le proprie debolezze ed essere in grado di fornire una proposta quanto più mobilitante e comprensiva possibile. L’incertezza di un paese sfiduciato e in crisi potrà ripercuotersi facilmente sul risultato delle urne.