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I dilemmi della Turchia di fronte al nuovo Mediterraneo

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Le rivolte per la libertà e la democrazia nella regione mediorientale hanno indirizzato l’attenzione sulla Turchia come fonte di ispirazione per un nuovo corso politico nella regione, grazie soprattutto ad alcune caratteristiche strutturali del suo sistema politico e della sua società, nonché al suo rapporto costruttivo con le logiche di un mondo globalizzato.

In linea con la dottrina della “Profondità Strategica”, elaborata dall’attuale ministro degli Esteri Ahmet Davutoğlu, l’obiettivo della politica estera di Ankara è volto a “promuovere buone relazioni di vicinato basate sulla collaborazione reciproca, puntando a nuovi meccanismi per risolvere i conflitti regionali, ad incoraggiare cambiamenti positivi nella regione e a costruire ponti per il dialogo e la comprensione reciproca”[1]. Il governo dell’AKP, quindi, sta cercando un difficile compromesso tra il sostegno per le legittime richieste di trasformazione politica che provengono dalla popolazione e l’esigenza di non minare la stabilità dell’area. In modo particolare nei primi anni di mandato, Recep Tayyip Erdoğan e il suo partito hanno perseguito con successo il processo di riforme democratiche del paese, ma hanno anche modificato la classica inclinazione della politica estera turca, ottenendo un ampio consenso soprattutto da parte dei segmenti più conservatori e religiosi della società. Adottando il linguaggio strategico della politica di zero problemi con i vicini, volta ad evitare conflitti per consolidare anche a livello domestico la stabilità politica ed economica, la Turchia di Erdoğan mostra oggi una sorta di generica solidarietà con i paesi e le popolazioni della regione.

“Ignorare le richieste per maggiori libertà ed aperture democratiche è un errore, così come è sbagliato usare la violenza contro i rivoltosi”[2]. Con queste parole il primo ministro turco si è rivolto al leader libico Muammar Gheddafi, mostrando però un approccio più prudente rispetto alla precedente crisi egiziana.

Se Erdoğan si era apertamente schierato contro il presidente Hosni Mubarak chiedendone le dimissioni, nei confronti del colonnello libico ha assunto quindi posizioni più sfumate, anche per la presenza di oltre 25.000 connazionali residenti in territorio libico, molti di questi impiegati nelle circa 200 compagnie turche nel paese, i cui profitti rasentano i 15 milioni di dollari.

A fronte dell’escalation di violenza in Libia, il governo dell’AKP, (pur avendo organizzato con un certo successo il rimpatrio dei propri cittadini) è stato criticato anche sul piano interno, soprattutto per non aver avallato le sanzioni internazionali. Kemal Kılıçdaroğlu, il leader del maggior partito all’opposizione (CHP), ha accusato esplicitamente il governo di servire gli interessi di Gheddafi e di non proporre una politica estera coerente

Sono intanto cresciute le tensioni tra Ankara e Washington, nonostante i ripetuti contatti diretti con la Casa Bianca. In riferimento alla crisi libica le posizioni non coincidono e il governo turco continua a sostenere che le sanzioni e l’intervento della comunità internazionale ricadrebbero direttamente sulla popolazione, gettandola in una situazione ancor più disperata.

In realtà le motivazioni dietro l’atteggiamento della Turchia appaiono chiare: se l’Egitto di Mubarak rappresentava un competitor per le ambizioni turche in Medio Oriente, rispetto alla Libia prevalgono le preoccupazioni per l’interesse nazionale che si basano sull’istinto economico-mercantilista dell’attuale amministrazione. Un tale approccio non deve sorprendere, se si considera che già lo scorso giugno la Turchia, allora membro non permanente del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, aveva votato contro le sanzioni riguardo il programma nucleare di Teheran. Le motivazioni reali, pur se nascoste dietro un velo vagamente “ideologico”, erano nella realtà molto simili.

Sotto l’AKP la politica turca si è caratterizzata per un sostanziale pragmatismo: così, anche la stabilità regionale è vista nell’ottica degli interessi economici. In particolare, sebbene l’atteggiamento verso le sanzioni sia in parte una questione di efficacia politica, essa è legato anzitutto all’aspirazione di Ankara di servire come corridoio commerciale ed energetico; in tal senso è chiaro come un regime di embargo sia contrario agli interessi turchi. Inoltre, mantenere una posizione quasi equidistante appare anche più coerente con l’idea di non farsi nemici tra i vicini. Di fatto, però, i nodi della strategia di Davutoğlu stanno venendo al pettine: è vero che per svolgere efficacemente un ruolo di mediatore è necessario essere percepiti come neutrali da tutte le parti in causa, ma è altrettanto necessario che la Turchia agisca come protagonista internazionale entro le cornici istituzionali quando possibile.

Per essere all’altezza di questo ruolo Ankara deve puntare però a rafforzare, simultaneamente, la propria democrazia interna. Negli ultimi anni gli sforzi riformisti hanno subito un brusco rallentamento e i cambiamenti costituzionali ventilati dall’esito referendario dello scorso settembre si sono dimostrati insufficienti ad avviare le rifome giudiziarie previste. Mentre era in corso l’emergenza umanitaria libica, inoltre, ad Ankara si è assitito ad una nuova ondata di arresti di giornalisti legati all’opposizione ed esplicitamente critici rispetto al governo.

Soltanto arginando le tensioni domestiche, e combinando lo zelo a perseguire il proprio interesse nazionale nella regione con un maggiore impegno ad evitare doppi standard, la Turchia di Erdoğan potrà essere una reale fonte di ispirazione per un nuovo corso democratico nella regione.


[1] Le basi dell’attivismo strategico promosso energicamente da Davutoğlu si ritrovano nel manifesto politico e nel pensiero di Adullah Gül, già ministro degli Esteri durante la prima legislatura dell’AKP. Cfr. The AKP Development and Democratization Program, Ankara, 2002. Disponibile all’indirizzo http://eng.akparti.org.tr/english/partyprogramme.html A. Gül, “Turkey’s Role in a Changing Middle East Environment” in Mediterranean Quarterly, vol. 15, 2004, pp. 1-7.

[2] R. T. Erdoğan in Parlamento, 22 Febbraio 2011. Agence France Press.