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Il nucleare iraniano: lo stato dell’arte e i rischi del breakout

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L’ultimo rapporto dell’Agenzia atomica internazionale (AIEA) – i cui contenuti del resto circolavano informalmente da diverse settimane – ha suscitato un grande clamore e riacceso i timori di un possibile attacco preventivo contro le istallazioni nucleari iraniane da parte di Israele o degli Stati Uniti. Clamore giustificato secondo alcuni dalle nuove informazioni contenute; per altri, invece, il rapporto non presenta elementi di vera novità, nonostante sia ben più dettagliato dei precedenti.

La verità, come spesso accade, sta nel mezzo: quello che è davvero significativamente nuovo è il tono dell’Agenzia e i dettagli resi pubblici. I tecnici dell’AIEA hanno lavorato a lungo per ri-organizzare tutte le informazioni raccolte sul programma nucleare di Teheran dal 2002. Il risultato è un rapporto che offre un quadro molto più organico circa i tentativi iraniani non solo nel campo dell’arricchimento dell’uranio, ma anche nel settore della cosiddetta “weaponization” del materiale fissile (esperimenti sui meccanismi di implosione e di innesco, la payload chamber del missile Shahab-3, etc.). Forse non è stata data la sufficiente importanza proprio alle conseguenze indirette che scaturiscono da questa ricostruzione, ossia la capacità raggiunta dall’Agenzia di ricostruire e dare una risposta alle famose “outstanding questions” circa il programma nucleare iraniano, anche senza la collaborazione di Teheran. Una capacità che sembra inquietare molto gli iraniani e che potrà avere un suo peso nelle decisioni future della Repubblica islamica.

Ovviamente, ciò che ha colpito maggiormente sono le evidenze delle ricerche iraniane nel campo della “weaponization”. Infatti, mentre l’arricchimento dell’uranio è una tipica tecnologia dual-use,  le analisi sui meccanismi di innesco e di implosione, il tentativo di adattare lo shahab-3 a nuovi tipi di testata, e gli iniziatori a neutroni, sono difficilmente spiegabili se non con l’esistenza di un programma nucleare clandestino; un fatto sempre negato con fermezza da Teheran, ma che oggi non sembra confutabile.

Come è stato sottolineato: «The problem in Iran’s case is that it has not only violated its safeguards commitments, but also it “ticks all the boxes” for military indicators»[1].

Non sorprendono quindi le reazioni estremamente preoccupate da parte israeliana e statunitense, sia pure per differenti ragioni. Infatti, mentre per Washington questo rapporto va ad aggravare una situazione di forte tensione a causa dei comportamenti dell’Iran nella regione (in particolare in Iraq e Afghanistan)  e per la vicenda ancora oscura del complotto per uccidere l’ambasciatore saudita negli Stati Uniti, per Israele la questione è percepita come una minaccia esistenziale. Fino ad alcuni mesi fa, sembrava prevalere nel paese ebraico un moderato ottimismo: l’attacco informatico di Stuxnet, unito alla durezza delle nuove sanzioni e all’eliminazione fisica degli scienziati nucleari e missilistici iraniani (proprio di questi giorni è la morte in una misteriosa esplosione del generale Hassan Moghaddam, uno dei padri della missilistica), sembrava aver rallentato – e reso più ardua – la corsa di Teheran  al nucleare. Dopo il rapporto, invece, sembrano tornati i toni allarmistici: secondo alcune analisi molto ascoltate in Israele, l’Iran potrebbe arrivare a realizzare un vero e proprio ordigno nucleare in pochi mesi. Un’ipotesi tuttavia scartata dalla maggior parte degli esperti, per i quali i tempi sono ancora lunghi (si parla di circa due anni)[2]. In ogni caso, se prima si sosteneva che il programma nucleare di Teheran fosse “più ambizioso che avanzato”, ora questa prospettiva sembra rovesciata.

E dato che per il governo di Tel Aviv la bomba iraniana – sia pure una bomba potenziale, in latenza – è completamente inaccettabile, si torna a parlare di un’azione militare preventiva. Che si sa già, in partenza, poter essere non veramente risolutiva, mentre è evidente come le sue conseguenze saranno catastrofiche a livello regionale.

In realtà, dato il livello di opacità che circonda lo scenario politico interno alla Repubblica islamica è impossibile dire quale sia l’obiettivo vero del regime, se quello di un breakout vero e proprio o solo quello di una latenza nucleare in tutti gli aspetti del processo di weaponization del materiale fissile. E’ anche verosimile ritenere che non vi sia ancora una decisione finale a Teheran su quale strada percorrere, ma che questa possa essere influenzata, per il meglio o per il peggio, dalle azioni della comunità internazionale. Non dobbiamo dimenticare infatti il particolare momento interno che vive l’élite di potere post-rivoluzionaria iraniana. Dopo la repressione delle proteste popolari seguite ai massicci brogli elettorali del 2009, il panorama politico interno si è definitivamente trasformato: espulsi dall’élite di potere tutti i riformisti, bruscamente marginalizzati i cosiddetti conservatori pragmatici, si è assistito recentemente a un forte scontro per il potere fra il leader degli ultra-radicali, il presidente Ahmadinejad e il rahbar (la Guida suprema), ayatollah ‘Ali Khamenei. Questi è riuscito a emarginare rapidamente il presidente, riprendendosi – almeno apparentemente – il controllo dei pasdaran. Così facendo, Khamenei è emerso non più come l’ago della bilancia politica – come amava apparire – ma quale il centro assoluto del potere in Iran.

Il rafforzamento delle sanzioni economiche, il senso crescente di isolamento e solitudine strategica iraniana, le minacce di attacchi militari dopo la divulgazione dell’ultimo rapporto AIEA, stanno ovviamente producendo dei contraccolpi all’interno del sistema di potere della Republica islamica. Da un lato quindi,  l’ormai ossessiva securitization di ogni aspetto politico e di relazioni estere spinge le forze al potere a ridurre le proprie dicotomie e a concentrare il potere lungo una catena di comando unitaria. Dall’altro lato, proprio la più evidente percezione dei costi tremendi (economici, diplomatici, politici) che l’Iran deve sopportare per le proprie ambigue ambizioni nucleari spinge a una divaricazione nell’analisi politica fra costi e benefici. Sotto la cappa della repressione e dell’orgoglio nazionale usato come mantra, sembrano crescere i dubbi (anche all’interno delle forze di sicurezza) sui vantaggi che il paese ottiene da questo programma nucleare.

La concentrazione di potere e la sua visibilità amplifica i rischi per la Guida suprema: Khamenei amava governare nell’ombra, ma ora non è più così. La sua carica e la sua persona sono chiaramente al centro delle decisioni, prima fra tutte le scelte su cosa fare, appunto, del programma nucleare. La stella polare dell’azione del rahbar è sempre stata quella della difesa (oltre che del proprio potere) dell’esistenza della Repubblica islamica. E’ lungo questo ormai strettissimo cammino che deve indirizzarsi l’azione diplomatica internazionale, cercando di mantenere dei contatti con Teheran, accrescendo i costi della scelta nucleare per il regime, ma evitando fughe in avanti: queste potrebbero spingere l’Iran a rompere la collaborazione con l’AIEA e a scegliere l’opzione peggiore, cioè il breakout.

 

[1] John Carlson, Iran nuclear issue – considerations for a negotiated out come, ISIS Report, 4 novembre 2011 (http://www.isisnucleariran.org/brief/detail/iran-nuclear-issue-considerations-for-a-negotiated-outcome/)

[2] Cfr. David Albright and Christina Walrond, Debunking Gregory Jones Again, Iran in Brief, ISIS, 27 ottobre 2011 (http://www.isisnucleariran.org/brief/detail/debunking-gregory-jones-again/)