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Il discorso troppo elettorale del presidente

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La visione economica presentata da Barck Obama nel discorso sullo Stato dell’Unione è stata da qualcuno definita “una retrograda, contraddittoria e confusa agenda per rilanciare la prosperità americana attraverso il mercantilismo”. L’autore della critica non è un “pundit” che si muove in quella irriducibile area libertaria che ha infiammato il mondo dei conservatori; Matthew Yglesias è, al contrario, un campione del pensiero liberal. Appartiene cioè a quel mondo che ha accolto l’arrivo di Obama con uno sventolio di palme e ora, di fronte al quarto Stato dell’Unione di questo presidente democratico, constata amaramente il divorzio fra le promesse e i fatti.

David Frum, ex speechwriter di George W. Bush, ha invece definito quello di Obama “lo Stato dell’Unione più liberal che si sia mai sentito”, e il New York Times ha osservato che il presidente ha deciso di “correre per la rielezione come un vociante populista di sinistra”: entrambe le considerazioni si appoggiano sulle iperboli di cui il presidente ha infarcito il discorso. La bandiera americana dei Navy Seals che hanno ucciso Osama Bin Laden, la segretaria di Warren Buffett che paga più tasse del suo capo, i privilegi dei miliardari, la necessità di protezione sociale, le storie di americani comuni stritolati dalla crisi e la montante paura dell’avanzata cinese (valvola di sfogo di tutti i mali): sono trovate retoriche che possono impressionare l’uditorio di un comizio nel Midwest, non il Congresso americano né osservatori democratici poco inclini alle concessioni come Yglesias. Ed è proprio a partire dalle critiche dei commentatori di sinistra che si capisce che Obama non ha pronunciato un solo discorso, ma almeno due in uno: due discorsi chiaramente distinguibili per tono, scopo e uditorio. Il primo riguarda la politica economica, il secondo la campagna elettorale.

Quello che vari osservatori di sinistra hanno attaccato in profondità è il primo, un coacervo di richiami alla “fairness” sociale e di condanne all’ineguaglianza attraversato da richiami filoprotezionisti in materia commerciale. Se la parte sul welfare convince i commentatori democratici, la condanna solenne della delocalizzazione e della concorrenza sleale dei mercati stranieri stona alle orecchie post-globalizzate e “mercatiste” dei progressisti americani. Diventa quasi grottesco se poi il presidente oppone alle diaboliche manifatture cinesi che uccidono il mercato “ogni imprenditore che aspira a diventare il prossimo Steve Jobs”. Il presidente, commenta Yglesias, “dev’essere l’unico in America a non aver letto l’articolo del New York Times in cui si spiega che i prodotti Apple sono costruiti in Asia”. 

Ross Douthat, columnist conservatore del New York Times, è arrivato da destra a conclusioni non dissimili, e ha parlato di una Amministrazione che è “meno anti-business di quanto credano i conservatori, ma meno pro-mercato di quanto credano i progressisti”. L’essenza dell’Obamanomics, spiega Douthat, consiste nel fatto che “il presidente vede la sua Amministrazione come la salvezza dell’imprenditoria americana, che altrimenti verrebbe superata, vinta e infine delocalizzata”.

Proprio sugli accenti mercantilisti e protezionisti dello Stato dell’Unione programmatico s’innesta il “discorso gemello” pronunciato dal presidente davanti al Congresso: quello elettorale. E’ un discorso che ha molti richiami a una più pesante tassazione dei ricchi in nome della giustizia sociale: l’approccio del “99 per cento”, lo ha definito il sito democratico Slate. Il presidente cerca così quel punto di equilibrio di cui William Galston ha scritto sul settimanale di sinistra The New Republic, poichè “deve rispondere alle preoccupazioni della middle class, ma senza innescare la paura della stessa middle class di misure redistributive che possano peggiorare la sua condizione”. L’Obama elettorale e populista, quello che invoca più spesa per l’educazione e per le infrastrutture, e che protegge i proprietari di case dall’aggressività delle banche, deve trovare un’armonia con il presidente chiamato ad agevolare la crescita con una chiara politica economica.

Ma è un equilibrio difficile da trovare: basta vedere come un giornale condiscendente con l’Amministrazione (ma non schiacciato sulle sue posizioni) come il New York Times ha accolto lo Stato dell’Unione. Sulle pagine del quotidiano, Mark Landler si è dedicato al gioco (non troppo difficile) di scovare nella filigrana del discorso il nome più presente e tuttavia mai citato, cioè Mitt Romney – l’avversario che la Casa Bianca giudica il più accreditato, nonostante l’inaspettata resurrezione di Newt Gingrich. Intanto, il board editoriale del New York Times scriveva che le proposte avanzate dal presidente sono in linea di principio sensate e in larga parte già note, ma quello che manca è un leader che guidi il paese verso la crescita. In sostanza, il registro elettorale ha finito per prendere il sopravvento su quello politico e sostanziale, e la cosa non è sfuggita nemmeno ai tifosi di Obama.