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I repubblicani divisi di fronte allo State of the Union

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Nell’ultima settimana i commentatori televisivi americani si sono divertiti a correggere il singolare in plurale: ogni volta che veniva citata “la risposta” dei repubblicani al discorso sullo Stato dell’Unione, qualcuno ricordava che erano “le risposte”. In effetti, le forze del GOP hanno scelto di fare il tradizionale rebuttal in due round: uno a cura del partito ufficiale, l’altro del Tea Party. Per giorni il leader repubblicano al Senato, Mitch McConnell, ha continuato a dichiarare che il doppio discorso “non rappresenta una divisione del partito”; ha anzi tentato di convertire gli attriti interni in un fruttuoso pluralismo d’idee nel campo conservatore. Ma la divisione c’è, e si vede.

Al discorso sullo Stato dell’Unione pronunciato da Barack Obama – discorso di taglio centrista, espressione di un’agenda politica disegnata per guadagnare il consenso dei moderati – ha risposto ufficialmente il capo della commissione bilancio della Camera, Paul Ryan. È un personaggio noto a Washington come “l’uomo dell’accetta”, perché a lui spetta l’incarico di fare i sontuosi piani di taglio della spesa pubblica tanto agognati dall’elettorato durante l’ultima campagna elettorale. Ryan è uno dei volti nuovi del GOP: un brillante economista che si è guadagnato l’attenzione sulla scena politica con la sua “Roadmap for America’s future”, un progetto di riabilitazione dell’economia basato proprio sul taglio della spesa pubblica. Il rebuttal era dunque la sua occasione per misurarsi con l’arte oratoria agli occhi dell’America, visto che il per il discorso dello Stato dell’Unione (e quindi per la replica) non basta giustapporre il freddo resoconto dell’anno passato, la rassegna delle promesse mantenute e incollare i buoni propositi politici per l’anno che verrà: occorre colpire l’audience e farsi capire. Occorre trovare l’equilibrio fra il registro pragmatico e quello evocativo, offrire prospettive di ampio respiro e – se possibile – tentare di scaldare i cuori degli americani. A Paul Ryan questo non è riuscito. Per il suo breve discorso ha scelto il tono accademico, distillando numeri e tabelle per dimostrare che la ricetta dell’amministrazione per fronteggiare la situazione economica non ha fatto che aggravare lo scenario: ”Il presidente Obama ha decretato l’aumento del 25% della spesa pubblica interna, una cifra che arriva all’84% se si includono gli stimoli economici”. Se la pars destruens di Ryan ha dalla sua la forza dei numeri, l’illustrazione del “nuovo corso repubblicano” è la sintesi delle parole d’ordine che i repubblicani hanno cavalcato negli ultimi mesi. Con il triplo we believe ha così sottolineato l’importanza del ruolo del governo per poi ricordare un principio ispiratore della nazione: “La libertà individuale impone che il ruolo dello stato sia limitato”. E nel vocabolario di Ryan, “limitato” è sinonimo di efficiente. Senza entrare nei dettagli tecnici, il deputato del Wisconsin ha evocato la grandezza della nazione americana, il pursuit of happiness garantito per diritto costituzionale, ha messo in guardia dalle politiche economiche centraliste citando i fallimenti di Grecia e Irlanda, e ha offerto nel complesso una sintesi dello spirito repubblicano che dopo quasi due anni di campagna elettorale permanente lascia poco spazio all’originalità.

La risposta del Tea Party è invece arrivata da Michele Bachmann –  la “donna più odiata d’America dopo Sarah Palin”, come lei stessa ama ricordare. Bachmann ha detto sostanzialmente le stesse cose di Ryan, ma con un registro diverso e più semplice, procedendo per metafore e slogan. Ha così dimostrando di aver imparato la lezione di Palin e di averla declinata secondo lo spirito del nuovo Congresso, per metà in mano ai repubblicani. Alle spalle di Bachmann scorreva l’immagine iconica della bandiera americana sollevata dai soldati americani a Iwo Jima, simbolo “dell’America che combatte unita contro un invasore totalitario”. Tutte le parole d’ordine classiche del Tea Party compaiono nel discorso di Bachmann; l’elemento principale che lo contraddistingue dalla linea ufficiale del partito riguarda il piano di tagli al budget, che per il Tea Party è di 430 miliardi di dollari.

Questa è la dimostrazione che la divisione del GOP non è soltanto un fatto stilistico, ma ha a che vedere con l’ampiezza dell’operazione per alleggerire il peso dello stato: i conservatori più moderati parlano infatti di 60 o 70 miliardi risparmiati (il 14 febbraio arriverà alla Camera la prima proposta di legge, e in ballo di miliardi ce ne sono 22). C’è poi una posizione intermedia che punta sull’obiettivo dei 100 miliardi. Infine c’è l’ala oltranzista, quella rappresentata da Rand Paul (senatore del Kentucky), che ieri, con tempismo perfetto, ha fatto illustrato la sua proposta: 500 miliardi di tagli al budget, con la chiusura immediata di una dozzina di dipartimenti federali giudicati inutili quando non dannosi. Bachmann si è di fatto accodata alla visione del senatore del Kentucky, rimarcando ancora una volta quanto sia sostanziale il divario che si è creato all’interno delle forze repubblicane.