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I difficili progressi tra Giappone e Sud Corea nel campo della sicurezza

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Nonostante Tokyo e Seul abbiano fatto progressi notevoli nel campo dei rapporti economici e abbiano interessi in comune in materia di sicurezza, la mancanza di una piena riconciliazione politica pesa sui rapporti bilaterali. Ciò frena ogni evoluzione significativa dell’attuale sistema di alleanze hub and spoke che lega gli Stati Uniti con i partner asiatici, senza che questi siano vincolati tra loro da accordi di cooperazione o assistenza reciproca.

Il quadro regionale è tuttora influenzato negativamente dalla “politica della memoria” del Giappone post-bellico, caratterizzata dalla vittimizzazione del popolo giapponese e dalla mancanza di atti di riconciliazione e di un “pentimento” ufficiale per i crimini commessi dall’esercito imperiale. I sentimenti anti-giapponesi legati alla memoria dei crimini di guerra e allo sfruttamento coloniale sono diventati, infatti, parte integrante dell’identità nazionale della Corea del Sud (ma anche delle Filippine, Taiwan e Thailandia).

Dagli anni Novanta, soprattutto durante il governo di Hosokawa e Obuchi, Tokyo ha iniziato a promuovere una posizione più consapevole e orientata alla costruzione di una memoria condivisa. Nello stesso periodo, tuttavia, la parte più conservatrice del Partito Liberal Democratico ha iniziato invece ad assumere posizioni marcatamente revisioniste. Questo percorso è culminato con le visite dei primi ministri Koizumi e Abe allo Yasukuni Shrine, santuario che ospita le anime dei caduti in difesa del Giappone, tra i quali anche numerosi criminali di guerra e Hideki Tojo, primo ministro tra il 1941 e il 1944.

Questa ondata di revisionismo dei primi anni ha complicato ulteriormente le relazioni tra Tokyo e Seul, rafforzando nell’opinione pubblica coreana la percezione del Giappone come un stato inaffidabile – se non una minaccia diretta per la sicurezza coreana. Mentre il governo coreano, guidato dal presidente conservatore Lee Myung-bak, e i vertici dell’esercito ritengono necessario un riavvicinamento con Tokyo, l’opinione pubblica ostacola tuttora ogni tentativo di rapprochement.

Recentemente, nonostante le tensioni tra i due paesi, la modernizzazione militare cinese e la minaccia nucleare nord coreana hanno indotto Giappone e Corea del Sud a negoziare alcuni passi significativi verso forme di collaborazione istituzionalizzata in materia di sicurezza. La proposta più rilevante è il General Security of Military Information Agreement (GSOMIA). Questo trattato comporterebbe la condivisione di informazioni militari classificate riguardanti il programma nucleare e balistico di Pyongyang e la modernizzazione militare cinese. L’accordo prevede anche incontri regolari tra ministri degli Esteri e della Difesa, e una forma di collaborazione rafforzata in materia di peace-keeping.

Le conseguenze geopolitiche dell’accordo possono rivelarsi molteplici. Il trattato costituirebbe, infatti, il primo atto di collaborazione istituzionalizzata tra Giappone e Corea del Sud dalla fine della seconda guerra mondiale e rappresenterebbe un passo rilevante verso l’evoluzione dell’attuale sistema di alleanze hub and spoke in un senso più propriamente multilaterale. Per Tokyo, la cooperazione diretta con Seul rappresenterebbe un ulteriore passo nel percorso di normalizzazione che sta conducendo il Giappone ad abbandonare il pacifismo post-bellico per assumere un ruolo sempre più rilevante come security provider regionale. La costruzione di legami politico-militari con alcuni dei propri vicini rappresenta, infatti, un passaggio necessario per superare i limiti di una politica estera e di sicurezza basata esclusivamente sull’alleanza con Washington. Il ministro degli Esteri giapponese Koichiro Genba ha sottolineato la portata storica dell’accordo con la Corea del Sud proprio come strumento per lasciarsi alle spalle i problemi storici oltre che per affrontare le minacce che incombono sui due stati.

Un tale sviluppo, peraltro sarebbe interamente favorevole agli interessi americani nella zona, in primo luogo perché Washington considera la cooperazione tra partner locali una tappa fondamentale per il rafforzamento della posizione americana in Asia orientale. In secondo luogo, il coordinamento trilaterale accrescerebbe le capacità di esercitare deterrenza nei confronti della Cina in un momento in cui la tensione causata dalle dispute legate alla sovranità sulle isole Senkaku e al controllo delle zone di sfruttamento economico esclusivo nel Mare Cinese Orientale è particolarmente alta.

Inoltre, la condivisione dei dati di intelligence contenuta nell’accordo nippo-coreano dovrebbe favorire un migliore coordinamento diplomatico nei confronti della Corea del Nord, facilitando il superamento delle divergenze che hanno caratterizzato finora i Six Party Talks. I contrasti tra Seul, Tokyo e Washington durante i negoziati hanno infatti permesso a Pyongyang di promuovere i propri interessi e per proseguire la “strategia della sopravvivenza” basata sul programma nucleare e balistico.  

Questa accresciuta capacità di coordinamento rafforzerebbe anche la posizione di Seul nei confronti di Pechino. Negli ultimi anni, nonostante i progressi in materia di integrazione economica e commerciale, il governo sudcoreano ha assunto una posizione apertamente critica riguardo al sostegno di Pechino nei confronti di Pyongyang, in particolare per la  mancata condanna cinese in occasione delle provocazioni più gravi quali l’affondamento della corvetta Cheoanan. In questa prospettiva, il rapproachment con Tokyo dovrebbe spingere Pechino ad attivare pressioni diplomatiche sul regime affinché riprenda le trattative diplomatiche nell’ambito dei Six Party Talks.

Non mancano però difficoltà e ostacoli, come dimostra anzitutto proprio l’atteggiamento assunto dal governo cinese, che ha condannato duramente l’accordo bilaterale tra Giappone e Corea del Sud indicandolo come un ulteriore passo verso una politica di accerchiamento e contenimento sempre più esplicita.

Anche in Corea la situazione è assai incerta: il presidente Lee Myung-bak mantiene un basso profilo, tentando di aggirare l’approvazione parlamentare e di tenere il trattato lontano dall’attenzione dei media e dell’elettorato. Le critiche bipartisan all’iniziativa, hanno costretto il presidente a rinviare sine die la firma del trattato, prevista per lo scorso 28 giugno, e a sottoporre l’accordo a dibattito parlamentare. L’avvicinarsi delle elezioni presidenziali rende ancora più difficile l’approvazione finale. Park Geun-hye, figlia del dittatore Park Chung-hee e favorita alla successione di Lee, leader del partito conservatore Saenuri, cavalca il risentimento popolare, cercando di rafforzare le proprie credenziali nazionaliste e anti-giapponesi. La sua popolarità deriva soprattutto dall’eredità del padre, uomo forte della Corea del Sud negli anni Sessanta e Settanta, nonché ufficiale dell’esercito imperiale durante l’occupazione e la seconda guerra mondiale.

Al di là delle manovre elettorali e dei motivi contingenti, le difficoltà incontrate da Lee Myung-bak e dal suo governo nell’approvazione dell’accordo con il Giappone mettono in evidenza quanta strada ci sia ancora da percorrere per rimuovere o superare le pesanti eredità della storia in Asia orientale.