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I fattori interni nello scontro diplomatico iraniano-saudita

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Le speranze di un riavvicinamento, almeno parziale, tra le due maggiori potenze del Medio Oriente, l’Iran e l’Arabia Saudita, sembrano essere svanite rapidamente dopo che una serie di eventi ha portato la tensione tra i due paesi a livelli altissimi.

Il 2 gennaio, l’Arabia Saudita ha deciso di giustiziare un celebre imam sciita, Nimr al-Nimr, condannato a morte l’anno scorso con l’accusa di disobbedienza alle autorità e incitamento alla violenza settaria e anti-governativa a seguito del suo arresto nel 2012. La reazione iraniana è stata immediata, con varie fonti non ufficiali (e relativi siti web) che hanno incitato la popolazione ad organizzare proteste di fronte al consolato saudita a Mashhad e all’Ambasciata a Teheran. In base alle informazioni rilasciate, il numero di manifestanti si è aggirato intorno ai diecimila. Di questi, un piccolo numero ha assalito l’Ambasciata, inneggiando alla morte della famiglia al Saud e provocando gravi danni all’edificio.

Quando la polizia iraniana  è riuscita a disperdere la folla, il danno era già stato fatto. Poche ore dopo, il Ministro degli Esteri saudita, Adil al-Jubayr, ha criticato l’Iran “per non aver preso le giuste misure per prevenire” i manifestanti dal danneggiare l’Ambasciata nella capitale iraniana, e ha espulso  tutto il personale diplomatico. Il regime saudita ha poi bloccato il traffico aereo con Teheran, impedendo a migliaia di pellegrini iraniani di viaggiare verso la Mecca.

La reazione saudita all’assalto dell’Ambasciata ha suscitato una risposta da altri paesi della regione. Il Bahrain ed il Sudan hanno deciso poco dopo di interrompere le relazioni diplomatiche con Teheran, seguendo di pari passo la dinastia saudita. Il Kuwait ha richiamato il proprio ambasciatore, mentre gli Emirati Arabi Uniti, che hanno forti relazioni economiche con l’Iran, si sono limitati a ridurre le attribuzioni dei diplomatici attivi a Teheran al livello di chargé d’affairs.

Un gran numero di politici iraniani ha fortemente criticato la decisione dell’Arabia Saudita di rompere le relazioni diplomatiche con l’Iran. Il portavoce del Ministero degli Esteri Hossein Jaber Ansari ha dichiarato che i sauditi hanno la tendenza ad aumentare la tensione regionale per nascondere problemi nella politica estera ed interna del paese, e che i governi della regione avrebbero seguito Riyad solo per il sostegno economico ricevuto dal regime saudita. Il Vice Ministro degli Esteri per gli Affari arabi e africani Hoseyn Amir-Abdollahian ha affermato che l’Arabia Saudita “non può mascherare il proprio errore nel giustiziare un leader religioso annunciando la decisione di tagliare le relazioni con l’Iran”. Abdollahian, con parole simili a quelle del Direttore Generale per gli Affari Internazionali e della Sicurezza Hamid Ba’idinezhad, ha anche dichiarato che i sauditi hanno fatto “errori strategici e adottato approcci affrettati e sconsiderati in passato, aggravando l’instabilità della regione e conducendo alla crescita del terrorismo e dell’estremismo”. Il portavoce del Parlamento iraniano (il Majlis) Ali Larijani ha ricordato che l’Iran, in passato, non ha interrotto le proprie relazioni diplomatiche con i paesi europei quando le sue ambasciate erano state attaccate.

Nonostante l’ostilità verso la mossa dei sauditi, gli esponenti del governo iraniano hanno condannato l’assalto all’Ambasciata – e questo si può certamente leggere come un segnale di moderazione e cautela. Jaber Ansari ha enfatizzato la responsabilità di Teheran nel proteggere i diplomatici, richiamando alla calma e alla necessità di evitare ulteriori dimostrazioni nei pressi di ambasciate e consolati sauditi. Ba’idinezhad ha dichiarato che “non ci sono dubbi sul fatto che l’attacco all’Ambasciata Saudita a Teheran sia stato un errore”,  condannato appunto ufficiamente dal suo governo. Il portavoce del governo iraniano Mohammad Bagher Nobakht ha inoltre affermato che “quanto avvenuto all’Ambasciata Saudita non è religiosamente giustificabile. Anche legalmente parlando, era al di sotto della dignità di un grande stato come l’Iran”. Anche il presidente iraniano Hassan Rouhani ha condannato le azioni di “un numero di estremisti”, a sua detta “in nessun modo giustificabili”.

Il Segretario del Consiglio Supremo di Sicurezza Nazionale Ali Shamkhani ha garantito che il sistema giudiziario investigherà sulla faccenda per individuare tutti coloro che sono stati coinvolti. L’Iran ha anche inviato una lettera al Segretario dell’ONU Ban Ki-moon esprimendo il proprio dispiacere per gli attacchi e assicurando che prenderà tutte le misure necessarie per perseguire i responsabili. Secondo le fonti ufficiali, una quarantina di persone collegate con l’assalto sono state in effetti arrestate, ma la loro affiliazione rimane poco chiara.

Per quanto l’assalto sembri infatti essere stata una risposta spontanea all’esecuzione di Nimr al-Nimr, la vicenda potrebbe avere una connotazione politica interna di più ampio respiro ed impatto. La posizione dell’amministrazione Rouhani, sin dalla sua elezione nel giugno del 2013, è stata infatti orientata verso il miglioramento delle relazioni con i paesi della regione, compresa l’Arabia Saudita. L’Iran aveva pertanto agito, soprattutto negli ultimi mesi, in direzione di un rapprochement con il regime saudita, accettando anche di partecipare ai negoziati sulla crisi siriana e sedendosi allo stesso tavolo negoziale del paese che sostiene chi combatte, dal 2011, sul fronte opposto.

A seguito dell’esito positivo dei negoziati nucleari, l’amministrazione di Rouhani si è tuttavia trovata ad affrontare forti critiche sul piano interno. La fazione conservatrice ha infatti fatto di tutto per bloccare un’apertura del paese alla comunità internazionale e per impedire al governo in carica di portare avanti il proprio programma. Alla luce del lieve miglioramento delle relazioni con l’Arabia Saudita, proprio con la partecipazione ai negoziati sulla Siria e l’arrivo del nuovo Ambasciatore a Teheran lo scorso dicembre, i conservatori potrebbero dunque aver deciso di utilizzare l’esecuzione di Nimr al-Nimr per mobilitare un gruppo estremista, assalendo l’Ambasciata. Tale gesto potrebbe naturalmente indebolire il governo in carica, fattore cruciale per i conservatori a poche settimane delle elezioni parlamentari di febbraio, e impedire a Rouhani di proseguire il riavvicinamento con il regime saudita.

Il dibattito in corso è piuttosto aspro: ad esempio, il giornale riformista Mardom Salari ha accusato il gruppo di persone responsabili dell’incidente diplomatico di non aver ascoltato le critiche del leader supremo Ayatollah Khamenei riguardo la presa dell’Ambasciata britannica nel 2011, diventando falsi promotori di ideali rivoluzionari e danneggiando in realtà l’interesse nazionale. Un altro quotidiano riformista, E’temad, si è spinto oltre, accusando il gruppo di non aver avuto altra motivazione o logica nell’attaccare l’Ambasciata che la volontà “di una minoranza di impedire che la popolazione raggiunga i propri scopi nelle elezioni” di febbraio.

L’impatto degli sviluppi con l’Arabia Saudita sulla politica interna rimane dubbio, a pochi giorni dalla ripresa dei negoziati sulla Siria a Vienna prevista per il 25 gennaio. Le recenti tensioni renderanno la ricerca di una soluzione alle crisi regionali (la Siria in particolare, ma anche lo Yemen), ancora più difficile, almeno nel breve termine: gli equilibri interni sia iraniani che sauditi sembrano infatti tutt’altro che consolidati.