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Il modello Turchia e il fattore tempo

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Qualunque opinione si abbia del “modello Turchia”, e della sua applicabilità come paradigma per le transizioni in corso nel mondo arabo, il governo turco lo sta attivamente promuovendo. Non è soltanto un’ipotesi per politologi: sta diventando una linea di politica estera per Ankara e un’ipotesi di lavoro per alcuni attori cruciali nella regione.

Il presidente Abdullah Gül ha visitato il 3 marzo un paese-chiave, l’Egitto, dove ha dichiarato di voler “condividere la nostra esperienza e le nostre aspettative, con sincerità, in questo momento critico”.

Di ritorno dalla visita, in cui ha accompagnato il presidente, il ministro degli Esteri Ahmet Davutoğlu ha spiegato (in occasione della conferenza internazionale dell’Aspen a Istanbul) che l’esperienza del suo paese può contribuire alla creazione di un ordine regionale più politicamente inclusivo, più economicamente giusto, e più multiculturale. Si tratta, ovviamente, degli aspetti positivi del caso Turchia, presentati con orgoglio e magari guardati con qualche eccesso di ottimismo (ad esempio, l‘ideale multiculturale sembra essere ancora piuttosto lontano se si pensa alla questione curda).

In ogni caso, da questi episodi, e da molti altri, si deve trarre la conclusione che la Turchia si sta proponendo come punto di riferimento, senza mezzi termini.

Quasi contemporaneamente, uno dei leader del maggiore movimento islamista tunisino, Rached Ghannouchi, ha visitato Istanbul. Si tratta di un personaggio controverso, che solo da poco ha potuto rientrare nel suo paese dopo oltre vent’anni di esilio. A Istanbul ha sottolineato le importanti lezioni che la Tunisia può apprendere dalla Turchia – cioè, più precisamente, dall’attuale convivenza di tradizione islamista e democrazia. Rached Ghannouchi non va confuso con Mohamad el Ghannouchi, il premier del governo di transizione, vicino al regime, che si è dimesso a fine febbraio. La parabola di questi due personaggi simboleggia, in qualche modo, la fase fluida che la regione sta attraversando: le vecchie élites non riescono a tenere il passo (a meno di ricorrere all’uso massiccio della violenza, come in Libia), mentre le possibili nuove élites faticano ancora ad affermarsi – o forse esitano, per meglio valutare le proprie reali opzioni.

Intanto, il modello turco è evocato quasi da tutti, mostrando un grande potenziale ma anche alcuni rischi: esso ha significati ambigui e può essere interpretato in modi assai diversi. Basti pensare a come, nell’ambito di quel modello, si può sottolineare l’aspetto propriamente “islamico” dell’AKP piuttosto che il suo carattere “modernizzatore”. È interessante notare che, promuovendo il proprio ruolo come fonte di ispirazione, Ankara esporta in qualche modo anche le controversie interne al paese. È ben noto infatti che le linee-guida dell’AKP sono oggetto di polemiche e anche di analisi molto critiche in patria, visto che una componente della società turca è assai preoccupata per gli orientamenti del partito al governo. D’altra parte, quella turca è ad oggi una democrazia funzionante, sebbene lo scontro politico abbia a volte coinvolto direttamente alcuni dei principi costituzionali, o quantomeno la loro applicazione. E una struttura istituzionale solida, con un rapporto costruttivo tra Stato e cittadini, è proprio l’elemento più carente nei paesi arabi. Soltanto il tempo e la quotidiana esperienza concreta possono radicare le istituzioni nella società – qualunque società.

Qui sta il problema, e il limite del modello: la Turchia ha, in un certo senso, avuto a disposizione molto tempo per sviluppare un sistema sostenibile, ma ha anche pagato un prezzo decisamente alto. Durante i decenni della guerra fredda ha beneficiato di protezione internazionale (dagli USA e dalla NATO) – e libertà d’azione sul piano interno – in quanto paese geopoliticamente importante, passando comunque attraverso ripetuti colpi di stato. Il tempo è stato dunque indispensabile a far maturare il grande progetto di Ataturk, ma in ogni caso il percorso è stato tortuoso e certo non preordinato.

In sostanza, ben venga l’esempio della Turchia, a patto che si ricordi un fattore decisivo nell’evoluzione di qualsiasi sistema politico ed economico: il fattore tempo, che porta anche con sé il rischio inevitabile che le cose vadano storte.