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Il braccio di ferro sugli OGM e le ragioni del “no”

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È un braccio di ferro che dura da decenni. Oggetto del contendere, gli OGM, Organismi Geneticamente Modificati, ovvero esseri viventi il cui patrimonio genetico viene alterato artificialmente tramite l’aggiunta, la modifica o l’eliminazione di elementi genici (dato che OGM e transgenici non sono davvero sinonimi, si usa talvolta il termine GE – genetically engineered). In concreto, si tratta principalmente di coltivazioni di soia, mais (soprattutto per uso animale) e patate modificate con tecniche di ingegneria genetica. Queste colture si estendono ormai su un centinaio di milioni di ettari, concentrate al 99% in USA, Canada, Sud America, Cina, India e Sud Africa. Molto più resistente alla penetrazione l’Europa, dove le coltivazioni OGM sono ammesse in pochi Stati, Spagna in testa, e sono di scarso rilievo.

A sostegno, vi sono anzitutto una manciata di multinazionali, Monsanto in testa, confortate da una schiera di scienziati convinti delle presunte “virtù” degli OGM e seguite da milioni di agricoltori sedotti dai “semi del futuro”; recisamente contro, una costellazione di organizzazioni ambientaliste, agricole e di difesa dei consumatori e dei diritti dei cittadini. Una battaglia tipica del conflitto sempre più aspro e diffuso tra corporate power e citizen power, come lo definiva Ralph Nader, leader dei Verdi USA e candidato alla presidenza nella tornata elettorale che vide la sconfitta di Al Gore nel 2000.

Per capire le ragioni del “No”, sarà utile fare appello al recente rapporto sugli OGM diffuso nell’ottobre 2013 da un folto gruppo di organizzazioni guidate da Navdanya International, associazione a tutela della biodiversità e della food democracy fondata nel 1991 dalla famosa scienziata e ambientalista indiana Vandana Shiva (autentico guru del movimento ecologista e contadino mondiale). Tra le altre “firme” di rilievo, il Center for Food Safety, la International Commission on the Future of Food and Agriculture e, per l’Italia, l’AIAB, che riunisce gli agricoltori biologici della penisola.

Il verdetto? “Gli OGM in agricoltura sono un fallimento totale. Non hanno aumentato la produzione né ridotto l’uso di sostanze chimiche, come avevano promesso, ma continuano ad arrecare ferite all’ambiente e ad impoverire milioni di contadini.” Per Navdanya e per i suoi sostenitori, l’alternativa sta nella ricerca della fertilità della terra “in armonia con la natura, utilizzando la ricchezza delle varietà esistenti”, nella difesa del libero accesso alle sementi (Navdanya ha già creato 55 banche dei semi mobilitando 500.000 agricoltori in tutto il mondo, fornendo gratuitamente i semi e promuovendo la riconversione ecologica delle coltivazioni). E soprattutto nella tutela della food democracy, tassello fondamentale della democrazia tout court contro lo strapotere di poche multinazionali che mirano al controllo totale del settore agroalimentare mondiale (nel campo delle sementi, ad esempio, Monsanto ha in mano il 23% della proprietà globale delle sementi, seguita da Dupont con il 15% e dalla svizzera Sygenta con il 9%).

Per provare che i seguaci del vangelo OGM propugnano “false promesse” e promuovono “tecnologie fallimentari”, (questo il sottotitolo del documento) il rapporto analizza, con dovizia di dati e informazioni tratti da decine di studi scientifici e ricerche economico-sociali, le “illusioni” alimentate dai promotori del GE. La prima, e forse la più ambiziosa: gli OGM possono “nutrire il mondo”, combattendo la fame e la povertà. Per niente, ribattono i detrattori: i raccolti non sono aumentati come vantano le multinazionali. Seguono valanghe di esempi (uno per tutti: il raccolto di cotone OGM, che secondo la Monsanto avrebbe dovuto essere di 1500 kg per acro, in realtà non supera i 400-500).

Seconda illusione: gli OGM sono un utile strumento di controllo di insetti dannosi e delle “erbacce”. Al contrario, rispondono gli oppositori sciorinando dati raccolti in tutto il mondo, gli OGM causano resistenza e tolleranza ai pesticidi e agli erbicidi, costringendo così gli agricoltori ad usare dosi sempre più massicce di prodotti chimici, dannosi per l’ambiente e la salute. Senza peraltro riuscire ad arginare l’invasione di insetti e di erbacce; (ad esempio, 15 milioni di acri conquistati da superweeds resistenti al noto e contestato erbicida Round Up della Monsanto, sparso sul 70% delle coltivazioni di granturco e cotone negli USA.

Quanto alla presunta sicurezza per la salute dei cibi OGM, il rapporto cita studi scientifici indipendenti che puntano il dito su danni ad organi vitali come fegato e reni, sulla crescita abnorme di allergie e su una serie di rischi per la salute dei consumatori, ricordando che anche la WHO (Organizzazione Mondiale per la Salute) invoca in merito il principio di precauzione.

C’è poi la possibilità di una “coesistenza pacifica” tra OGM e agricoltura convenzionale, asso nella manica anche delle politiche della Commissione europea in materia. Ciò a fronte della strenua resistenza di gran parte degli Stati membri e dei cittadini dell’UE di fronte alla penetrazione degli OGM in agricoltura e come via d’uscita alle controversie in corso – ultima in ordine di tempo quella sulla semina di Mais Mon810 in Friuli Venezia Giulia, su cui si accapigliano Regione, ministeri competenti e istituzioni europei. Su questo sfondo, Navdanya mette in luce il pericolo di “inquinamento genetico”, che costituisce una minaccia gravissima per la biodiversità del pianeta e per l’ambiente naturale.

Non basta separare i campi, ammonisce il rapporto, perché vento e insetti possono, tramite l’impollinazione, contaminare le colture tradizionali anche a diversi chilometri di distanza (seguono nutriti elenchi di casi del genere già verificatisi in tutto il pianeta).

Infine, il dito sulla piaga. La verità, sostengono gli avversari degli OGM, è che la diffusione del transgenico è strettamente legata ai brevetti sulle sementi; anzi, la vera ragione per cui gli OGM vengono promossi è proprio quella di arrivare al controllo del mercato delle sementi, negandone il libero accesso agli agricoltori e ai contadini del pianeta. Le colture geneticamente modificate, dunque, come tassello di una più ampia strategia che mira, a livello globale, al monopolio del settore agroalimentare, snodo cruciale per rafforzare il potere economico e finanziario delle corporation in gioco.

“Le multinazionali le provano tutte per arrivare a privatizzare e per trasformare in merce le risorse naturali e gli ecosistemi del pianeta” accusa senza mezzi termini Vandana Shiva.

Per il vasto schieramento anti-OGM, dunque, il conflitto sui cibi transgenici e sulle coltivazioni geneticamente modificate è innanzitutto una “questione di democrazia”: il punto centrale è che la società sta rapidamente perdendo la libertà di accesso alle sementi e la sovranità alimentare.

In parole semplici, i cittadini perdono un diritto che nei secoli avevano sempre conservato e dato per scontato: il diritto di sapere quel che mangiano e di scegliere liberamente quel che mangiano.

Se davvero, come sosteneva Feuerbach, l’uomo è ciò che mangia, non deve stupire che molti agricoltori, cittadini e consumatori temano “il cibo di Frankenstein”. E non siano disposti a vivere in questo “ottavo giorno della Genesi” in cui i demiurghi di multinazionali al di fuori di ogni controllo mirano a trasformare in merce i codici genetici, la sostanza stessa della vita.