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Il fattore-Turchia nella politica europea di vicinato

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Il più rilevante tra i paesi-obiettivo della Politica Europea di Vicinato (PEV) – che copre le aree geografiche del Mediterraneo, del Mar Nero e del Medio Oriente – è certamente la Turchia, almeno dal punto di vista geostrategico. Ankara, però, è ormai capace di contendere a Bruxelles il ruolo di protagonista politico nei rapporti con molti tra gli stati interessati dalla PEV. Probabilmente, ciò si deve a un tramonto di fatto dell’ipotesi del suo ingresso nell’Unione Europea.

Attraverso la PEV, avviata ufficialmente nel 2003, l’Unione Europea si pone l’obiettivo di favorire importanti riforme nei paesi limitrofi, favorendo lo sviluppo di istituzioni democratiche, il rispetto dei diritti umani, la stabilità macroeconomica, un miglior quadro di regolamentazione dei servizi finanziari, sistemi amministrativi più snelli e una forte liberalizzazione degli scambi.

Le riforme sono sostenute attraverso programmi finanziati dalla Commissione Europea che assistono sia sul piano finanziario che su quello tecnico i paesi limitrofi. Lo scopo è dunque quello di avere, ai propri confini, paesi stabili sul piano democratico, istituzionale ed economico, i quali condividano i valori fondamentali dell’Europa unita senza tuttavia farne parte né avere la prospettiva di una futura adesione.

Nonostante l’impegno profuso e le risorse impiegate, i risultati che l’UE sperava di ottenere attraverso la PEV sono ancora lontani dall’essere raggiunti. La ragione sta in una precise scelte politica: aver deciso di limitare l’allargamento dell’Unione alle aree strettamente europee invece che a tutte le regioni della PEV. Ciò ha avuto l’effetto di eliminato un importante tornaconto politico che Bruxelles avrebbe potuto mettere sul piatto della bilancia in cambio delle riforme. Dall’altro, ciò ha favorito un approccio eccessivamente “tecnico” che ha tenuto ai margini del processo decisionale paesi capaci di giocare un ruolo significativo nelle aree interessate – e la Turchia è il simbolo di questa situazione: paese cardine della PEV per la sua fondamentale importanza geopolitica, eppure anche candidata all’ingresso nell’UE dall’ormai lontano 1987.

Eppure, si tratta di un’ambivalenza soltanto apparente. Molti paesi dell’UE sono sostanzialmente contrari a una sua futura membership nell’Unione, e ora anche la Commissione Europea, da sempre più favorevole all’ingresso di Ankara, sembra condividere questa visione. È questa l’impressione che si ricava in particolare dalle parole, pubblicate nell’estate del 2011, del Commissario per l’Allargamento e per la Politica di Vicinato Štefan Füle, contenute in un articolo apparso sul Turkish Policy Quarterly dal titolo “Turkey, the EU and the European Neighbourhood Policy”. Füle ha ricordato che, in effetti, la Turchia è un paese in via di adesione. Tuttavia, si è più volte riferito alla Turchia e all’Unione Europea come a due soggetti autonomi, due partner capaci di collaborare sul piano politico; infine, è arrivato a paragonare la PEV alla politica di “Zero problems with Neighbors” lanciata dall’attuale ministro degli Esteri turco Ahmet Davutoğlu. Sembra chiaro come un tale approccio diplomatico ponga Bruxelles e Ankara su due binari paralleli, non destinati a incontrarsi ma semmai a correre vicini.

E non è solo il punto di vista di Bruxelles ad essersi evoluto: se fino a qualche anno fa la Turchia considerava l’entrata nell’UE come una delle proprie priorità strategiche, oggi la prospettiva politica di Ankara appare sensibilmente cambiata. La Turchia ha infatti rafforzato il proprio ruolo di potenza regionale, diventando un paese centrale nelle dinamiche geopolitiche del Mediterraneo, del Medio Oriente, del bacino del Mar Nero e del Caucaso. In queste due ultime aree, in cui l’UE ha investito centinaia di milioni durante l’ultimo decennio, la partnership euro-turca è centrale. La Turchia dal 2002 partecipa al programma TRACECA, un progetto finanziato parzialmente dall’Unione che ha lo scopo di costruire un corridoio di trasporto tra l’Europa, il Caucaso e l’Asia. Tale progetto è considerato di primaria importanza da Ankara perché da una parte potrebbe ridurre il traffico negli stretti ormai congestionati del Bosforo e nei Dardanelli, e dall’altra favorire lo sviluppo regionale, gli investimenti diretti nel paese e il turismo.

Ma la Turchia, oltre ad essere coinvolta nelle partnership internazionali, ha saputo ritagliarsi un raggio d’azione autonomo, con l’obiettivo di aumentare la propria capacità di influenza sia sul piano economico che politico. L’attenzione di Ankara, non a caso, è particolarmente rivolta agli accordi energetici con i paesi nella regione, uno dei quali ha portato alla costruzione dell’importante pipeline Baku-Tiblisi-Ceyhan.

Un ruolo altrettanto centrale è quello che Ankara svolge in Medio Oriente. Da decenni la Turchia è uno dei principali partner dell’Occidente e dell’UE nella regione e oggi, alla luce dei profondi cambiamenti in atto, il peso politico di Ankara appare decisamente in crescita. Soprattutto con l’arrivo al potere del partito islamico dell’AKP, la Turchia ha, infatti, visto aumentare il proprio appeal nei confronti delle opinioni pubbliche musulmane: tanti la considerano come un modello, in quanto capace di coniugare la presenza al potere di un partito islamico con istituzioni democratiche e moderne.

Tale processo è stato certamente rafforzato anche dal cambiamento di politica nei confronti di Israele. L’AKP ha assunto al riguardo posizioni decisamente più dure rispetto al passato, e in particolare rispetto alla questione palestinese. Ciò da una parte ha portato a un irrigidimento nei rapporti con Israele, ma dall’altra ha permesso alla Turchia di presentarsi come uno dei paesi leader del mondo musulmano, come dimostrato dall’accoglienza trionfale ricevuta dal primo ministro Erdoğan in Nord Africa all’indomani delle primavere arabe.

Siamo di fronte a un elemento di grande novità nei rapporti tra la Turchia e l’Unione Europea. Fino a pochi anni fa Ankara considerava l’ingresso nell’Unione la degna conclusione di un processo di avvicinamento al mondo occidentale iniziato con le riforme kemaliste degli anni Venti del Novecento e proseguito con l’ingresso nella NATO dopo la seconda guerra mondiale. Oggi la Turchia, anche grazie a una formidabile crescita economica, ha invece riscoperto la propria vocazione di potenza regionale: il rapporto con l’UE, pur importante, è considerato uno degli elementi che contribuiscono a determinare la sua politica estera, e non l’obiettivo finale dell’avvicinamento all’Occidente.

Ciò impone all’UE un cambio di prospettiva nei propri rapporti con la Turchia, che da paese in eterna “attesa” di aderire all’Unione, è divenuto oggi un importante soggetto della scena politica internazionale. Tale cambio di prospettiva si rende soprattutto necessario in merito allo sviluppo futuro della Politica Europea di Vicinato. Bruxelles ha, infatti, bisogno della “mediazione” turca per portare a compimento i propri progetti nel bacino del Mar Nero e nel Caucaso, soprattutto nell’ambito dell’approvvigionamento energetico. Inoltre, Ankara sta diventando un interlocutore chiave nella stabilizzazione e democratizzazione del Nord Africa e del Medio Oriente.

Questo significa, però, che la Turchia si pone oggi come una controparte dell’Unione; non certo come un soggetto politico subalterno. Tale cambio di prospettiva, se da una parte può tranquillizzare quei paesi che a tutti i costi vogliono evitare l’ingresso di Ankara nell’UE, dall’altra impone una revisione della politica estera europea e, in un certo senso, un suo ridimensionamento.