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I critici dell’UE al governo nei paesi membri dell’Est

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Dopo il Trattato di Maastricht, per molti il massimo successo delle istituzioni comunitarie, si è paradossalmente registrata una crescente freddezza da parte dell’opinione pubblica rispetto all’integrazione europea; sia nei paesi fondatori che nei paesi entrati di recente a far parte dell’Unione. Diversi fattori hanno contribuito al diffondersi dell’euroscetticismo negli ultimi venti anni: sicuramente l’introduzione dell’euro nel 2002 e l’inizio della crisi economica nel 2008 sono stati fondamentali. Tuttavia, l’incertezza del disegno politico dell’Europa, impegnata da oltre 20 anni in un lungo e difficile processo costituzionale, sembra aver avuto un ruolo altrettanto decisivo.

Come nel resto del continente, anche in Europa centro-orientale l’euroscetticismo è stato all’inizio un fenomeno politicamente periferico, diffuso nelle aree radicali ed estreme dell’arena politica. Poco dopo la caduta del Muro già nascevano partiti moderatamente o apertamente euroscettici, benché l’atteggiamento prevalente della popolazione fosse di grande speranza in attesa del ricongiungimento politico con l’Europa occidentale. Successivamente, i partiti euroscettici si dimostrarono capaci di uscire dal proprio isolamento e condizionare in maniera decisiva le politiche nazionali. In particolare, ciò è avvenuto maggiormente in quei paesi come la Polonia, l’Ungheria e la Repubblica Ceca che già sotto il regime comunista avevano sviluppato un’opposizione organizzata e strutturata, in cui il sistema politico poteva adeguarsi rapidamente ai cambiamenti in atto nell’opinione pubblica.

In Repubblica Ceca il Partito Democratico Civico (ODS) ha guidato la coalizione di governo dal 1992 al 1997 con Vàclav Klaus, nuovamente dal 2006 al 2009 con Miroslav Topolànek e infine sotto la guida di Petr Nečas a partire dal 2010. Da sempre critico con Bruxelles, è vicino ai Tories britannici, con cui aderisce nel Parlamento europeo al gruppo dei Conservatori e Riformisti, dichiaratamente euroscettico e antifederalista.

Václav Klaus, poi diventato presidente della Repubblica, è da molti considerato il politico euroscettico più intransigente dell’Europa centro-orientale; la sconfitta elettorale del 1997 ha visto radicalizzarsi le sue posizioni, riassunte dal “Manifesto dell’Eurorealismo Ceco”, che rifiutava l’adozione di una Costituzione europea e chiedeva di interrompere il processo di adesione all’UE. Da capo dello Stato, Klaus mantenne tale ostilità, autodefinendosi “dissidente europeo”: in occasione del referendum per l’adesione ceca esortò i suoi concittadini a votare no; riconfermato alla presidenza, si oppose con forza alla ratifica del Trattato di Lisbona tra il 2007 e il 2009. Dopo la vittoria del no nel primo referendum irlandese, definendo il Trattato “morto”, fu l’unico capo di Stato dei 27 a chiedere l’abbandono del testo.

Sotto la guida di Topolànek, a cui è anche toccata la presidenza di turno dell’Unione, le posizioni dell’ODS nei confronti dell’Europa si sono ammorbidite. In questa fase influirono sicuramente la necessità di concentrarsi su questioni di politica interna, l’esigenza di garantire la convivenza con alleati di coalizione eurofili, come i Verdi e i Cristiano-democratici, e gli orientamenti della base del partito, certamente più entusiasta nei confronti dell’UE rispetto ai propri dirigenti. Dinamiche simili sembrano guidare anche il governo Nečas (dimessosi recentemente), obbligato al dialogo con l’alleato di coalizione, il pro europeo TOP 09, partito in forte crescita. Nonostante ciò, la Repubblica Ceca è stato l’unico paese a schierarsi con la Gran Bretagna contro il Patto di Bilancio europeo.

In Ungheria il partito di centro-destra Fidesz è stato spesso descritto come un partito moderatamente euroscettico. Il caso magiaro dimostra la differenza tra i toni populisti utilizzati in campagna elettorale e la realtà dei comportamenti successivi. Durante il governo di coalizione 1998-2002, Fidesz si è dimostrato spesso bendisposto nei confronti di Bruxelles al fine di rendere più rapidi i negoziati per l’ingresso nell’UE: Fidesz non ebbe dubbi nell’indicare agli elettori di votare al referendum di adesione.

Dal 2010, anno del ritorno al potere di Fidesz (questa volta alla guida di un governo monocolore) non ci sono stati segnali di un cambiamento delle posizioni euroscettiche del partito e del suo leader Viktor Orban, nonostante la delicatissima situazione economica e il prestito di 24 miliardi da concordare con FMI e UE. Contemporaneamente, però, i toni eccessivi di alcuni esponenti del partito sono stati moderati, al fine di accreditare il governo come negoziatore ragionevole e responsabile nei confronti dei funzionari di Bruxelles.

Rimane il fatto che, disponendo però di una maggioranza sufficiente addirittura a cambiare la costituzione, Orban (col consenso del partito) ha potuto disinteressarsi degli obblighi economici e dei moniti democratici di Bruxelles, tacciandoli di intrusioni indesiderate. Al fine di mantenere un così grande consenso, di fronte all’alternativa tra l’europeismo della debolissima sinistra socialista e l’eurofobia della destra radicale dello Jobbik, ha deciso di contendere a quest’ultimo un elettorato in crescita e potenzialmente minaccioso per la propria supremazia, rafforzando dunque il proprio discorso euroscettico dalle forti tinte nazionaliste.

In Polonia, nel periodo tra il 2005 e il 2007, ben tre partiti profondamente critici nei confronti dell’Unione Europea sono stati parte attiva nel governo del paese. Dopo le elezioni parlamentari del 2005, infatti, il partito d’ispirazione conservatrice ed euroscettica Diritto e Giustizia guidato da Jarosław Kaczyński diede vita ad un governo di minoranza sostenuto da due piccoli partiti di destra: la Lega delle Famiglie Polacche, sostenitore di posizioni cristiano-conservatrici, e Autodifesa della Repubblica di Polonia di orientamento nazionalista e ruralista.

Diritto e Giustizia, politicamente vicino all’ODS ceco, accusava i precedenti governi di subordinazione nei confronti dell’UE e della Germania, promettendo cambiamenti radicali. Sotto la guida dei gemelli Kaczyński la Polonia fu coinvolta in una serie di controversie con Bruxelles riguardo la legislazione dell’UE e gli impegni politici assunti in precedenza. Inoltre il governo approfittò dell’esito negativo del referendum francese e olandese sulla “costituzione europea” per congelare il dibattito politico sul tema, a cominciare dall’ingresso nell’euro, ritenuto non prioritario.

In seguito, non ebbe problemi a minacciare il veto al trattato di Lisbona al fine di assicurarsi l’esenzione dall’applicazione della Carta dei Diritti fondamentali dell’UE, indicata come una minaccia alla sovranità culturale polacca, e di ritardare l’introduzione della doppia maggioranza necessaria per l’approvazione degli atti legislativi del Consiglio europeo (55% degli stati membri che rappresentino almeno il 65% della popolazione UE). Anche qui è tuttavia importante distinguere tra le dichiarazioni dei leader di partito e le azioni intraprese realmente. Se da una parte il dibattito sul futuro del progetto europeo è stato spesso condotto utilizzando una retorica euroscettica e nazionalista per assicurarsi la benevolenza dell’elettorato, dall’altro il governo polacco ha sostenuto molte politiche dell’UE, dal bilancio all’agricoltura, all’energia e alla sicurezza.

Dunque, negli ultimi anni i partiti più critici nei confronti delle istituzioni comunitarie sono arrivati a giocare un ruolo politico decisivo, perché necessari con il loro appoggio alla sopravvivenza di governi di coalizione oppure direttamente a guida degli esecutivi. La crisi economica e istituzionale dell’UE, unita alla mancanza di una chiara prospettiva politica a livello continentale, ha garantito loro un’ampia base di consenso. Non solo: ha spinto anche partiti più moderati sulla strada dell’euroscetticismo, portando quindi le opinioni pubbliche dei paesi dell’Europa centro-orientale a condividere un atteggiamento critico e dubbioso verso l’idea stessa di Unione Europea.