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I veti incrociati di Copenaghen e il nuovo ordine mondiale

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La conferenza internazionale di Copenaghen, oltre a confermare le previsioni più negative sul suo esito immediato, ha ribadito la debolezza dell’UE a livello internazionale e l’ormai completo superamento dell’ordine mondiale “post-1989”. La stesura dell’accordo dei cinque (Brasile, Cina, India, Stati Uniti e Sud Africa) ha irritato i paesi africani e sudamericani, che hanno deciso di “prenderne nota”, ma ha soprattutto umiliato la diplomazia europea, escludendola dai negoziati finali. Il rinvio alla conferenza di Città del Messico del dicembre 2010 lascia teoricamente aperta la porta alla stesura di un accordo vincolante; ma intanto il fallimento di Copenaghen rilancia con forza l’ipotesi, per la UE e gli USA, di introdurre una “carbon tariff” come misura a tutela delle proprie industrie.

Il peso dei veti incrociati
Il testo negoziato dai cinque é figlio dei veti incrociati di alcuni paesi-chiave, interessati a sostenere le proprie industrie “energivore” in vista della possibile ripresa economica di fine 2010, piuttosto  che puntare a sviluppare la tanto decantata “rivoluzione verde”.

Il veto principale è stato obiettivamente quello posto dalla Cina: il governo di Pechino ha espressamente rifutato l’introduzione di meccanismi di controllo e verifica sull’effettiva riduzione delle emissioni di C02, rendendo assai più difficile per l’amministrazione Obama far approvare dal Congresso il provvedimento (”American Clean Energy and Security Act”, o ACES) che mira  a ridurre del 17% le emissioni entro il 2020 rispetto al 2005. Dopo il grande sforzo compiuto dal Presidente per la riforma sanitaria, l’incombere delle elezioni di medio termine a novembre di quest’anno rischia di limitare ulteriormente la libertà di manovra dell’amministrazione, vista l’esigenza di mantenere i consensi tra i Democratici.

In secondo luogo, su pressione di Cina, India e Sud Africa, nell’Accordo di Copenaghen non é stato inserito alcun obiettivo concreto di riduzione delle emissioni, se non un vago riferimento alla necessità di limitare a due gradi centrigradi l’aumento della temperatura terrestre entro il 2050.

Inoltre, è rimasto irrisolto il nodo del finanziamento ai paesi in via di sviluppo, ai quali vengono genericamente riconosciuti 30 miliardi di dollari per il periodo 2010-2012 ed altri 100 miliardi all’anno per il periodo successivo, senza pero’ definire chiaramente le modalità di allocazione dei fondi e l’ente che li gestirà. A tale proposito si è registrato l’ostracismo di molti paesi e lobby occidentali: Paesi dell’Est Europa in primis, ma anche lobby siderurgiche americane e tedesche. Questi attori sono ovviamente restii a finanziare la conversione verso economie a basso carbonio per i paesi asiatici ed africani, che sono concorrenti diretti di molti settori industriali occidentali a basso valore aggiunto.

La UE ridimensionata nel nuovo ordine mondiale
L’esito della  conferenza ha visto il completo fallimento della strategia dell’Unione europea, tenuta all’oscuro dei negoziati riservati e poi messa davanti al fatto compiuto. Sebbene il Presidente della Commissione, Manuel Barroso, abbia più volte sottolineato come i leader europei siano stati presenti alla conferenza fino all’ultimo, la decisione di Obama di negoziare direttamente con le economie emergenti sottolinea una volta di più come l’Unione non sia più considerata un interlocutore cruciale per l’America sulle grandi sfide mondiali che caratterizzeranno i prossimi decenni. Ciò perfino in un settore in cui la UE viene vista da molti – oltre che da se stessa – come un vero leader mondiale. La mancata firma di un accordo vincolante é stata una chiara sconfitta non solo per l’Europa politica, ma anche per l’economia europea. Infatti l’industria verde (in particolare quella spagnola e tedesca) e i gruppi finanziari e assicurativi, già intenti a elaborare nuovi derivati sulle quote di emissione C02 previsti dal meccanismo di scambio delle quote di emissione, vedevano grandi opportunità economiche in un accordo internazionale.

La Cancelliera tedesca Angela Merkel, padrona di casa del futuro summit intermedio di Bonn (giugno 2010) è indicata da molti come l’unico leader europeo in grado di traghettare l’UE nei negoziati ristretti a cinque. La Merkel ha così rilanciato, nei giorni immeditamente successivi la conferenza di Copenaghen, la necessità di un accordo vincolante da adottare entro fine 2010. Tuttavia l’assegnazione ad Abu Dahbi, anzichè a Bonn, dell’Agenzia Internazionale per le Energie Rinnovabili e proprio il fallimento della strategia europea a Copenaghen, in buona parte influenzata dall’esecutivo tedesco, sottolineano le debolezze della diplomazia verde tedesca. La perdita della leadership europea sulle politiche climatiche è probabilmente irreversibile.

Una strategia europea difensiva: la carbon tariff
A questo punto, si devono considerare scarse le possibilità che nei prossimi 12 mesi si registrino nei negoziati progressi tali da permettere la firma di un nuovo accordo internazionale. I maggiori paesi inquinanti sono profondamente divisi; la UE, i paesi africani e sudamericani sono gli unici sostenitori dell’approccio multilaterale proprio del Protocollo di Kyoto, ma sembrano incapaci di fare sistema e cercare soluzioni pragmatiche da proporre ai principali interlocutori; molte industrie occidentali dell’old economy temono la competizione dei paesi asiatici mentre le economie emergenti intendono preservare i loro tassi di crescita; è intanto chiara la preferenza americana e indiana per la firma di accordi bilaterali o trilaterali.

Un tale scenario complessivo apre la porta a iniziative nazionali su base volontaria che vedrebbero molto probabilmente le economie emergenti dotarsi di obiettivi irrisori per la riduzione delle emissioni a fronte dell’impegno concreto dell’UE di ridurre del 20% le proprie emissioni.

Alla luce di tale situazione, la UE avrebbe molti incentivi per passare da una strategia offensiva, che l’ha vista adottare il proprio “pacchetto clima” nella convinzione di poter indurre anche gli altri attori internazionali a dotarsi di misure analoghe, ad una più difensiva. Una strategia difensiva potrebbe basarsi sull’adozione a livello interno della carbon tariff, considerata da molti come un’opzione “meno peggiore” e dunque certo non ideale, per preservare le proprie imprese dalla competizione sleale dei prodotti provenienti da paesi privi di legislazioni ambientali paragonabili. Sebbene il rischio di una nuova guerra commerciale sarebbe presente, l’introduzione di tale tariffa permetterebbe tuttavia ai paesi europei (e agli Stati Uniti, qualora adottassero l’ACES) di disporre di un ingente gettito fiscale da reinvestire per finanziare la rivoluzione verde. Ciò stimolerebbe l’economia nella fase di uscita dalla crisi, inducendo forse le stesse economie emergenti a considerare l’adozione di legislazioni ambientali paragonabili a quella europea. Se ben congegnato e attuato con la dovuta prudenza, questo meccanismo potrebbe davvero rivelarsi un caso di leadership sul piano globale.