international analysis and commentary

I problemi di coalizione del nuovo governo tedesco

179
A meno di cento giorni dal suo formale insediamento, il nuovo esecutivo giallo-nero pare già  agonizzante. Dalla politica estera alla gestione dei conti pubblici, passando per la riforma della sanità non v’è ambito dell’agenda politica tedesca che non sia diventato terreno di scontro all’interno del secondo gabinetto Merkel. Che la strada fosse in salita lo si era intuito già al momento delle trattative di coalizione, quando CDU, CSU ed FDP partorirono un compromesso dagli accenti molto vaghi, che rinviava in sostanza al futuro la discussione vera e propria sul programma di governo.

I nodi sono così venuti al pettine con il trascorrere dei mesi. Mentre in autunno a tenere banco è stato soprattutto l’Afghanistan, dopo l’approvazione della cosiddetta “legge di accelerazione della crescita” il dibattito si è ricalibrato sulla mai sopita questione dei tagli alle imposte e del deficit di bilancio.

L’imbroglio afghano
Le prime crepe nella già fragile parete governativa si sono aperte a fine novembre, con il surreale rimpasto consumatosi in seguito alle dimissioni del Ministro del Lavoro (ed ex titolare della Difesa) Franz-Josef Jung (CDU), accusato di aver cercato di celare all’opinione pubblica la presenza di vittime civili a seguito del raid NATO a Kunduz il 4 settembre scorso. Di lì in poi, anziché chiudersi, il caso delle informazioni realmente giunte in possesso dell’esecutivo rosso-nero si è arroventato. Alla fine, poco prima di Natale, si è insediata la commissione d’inchiesta, fortemente voluta dall’opposizione per far luce sulle eventuali responsabilità di Cancelleria, Auswärtiges Amt (la Farnesina tedesca), nonché del popolare neo-Ministro della Difesa Karl-Theodor Zu Guttenberg (CSU). Quest’ultimo, sottoposto ad un fuoco incrociato di attacchi da parte di verdi e socialdemocratici, avrebbe proseguito nell’informare scorrettamente il Parlamento, pur essendo anch’egli (come il suo predecessore) venuto a conoscenza con largo anticipo della presenza di numerosi civili fra le vittime di Kunduz. Altrettanto oscuro resta ad oggi il ruolo giocato dalla Cancelliera in questo singolare black-out informativo. Le difficoltà manifestate su questo fronte assai delicato, sommate alle richieste sempre più pressanti da parte di NATO e USA di incrementare il contingente, hanno in breve tempo tramutato l’Afghanistan nel principale incubo del nuovo governo. Incubo reso di ancor più difficile soluzione, se si tiene conto della discrasia di posizioni registrate in questi mesi ai vertici della politica estera tedesca.

La concorrenza tra Zu Guttenberg e il Ministro degli Esteri liberale Westerwelle, combinata alla machiavellica inazione della signora Merkel, ha spesso prodotto un cortocircuito di dichiarazioni tra loro poco compatibili. L’ultimo esempio risale a qualche giorno fa, quando contrariamente a quanto prospettato da Zu Guttenberg, Westerwelle avrebbe minacciato di non partecipare alla conferenza sull’Afghanistan in programma a Londra a fine gennaio, qualora l’unica preoccupazione del vertice fosse stata quella di convincere Berlino a stanziare almeno altri 2000 soldati nel nord del paese.

Va detto che Zu Guttenberg (per il quale la CSU ha proposto di recente la carica di Vicecancelliere a fianco dello stesso Westerwelle) era stato il primo a prodursi in esternazioni particolarmente controverse, sostenendo che si dovessero fissare date certe sul ritiro delle truppe e che al fine di sbloccare la situazione fosse necessario intavolare una trattativa anche con i talebani. In ogni caso, la costante ricerca della telecamera da parte dei due membri dell’esecutivo giallo-nero ha sinora sortito il paradossale effetto di destabilizzare il baricentro della diplomazia tedesca, rimasto dritto persino nella passata legislatura di unità nazionale.

Ne è un’ulteriore dimostrazione la querelle nata intorno alla figura di Erika Steinbach, presidente dal 1998 del Bund der Vetriebenen (BdV), la lega che difende gli interessi di quei profughi tedeschi che dopo la seconda guerra mondiale furono brutalmente espulsi dalle terre dell’ex-Reich. Ebbene, l’iniziativa congiunta tedesco-polacca, intesa a realizzare un centro di documentazione che crei le basi per una memoria condivisa e una definitiva riappacificazione tra i due paesi, si è scontrata con la decisione della BdV di nominare tra i membri che presiederanno la nuova fondazione anche la signora Steinbach, già da tempo invisa ai polacchi per le sue posizioni revisioniste sull’opportunità di tracciare la linea Oder-Neiße. Lo stallo, peraltro già in atto da un anno abbondante, ha subìto una grave radicalizzazione, allorché il Ministro degli Esteri ha pubblicamente invitato il BdV a ritirare la candidatura, in quanto tale da “compromettere i nostri buoni rapporti con Varsavia”. Il gesto di Westerwelle, apprezzato in Polonia, non è però piaciuto ai cristiano-sociali bavaresi e ad alcuni esponenti democristiani, che hanno stigmatizzato l’ingerenza di un politico nelle legittime decisioni di un ente privato. La diatriba si è protratta a suon di interviste, smentite e chiarimenti. Allo stato attuale la signora Steinbach, che è anche impegnata nelle file della CDU, avrebbe ventilato la possibilità di fare un passo indietro, qualora il BdV riceva un peso maggiore all’interno della nuova fondazione.

Il dilemma del deficit
Anche il capitolo economico non sembra aver preso una buona piega. La pesante eredità dei due pacchetti congiunturali ha fatto precipitare la situazione dei conti pubblici, che stando alle stime del precedente governo di Große Koalition avrebbero dovuto essere completamente sanati entro il 2011. Ad oggi le previsioni per l’anno in corso vedono un indebitamento pari a circa 86 miliardi di euro, cui si devono aggiungere i 14 miliardi collocati nel cosiddetto “bilancio-ombra” (Schattenhaushalt) utilizzati per il salvataggio delle banche e il sostegno all’economia. Una somma di 100 miliardi che ha allarmato l’establishment economico tedesco, anche alla luce della recente introduzione in Costituzione del cosiddetto “Schuldenbremse”, il freno ai debiti strutturali la cui cogenza per la federazione è prevista a partire dal 2016. A ciò si aggiunge un drastico calo del prodotto interno lordo nell’anno passato (-5%) e una brusca frenata delle entrate fiscali (la prognosi parla di 524 miliardi contro i 561 del 2008). Ad aver finora tenuto, anche grazie all’allungamento dei tempi per usufruire della cosiddetta “settimana corta”, è stato il mercato del lavoro. Non è escluso però che la situazione precipiti nei prossimi mesi. Alla luce di tutto ciò, il governo ha comunque presentato una proposta di legge di prima riduzione della pressione fiscale. Il testo è stato inizialmente criticato dalla CSU e persino da molti governatori regionali a capo di esecutivi giallo-neri (non da ultimo lo Schleswig-Holstein) in ragione dell’ulteriore buco – di circa 2,5 miliardi – che un simile insieme di misure avrebbe provocato nei bilanci dei Länder. La manovrina prevede un’esenzione fiscale più generosa per le famiglie con figli a carico, una revisione più favorevole alle imprese della tassazione corporate e della tassa di successione (già modificate nella passata legislatura), una riduzione dell’aliquota IVA sul settore alberghiero (dal 19% al 7%).

La “legge di accelerazione della crescita” è infine stata votata a maggioranza anche dal Bundesrat, in cambio dell’assicurazione ricevuta da diverse regioni di poter confidare su trasferimenti federali in materia di investimenti in scuola ed università. Dal lato della spesa, cresciuta anche negli anni di grande coalizione, il governo ha invece finora tentennato e al di là di qualche annuncio del Ministro delle Finanze Schäuble (CDU) non si è andati. Se si considera poi che per l’anno venturo i liberali dell’FDP vorrebbero mettere in pratica quanto genericamente statuito nel patto di coalizione (Koalitionsvertrag), ovvero una riduzione generalizzata delle tasse per circa 24 miliardi, si può facilmente comprendere il motivo che ha portato il 58% dei tedeschi a rispondere di non desiderare tagli fiscali al sondaggio realizzato la scorsa settimana dall’emittente televisiva ARD. L’impressione che il governo navighi a vista e senza una strategia precisa in attesa delle consultazioni del prossimo maggio nel popoloso Land del Nordreno-Westfalia è confermata dalle critiche rivolte nei giorni passati da alcuni membri regionali della CDU allo stile della Cancelliera, maestra nel sottrarsi alla discussione quando le cose si complicano. L’attendismo, coniugato all’amore per compromessi al ribasso quale strategia di risoluzione dei problemi, sembra tra l’altro non piacere neanche più ai tedeschi, se è vero che per la prima volta dopo alcuni anni la signora Merkel non è più in cima alla classifica dei politici più popolari.