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Il Brasile come protagonista nella gestione della sfida climatica

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Che ci sia un legame tra il disboscamento del polmone verde del mondo, l’Amazzonia, e la crescita dei gas serra responsabili dei cambiamenti climatici è oramai un fatto assodato da tutta la comunità scientifica internazionale. Gli alberi – e l’Amazzonia è la foresta più grande al mondo – svolgono infatti la funzione, utilissima per preservare l’ambiente, di assorbire le emissioni di CO2 (anidride carbonica). Una recente ricerca dello scienziato Antonio Nobre, dell’INPE, l’Istituto brasiliano della ricerca spaziale, va però oltre, mettendo in correlazione diretta proprio il disboscamento dell’Amazzonia con la storica siccità di cui ha sofferto San Paolo negli ultimi dodici mesi e con la desertificazione di alcune zone sudorientali del Brasile nonostante esso sia, paradossalmente, il Paese che detiene le maggiori riserve idriche. Tra l’altro, in Brasile lo scorso anno le emissioni di CO2 sono aumentate per la prima volta dal 2004, proprio a causa del disboscamento.

Nello studio “Il futuro climatico dell’Amazzonia”, Nobre snocciola dati da far paura: “negli ultimi 40 anni” – spiega – “in Brasile abbiamo segato 42 miliardi di alberi, una media di 2.000 ogni minuto o, se preferite, 33 al secondo, ed il problema è che ogni albero tagliato in Amazzonia incide pesantemente sul clima”. Il motivo, anche qui, è semplice secondo l’autore. “Ogni albero antico produce qualcosa come mille litri di acqua al giorno e l’aria umida che prima veniva esportata nel Sudest del Brasile non c’è più, perciò quella zona si sta trasformando in un deserto”.

Dal canto suo, il governo brasiliano, che da un lato cerca di tranquillizzare la comunità internazionale con dati spesso discutibili e dall’altro tira in ballo la sovranità nazionale per evitare ingerenze esterne sulla gestione del polmone verde del mondo. I numeri scientifici raccolti da Nobre ci dicono intanto che “la velocità del disboscamento amazzonico in 40 anni è stata pari a quella di un trattore con una sega di tre metri che si sposta ad una velocità di 726km l’ora”. Insomma, come lui stesso lo definisce un “trattore della fine del mondo” che ha abbattuto alberi come se dovesse costruire “una strada larga due chilometri che collega la Terra con la Luna”.

A convincere Nobre a fare questa ricerca lo scorso anno è stato lo scioccante dato concreto sopra ricordato: manca l’acqua nel Paese che al mondo ne ha più di tutti, quel Brasile che può contare su oltre 8.300km cubi di acqua dolce, il 42% in più di tutta l’Europa, Russia compresa. E più di Stati Uniti e Canada messi assieme, che pure di fiumi ne hanno in abbondanza. E infatti da quasi un anno oramai gli 1,3 milioni abitanti di Guarulhos – la città che ospita nella sua periferia l’aeroporto internazionale di San Paolo – si vedono razionare l’acqua di notte. Il motivo è che il livello delle riserve idriche di Cantareira che rifornisce la megalopoli San Paolo è sceso all’inizio del 2015 sotto il 7% rispetto alla sua capienza complessiva. Un problema grave: gli esperti temono infatti che se non pioverà molto nei prossimi 12 mesi, di qui ad un anno la terza maggiore area metropolitana al mondo con 20 milioni di abitanti potrebbe trovarsi addirittura senz’acqua.

Non era mai accaduto da 70 anni a questa parte che il Brasile dovesse affrontare una crisi idrica di questa portata e la principale causa del problema è l’aumento delle temperature nella regione semi-arida centro-meridionale, che ha fatto seccare i fiumi e morire di sete il bestiame. Le foto pubblicate dalla stampa locale sono impressionanti e la desertificazione del territorio avanza a tal punto che sembra di essere nel Sahel piuttosto che nel Paese più ricco di acqua dolce al mondo. A peggiorare la situazione, quest’anno ha piovuto quasi la metà della media stagionale in queste regioni che sono il fulcro produttivo del Paese e includono da sole il 40% della popolazione brasiliana, circa 80 milioni di persone.

“Stiamo andando al macello” allerta Nobre. Anche per questo, una rete di associazioni della società civile di tutti i paesi amazzonici sudamericani (l’ARA, acronimo che sta per Articolazione Regionale Amazzonica) ha commissionato allo scienziato dell’INPE la ricerca. Da essa si evince che, oramai, per rovesciare la tendenza non sarà solo necessario che si ponga fine al disboscamento (anche quello consentito dal Nuovo Codice Forestale brasiliano), ma che si intraprenda un vero “sforzo di guerra” per ripiantare parte degli alberi abbattuti e restaurare l’ecosistema. “Gli agricoltori con una coscienza, se sapessero ciò che sa la scienza”, conferma Nobre, “scenderebbero in piazza esigendo dal governo la protezione delle foreste”.

Purtroppo non è così e se l’ultimo vertice sui cambiamenti climatici dell’ONU tenutosi a Lima – al di là delle parole – non ha fatto che rinviare ogni decisione vincolante al summit di quest’anno a Parigi, anche il governo brasiliano non sembra percepire questa urgenza. Basti pensare alla decisione della presidente Dilma Rousseff (riconfermata lo scorso ottobre) di scegliere Katia Abreu come Ministro dell’Agricoltura. Da sempre la Abreu difende gli interessi delle multinazionali del cosiddetto agro-business, il settore che annovera tra le sue fila corporations del calibro di Monsanto, Syngenta, Pioneer – le tre regine planetarie delle sementi OGM – di Cargill, Bunge e Archer Daniels Midland – i tre giganti della soia, che in Brasile è ormai al 100% geneticamente modificata – e della JBS Friboi, la leader mondiale della carne. E, naturalmente, anche gli interessi dei grandi latifondisti, dal momento che la stessa Abreu è una di loro, possedendo 2500 ettari di terra improduttiva nel Tocantins, una delle regioni del Brasile più devastate.

La Abreu ha un CV che parla da solo. Non a caso nel 2009 Greenpeace l’aveva “premiata” con il titolo “onorifico” di “Miss Desmatamento”, che tradotto in italiano vuol dire “Miss Disboscamento”, in quanto – questa fu la motivazione – “simbolo del modello di produzione predatoria ed insostenibile che stimola direttamente la distruzione delle foreste”. Il perché è presto detto, questa senatrice – oggi ministro ma che aspira a diventare presidente – l’anno prima era stata la prima firmataria e relatrice del Decreto Legge 458, tristemente noto come il Decreto del “grilagem”, come si definisce l’invasione illegale di terre amazzoniche in portoghese. L’Amazzonia e il mondo sono avvisati.