international analysis and commentary

Il fattore russo in Egitto e la priorità del rapporto con gli USA

112

Sui media egiziani, oltre a quella del generale Abdel Fattah El-Sisi, incoronato nuovo Nasser e quasi pop star per eccellenza, va in onda un’altra parodia. Rodati archivisti hanno ripescato immagini risalenti agli anni ’60 per dire che la storia raccontata oggi affonda le radici nel glorioso passato egiziano. Una vecchia foto del presidente Nikita Kruscev al fianco di Gamal Abdel Nasser spinge i giornalisti a intitolare la loro cronaca: “ il ritorno dei sovietici” (anche se sarebbe meglio dire “dei russi”). Un ritorno, azzarda qualcuno, che rivoluzionerà le relazioni internazionali egiziane, allontanando gli Stati Uniti e mettendo in gioco gli equilibri regionali.

Riconoscendo la parodia come tale, è difficile pensare che ci si trovi davvero davanti a un bivio epocale. La bolla russa sembra destinata a ridimensionarsi in fretta. Certamente, però, la progressiva ritirata statunitense dal Medio Oriente voluta dal presidente Barack Obama sta lasciando degli spazi che, in un mondo multipolare, non sono destinati a rimanere vuoti a lungo.

Già lo scorso anno Mosca aveva firmato con l’Iraq un accordo da 4,2 miliardi di dollari per la fornitura di armi, e una trattativa simile è in corso con l’Algeria. I tentennamenti sull’intervento in Libia e la retromarcia finale sulla Siria sono serviti da assist per l’azione dei russi, che per raggiungere i loro obiettivi in Medio oriente hanno mobilitato anche la Chiesa ortodossa. A inizio novembre è infatti arrivato a Beirut il “ministro degli esteri” della Chiesa ortodossa russa che si è presentato come il difensore dei cristiani della regione.

Con tutte queste mosse, Putin spera anche di incassare successi utili in patria. Oltre a voler mettere lo zampino in una regione in evoluzione, il presidente spera infatti che una maggiore presenza nell’area lo aiuti a controllare indirettamente gli scomodi musulmani russi, circa 20 milioni, con i quali deve fare quotidianamente i conti.

In Egitto, i russi si sono fatti rivedere a metà novembre quando una nave da guerra ha attraccato ad Alessandria, precedendo l’arrivo – al Cairo – di una delegazione di diplomatici, militari e funzionari di diverso grado. A capitanarla sono stati il ministro degli esteri Sergei Lavrov e il ministro della difesa Sergei Shergu. Negli incontri con i colleghi egiziani, i ministri hanno parlato di un rafforzamento della partnership militare, discutendo accordi sulla fornitura di armamenti che devono ancora essere conclusi.

“Più MiG e meno F16”, hanno continuato a ripetere i commentatori televisivi, enfatizzando la coincidenza tra il ritorno alla ribalta russa e le ultime decisioni della Casa Bianca sul congelamento di parte degli 1,2 miliardi di dollari mandati ininterrottamente all’esercito egiziano dal ’79.

Le buone relazioni tra Mosca e il Cairo sono tutt’altro che nuove. Prima della svolta filo-statunitense del presidente egiziano Anwar Sadat, i sovietici avevano una certa influenza. In piena guerra fredda, all’epoca era la teoria del domino a governare le relazioni internazionali e le due superpotenze antagoniste non poteva convivere all’ombra delle piramidi. Con la caduta del muro di Berlino, c’era stato qualche tentativo di rilancio, e Putin aveva parlato con Mubarak di una possibile ripresa della vendita di armi. Dal 2005 al 2011, la cooperazione tra i due paesi non è stata enorme, ma nemmeno insignificante, attestandosi su un valore di circa 2,5 miliardi di dollari. Mosca è ad oggi la seconda capitale nella lista dei fornitori di armi egiziane – e Pechino, altra potenza che vuole riempire parte del vuoto lasciato dagli Stati Uniti in Medio Oriente, è la terza. Il Mar Rosso è poi una delle mete preferite dai turisti russi che affollano i circa cento voli che partono ogni settimana dai dintorni di Mosca per raggiungere caldo e mare egiziani.

Negli ultimi mesi, l’evoluzione delle rivolte arabe ha aiutato Mosca e il Cairo a trovare minimi comuni denominatori. Basta pensare al dossier siriano: le “nuove” autorità egiziane sono in linea con la diplomazia portata avanti dai russi. In aggiunta, Putin aveva in un certo modo anticipato il fallimento del movimento islamista della Fratellanza Musulmana – ora bandito in Egitto – includendolo nella lista nera delle organizzazioni terroristiche e offrendo una mano al Cairo nella lotta alle cellule estremiste nel Sinai.

Ciononostante, Mosca non è disposta a regalare armi, e le finanze egiziane sono in crisi. In tale contesto, i militari dovrebbero andare a batter cassa nel Golfo per racimolare i 2-4 miliardi di dollari necessari per aggiudicarsi qualche MiG; i sauditi però – soprattutto a causa del dossier siriano – non vedono di buon occhio i russi, tantomeno la loro influenza nella regione.

Anche qualora in Egitto arrivassero armi “Made in Russia”, difficilmente la cooperazione con Mosca sostituirebbe quella con Washington. Certo, Putin ha avuto molte meno remore a lodare Sisi e l’intervento con il quale i militari hanno rovesciato gli islamisti; ma i generali egiziani sanno che per mantenere relativamente stabile il paese non possono mettere in discussione l’appoggio degli Stati Uniti, che rimangano ancora dei donatori di primissima categoria. I sauditi elargiscono assegni da cifre impressionanti, ma ci sono seri dubbi sulla continuità del flusso di petrodollari.

Questa incertezza gioca a favore di Washington, che per ora non sembra preoccupata nel vedere le navi da guerra russe che approdano ad Alessandria. “Non siamo davanti a un aut aut, possiamo anche convivere con i russi”, spiega un funzionario della Casa Bianca che preferisce rimanere anonimo durante un suo passaggio al Cairo. In un’epoca in cui Russia e Stati Uniti non sono più potenze alternative in un gioco a somma zero, Obama non sembra cadere in quelle che appaiono come provocazioni egiziane. L’eventuale arrivo di qualche MiG da affiancare agli F16 non fa paura all’amministrazione statunitense.