international analysis and commentary

Il nuovo “arco di fluidità”

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L’arco di crisi nel Sud del mondo si é trasformato – nella regione del Nord Africa e Medio Oriente – in “arco di fluidità”. Avevamo guardato al Medio Oriente, per mezzo secolo e fino alla fine del secolo scorso, attraverso il prisma esclusivo del conflitto israelo-palestinese; nella prima decade di questo secolo abbiamo inserito nella nostra nozione di Grande Medio Oriente due new entries, l’Iraq e l’Iran. Per stabilizzare la regione, infatti, abbiamo scoperto che non era più sufficiente risolvere il processo di pace, ma bisognava – esauritasi anche la stagione americana del dual containment nell’area del Golfo stabilizzare un nuovo Iraq “de-saddamizzato” e contenere le aspirazioni nucleari dell’Iran. Oggi, dopo che le piazze stanno piegando o mettendo in seria difficoltà i regimi dal Nord Africa al Golfo, siamo costretti ad andare oltre anche il Grande Medio Oriente e cercare nuovi paradigmi analitici e strategie politiche. Dobbiamo prendere atto che la stabilità nella regione non potrà più d’ora in avanti essere esclusivamente un affare tra Stati. Non si otterrà cioè solo attraverso accordi con i singoli governi o trattati sui confini. Dovrà passare necessariamente attraverso nuovi patti e contratti tra governi e società all’interno di ciascuno di questi paesi: contratti complessi che dovranno in qualche modo includere nuove regole sulla governance per allargare gli spazi di partecipazione sociale e ridurre la corruzione delle élite. E accordi sulla crescita economica che prevedano più eque redistribuzioni dei redditi, un maggior rispetto dei diritti delle minoranze (ad esempio gli sciiti nei paesi dominati da maggioranze sunnite, come in Arabia Saudita, o perfino da minoranze sunnite, come in Bahrein). Questa nuova agenda intra-state è complessa e rende il quadro particolarmente difficile da gestire, anche perché si aggiunge alla situazione pre-esistente invece di sostituirla: nessuno dei problemi precedenti – dal conflitto israelo-palestinese all’Iran – è stato infatti risolto. Oltre a tutto ciò, c’è la probabilità che l’attuale “arco di fluidità” accentui ulteriormente la competizione tra attori regionali per guadagnare influenza e accrescere il loro peso relativo. Chi trarrà maggior vantaggio dall’alterazione dello status quo? L’Iran, la Turchia (che è rimasta sotto traccia in queste crisi), il nuovo Egitto? O anche attori non statali come Hamas e i Fratelli musulmani? O perfino al Qaeda, che da tempo ha messo piede nel Maghreb e nel Corno d’Africa e potrebbe in particolare giovarsi dalla crisi in Yemen ma forse anche in Libia?    

Quando gli avvenimenti sono ancora in corso e il bersaglio è così mobile, diventa particolarmente difficile formulare politiche. Teoricamente, gli approcci possibili sono quelli del containment e quello, opposto, dell’engagement. Il containment funziona però poco quando la minaccia è geograficamente ampia e diversificata ed il quadro molto fluido: contenere chi e per cosa? L’engagement, con un approccio cooperativo ed il coinvolgimento attivo degli attori regionali, vecchi e nuovi, diventa allora l’unica vera opzione. Bisogna ovviamente definirne i termini: una delle poche idee finora avanzate proviene dall’Italia che ha proposto un nuovo Patto per lo Sviluppo e la Stabilità del Mediterraneo e Medio Oriente. Il Patto propone un approccio complessivo alla stabilizzazione, che passa per il rilancio dello sviluppo economico attraverso un Piano Marshall regionale, il rafforzamento dei rapporti politici tra l’Europa e i paesi dell’area, e un nuovo rapporto anche con le  società civili. Ciò va realizzato attraverso il coinvolgimento, oltre all’UE, delle varie istituzioni multilaterali, e la responsabilizzazione (che sostituisce il concetto impositivo di condizionalità) dei paesi dell’area. La crisi libica degli ultimi giorni ha rilanciato il momento multilaterale, che ha visto una risposta sanzionatoria unita ed immediata della comunità internazionale di fronte ai crimini contro la popolazione civile nel paese maghrebino. C’é da sperare che questo nuovo spirito multilaterale sopravviva all’emergenza libica e prevalga anche nella visione e nelle strategie di più lungo termine in chiave regionale, come quelle indicate nel Patto proposto dall’Italia. Strategie che per funzionare hanno bisogno dell’impegno e responsabilizzazione di tutti: non solo dell’Occidente, ma anche delle potenze emergenti (come Cina e India) e dei raggruppamenti regionali presenti lungo questo “arco di fluidità”, dalla Lega Araba al Consiglio di Cooperazione del Golfo.