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I summit nel Pacifico: un pareggio di massima tra USA e Cina

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Stati Uniti e Cina, Barack Obama e Xi Jinping, “Pivot to Asia” contro “Sogno dell’Asia-Pacifico”. Il viaggio di otto giorni (9-16 novembre) che ha portato il Presidente americano in Cina per il summit APEC, in Myanmar, e in Australia per il G20, si può analizzare nel quadro di un confronto tra le due economie più floride del mondo – peraltro fortemente interdipendenti tra loro. Se non sono mancati i punti di attrito, dai quali Pechino è sembrata uscire vittoriosa rispetto a Washington, non bisogna però dimenticare le convergenze importanti che i due Paesi hanno trovato su argomenti cruciali che segneranno gli ultimi due anni dell’amministrazione Obama.

Lasciatosi alle spalle la cocente sconfitta alle elezioni di midterm, il Presidente americano è partito alla volta di Pechino con diversi obiettivi, in parte interconnessi. Il primo era fare passi avanti nella realizzazione del TPP (Trans-Pacific Partnership), l’accordo commerciale tra 12 Paesi della regione e delle Americhe, senza Pechino, che contenga proprio l’ascesa cinese eliminando i dazi sui principali beni scambiati e fissando standard stringenti per quanto riguarda tutela di lavoratori, proprietà intellettuale e ambiente. Il secondo obiettivo era raggiungere un’intesa di massima che serva da base per lo sviluppo dei rapporti bilaterali tra USA e Cina nei prossimi due anni. Altrettanto rilevante era il tentativo di spingere complessivamente i Paesi asiatici ad essere maggiormente coinvolti nella risoluzione dei problemi di governance mondiale. Infine, Washington intendeva confermare la nuova crescita dell’influenza militare americana in Asia. Un interesse decisamente più specifico, ma altamente simbolico, era quello di incoraggiare il Myanmar a non abbandonare i tanti passi positivi compiuti verso la democrazia negli anni scorsi; un interesse americano suggellato dall’incontro con l’eroina della resistenza pacifica, Aung San Suu Kyi.

Obama si era anzitutto prefissato dunque il difficile obiettivo, condiviso peraltro da tutti i partner americani nella regione, di contenere e responsabilizzare allo stesso tempo la Cina. Il piano è riuscito solo in parte. Tra le note positive c’è sicuramente l’accordo stretto da Obama e Xi sul clima. Stati Uniti e Cina, che da soli producono il 45% delle emissioni mondiali di gas serra, hanno promesso di ridurre le emissioni del 25-28% rispetto ai livelli del 2005 entro il 2025 (Washington) e di fermarne l’aumento entro il 2030, incrementando del 20% l’utilizzo di energie pulite (Pechino). Se la volontà espressa di combattere il cambiamento climatico è importante, non bisogna dimenticare che la realizzazione dell’accordo “sarà molto dura”, per dirla con Michael Levi del Council of Foreign Relations. Obama, infatti, per raggiungere i target prefissati avrà bisogno di approvare nuove leggi. Ma Camera e Senato sono nelle mani dei Repubblicani, che hanno già dichiarato di non avere alcuna intenzione di frenare l’economia per raggiungere obiettivi ambientali, per quanto importanti.

La Cina, per parte sua, essendo tuttora uno Stato autoritario non ha gli stessi problemi di politica interna ma dovrà fare i conti con le resistenze dei funzionari locali, il cui primo interesse è centrare risultati ambiziosi di crescita economica (in una fase di relativo rallentamento). E se si considera che l’economia cinese si basa per quasi il 90% sui combustibili fossili, conciliare crescita e riduzione delle emissioni sarà molto difficile. I giornali vicini al Partito Comunista non hanno quasi parlato dell’accordo raggiunto: la popolazione cinese, infatti, in questo momento è più interessata all’abbattimento dell’inquinamento che al contenimento del riscaldamento globale. Se anche l’accordo definito “storico” dovesse rivelarsi non così importante come annunciato, Obama ha comunque fatto registrare passi vanti dal punto di vista climatico promettendo di devolvere tre miliardi di dollari al fondo verde per il clima delle Nazioni Unite e convincendo il Giappone a contribuire con 1,5 miliardi.

Se poi la visita asiatica non ha registrato concreti progressi verso la realizzazione del TPP, Obama ha strappato a Pechino importanti accordi su visti, commercio, cyber spionaggio e collaborazione militare Obama e Xi, che a Pechino hanno cenato insieme per cinque ore, istituiranno un meccanismo per informarsi prontamente sulle rispettive operazioni militari e un codice di condotta in caso di incontri tra veicoli militari in aria o in mare; hanno raggiunto un’intesa sull’eliminazione delle tariffe sui prodotti tecnologici, sull’aumento dei visti concessi da Pechino per gli Stati Uniti (che da parte loro concederanno una maggiore durata) e sulla lotta allo spionaggio informatico.

Anche Xi Jinping non è rimasto con le mani in mano. Quest’anno la Cina ospitava l’APEC, forum composto da 21 Paesi con lo scopo di promuovere la cooperazione economica tra gli Stati membri, e che rappresenta quasi il 50% del commercio mondiale. Pechino, per rispondere al TPP americano, ha rilanciato l’idea della FTAAP (Free Trade Area of the Asia Pacific), un’area di libero scambio sulla quale è stato raggiunto un accordo per condurre uno “studio strategico collettivo”, anche se ancora presto per dire se il progetto verrà realizzato. Xi ha comunque impressionato il suo uditorio promettendo nei prossimi 10 anni 1.250 miliardi di dollari di investimenti cinesi e lanciando, come strategia di comunicazione, il “Sogno dell’Asia-Pacifico”: sulla falsariga dello slogan “Sogno cinese”, coniato per il proprio Paese, l’idea si basa su un futuro di pace e sviluppo comune. Il Presidente cinese ha infine dichiarato che il suo Paese investirà 40 miliardi di dollari per collegare dal punto di vista infrastrutturale Cina ed Europa con una via terrestre (che dovrebbe ricalcare l’antica Via della seta) e una marittima.

Xi ha segnato anche punti importanti nelle relazioni bilaterali intra-asiatiche: dopo essersi fatto fotografare (con un’espressione poco gioviale in volto) mentre stringeva la mano al Primo Ministro giapponese Shinzo Abe, con cui è in rotta per le contese marittime nel Mar Cinese, ha firmato un importante accordo di libero commercio con la Presidentessa della Corea del Sud Park Geun-hye. Il patto eserciterà una certa pressione su Taiwan per quanto riguarda la riunificazione, visto che il 77% delle esportazioni sudcoreane e taiwanesi si sovrappongono e l’accordo tra Pechino e Seul farebbe diminuire le esportazioni e dunque il PIL taiwanese. Al contempo, anche le importazioni cinesi da Taiwan diminuirebbero, secondo le prime stime, di circa il 5%.

Infine, nonostante le pressioni della maggior parte dei Paesi del Sudest asiatico, la Cina durante i summit APEC e ASEAN, che si è tenuto in Myanmar dall’11 al 13 novembre, è riuscita a non fare alcuna concessione sulle contese nel Mar Cinese meridionale e orientale. È quindi probabile che non muterà il suo atteggiamento piuttosto aggressivo.

Sia Obama che Xi hanno ottenuto, almeno in parte, ciò che volevano: il primo ha rinnovato l’impegno americano in Asia e posto le basi per un rapporto di maggiore collaborazione tra Washington e Pechino; il secondo ha ottenuto risultati importanti in politica estera, dimostrando di avere una visione a tutto tondo del futuro dell’Asia e mantenendo il suo ruolo di potenza centrale nella regione – sebbene in condominio con gli Stati Uniti. Nessun knock-out dunque, né da una parte né dall’altra. Ma se l’incontro tra i due Presidenti dovesse essere deciso ai punti, Xi ne otterrebbe qualcuno in più.