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Brasile e Messico: strategie economiche a confronto

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Appena tre anni fa, un’analisi comparata della situazione politico-economica di Brasile e Messico avrebbe fatto emergere chiaramente un paese con il vento in poppa e un altro pieno di problemi.

Nel 2010, infatti, il PIL del Brasile cresceva del 7.5%, la percentuale più alta degli ultimi 25 anni; la mini-recessione che la prima economia latinoamericana aveva subito nel 2009, (con un calo del PIL dello 0,3% per l’impatto della crisi finanziaria degli Stati Uniti) era abbondantemente superata. Iniziava l’ultimo anno dell’era Lula, il presidente che dal 2003 aveva rivoluzionato il Brasile garantendo la crescita economica, ampliando la spesa sociale per le classi più deboli e cercando di innalzare il profilo regionale e internazionale del paese. Proprio tre anni fa, il Brasile entrava per la decima volta nel Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite come membro non permanente, condividendo quell’esperienza tra il 2010 e il 2011 con gli altri membri del G4, tutti aspiranti alla membership permanente: India, Giappone e Germania.

Nel 2010 anche il Messico cresceva (+5.3%), ma la sua crescita non riusciva neanche a compensare la profondissima recessione dell’anno precedente, in cui il PIL della seconda economia latinoamericana era precipitato del 6%. Da quattro anni era presidente Felipe Calderón, il secondo capo di Stato proveniente dalle fila del Partito di Azione Nazionale (PAN, cristiano-democratico) dopo che nel 2000 Vicente Fox era stato capace di interrompere il predominio del Partito Rivoluzionario Istituzionale (PRI, conservatore), al potere per i precedenti 71 anni. Il salutare ricambio al vertice non aveva però risolto, tra i tanti problemi del Messico, quello del narcotraffico. Anzi, la strategia di guerra aperta scelta da Calderón avrebbe causato durante il suo mandato (conclusosi nel 2012) l’esorbitante cifra di 60 mila morti. Mentre i cartelli (i principali: Golfo, Sinaloa e gli Zetas) si disputavano senza pietà il controllo della via di transito verso il principale mercato di stupefacenti del mondo – gli Stati Uniti d’America – il governo e le forze armate messicane davano prova della più totale impotenza: le violente gesta dei narcotrafficanti conquistavano le prime pagine dei giornali mondiali, danneggiando anche il turismo verso il vicino meridionale degli USA.

Tre anni dopo, sembra tutto diverso. Il Brasile è attraversato dalle proteste di piazza più grandi da quando è tornato ad essere una democrazia (1985); il suo PIL nel 2012 non è cresciuto neanche dell’1% (+0.9) e le stime ottimistiche della Banca Centrale di inizio anno per il 2013 sono state appena riviste al ribasso: dal +3.1 al +2.7%. La popolarità di Dilma Rousseff, la prima presidente donna del gigante sudamericano, si è più che dimezzata in poche settimane, complice l’incapacità – e l’oggettiva impossibilità, dovuta non solo a lei – di offrire risposte convincenti all’eterogeneo movimento dei manifestanti, che continuano a scendere in strada anche dopo la fine della Confederations Cup di calcio (l’episodio che è stato l’occasione iniziale delle proteste). Se la situazione non dovesse migliorare, o dovesse addirittura peggiorare in occasione dei Mondiali di calcio dell’estate 2014, la vittoria della Rousseff alle presidenziali del prossimo ottobre sarebbe meno scontata del previsto. Tanto che è stata avanzata l’ipotesi che il candidato del Partito dei Lavoratori (PT) possa essere non la presidente in carica ma il suo predecessore Lula.

Al di là delle innate doti di leadership e dell’entusiasmo che l’ex presidente sarebbe in grado di suscitare, le lamentele dei manifestanti paradossalmente hanno le loro radici proprio nell’epoca lulista: in quegli anni sono stati avviati o potenziati numerosi programmi di welfare (da Bolsa Familia a Fome Zero) che hanno elevato il tenore di vita di milioni di brasiliani, permettendo loro di diventare classe media. A Dilma spettava il compito successivo, ossia quello di ampliare l’area delle riforme, in modo da permettere a questa nuova classe media di non perdere le conquiste acquisite e aggiungerne altre. Lula aveva migliorato le condizioni di base, e ora Dilma Rousseff doveva migliorare la qualità dei servizi – dal trasporto pubblico alle infrastrutture, alla sicurezza – e combattere sprechi e corruzione. Su quest’ultimo punto in particolare le aspettative dei manifestanti rischiano di rimanere deluse; la coalizione di ben 17 partiti che sostiene la presidente non è integralmente a favore delle riforme politiche da lei proposte per rendere più trasparente il processo elettorale e il finanziamento ai partiti, e le possibilità che quelle riforme vengano approvate prima delle presidenziali dell’autunno prossimo sono pressoché nulle.

Anche le aspettative di crescita per il 2013 del Messico sono state riviste al ribasso (dallo stesso governo, che è passato dal prevedere un +3.5 a un +3.1%), ma il quadro politico-economico ispira maggiore ottimismo. Il nuovo presidente Enrique Peña Nieto, del PRI (partito che si può considerare centrista), entrato in carica a gennaio 2013, ha cercato la collaborazione degli altri due principali partiti del paese – il PAN al centro-destra, e il Partito Rivoluzionario Democratico a sinistra – per avviare un ambizioso programma di riforme chiamato Pacto por México.

Molti settori sono già stati toccati dall’attività legislativa: l’istruzione, le telecomunicazioni, le banche; se il patto reggerà, potrebbe essere presto la volta del settore energetico – anche se la proprietà pubblica della compagnia nazionale di idrocarburi, Pemex, non dovrebbe essere messa in discussione. La Costituzione, redatta durante la rivoluzione messicana (1910-1920), prescrive che il controllo e lo sfruttamento delle risorse del sottosuolo restino nelle mani dello Stato, e il tema è storicamente molto sentito dai messicani. L’obiettivo dell’agenda di Peña Nieto è l’eliminazione delle rendite di posizione, dei monopoli e dei vincoli che limitano il potenziale di crescita. Già sotto Calderón era stata approvata la riforma del mercato del lavoro, che ne ha aumentato la flessibilità.

Quanto alla grande criminalità, Peña Nieto ha fatto capire – anche a Obama – di voler privilegiare una strategia di riduzione del crimine piuttosto che l’eliminazione fisica dei boss; il suo obiettivo principale è riportare il Messico sulle prime pagine dei giornali per i suoi successi economici e commerciali più che per il narcotraffico. Il recente arresto di Miguel Ángel Treviño (alias Z-40), capo del cartello degli Zetas, oltre a rappresentare un colpo inflitto a uno dei più grandi e spietati gruppi criminali – la cui fine è ancora lontana – dimostra comunque che il nuovo presidente non abbandonerà la guerra alla droga.

Al di là delle dinamiche congiunturali che hanno influenzato la performance di Brasile e Messico negli ultimi tre anni, è interessante notare che entrambi i Paesi hanno due problemi in comune. Il primo è il corporativismo, che fa sì che l’iniziativa economica sia rallentata da rendite di posizione, burocrazia e procedure lunghe e poco trasparenti che incentivano la corruzione. Qualche dato: secondo il rapporto Doing Business della Banca Mondiale, il Messico è al 48° posto nella classifica degli Stati in cui è più facile fare affari, preceduto in America Latina da Cile, Perù e Colombia; il Brasile è addirittura al 130° posto su 185 (al 1° c’è Singapore, l’Italia è al 73°). Un risultato sconfortante per il gigante lusofono, esemplificato dall’espressione “Custo Brasil” o “Costo Brasile”, con cui si intendono tutti gli ostacoli all’impresa: tasse alte, servizi carenti, infrastrutture deficitarie, salari (relativamente) elevati, burocrazia inefficiente. Sono problemi che riguardano anche il Messico, che fa una peggior figura in tema di corruzione: per il Corruption Index 2012 dell’ONG Transparency International, il vicino meridionale degli USA è il 105° paese meno corrotto al mondo su 174; il Brasile è 69° (Danimarca, Finlandia e Nuova Zelanda sono i paesi più trasparenti; l’Italia è 72°).

A parità di problemi, il Messico di Peña Nieto sembra comunque più fortemente impegnato del Brasile di Dilma – e prima ancora di Lula – nel risolverli. È anche vero che, trattandosi in entrambi i casi di sistemi  federali (26 stati e un distretto federale in Brasile, 31 stati e un distretto federale in Messico), la responsabilità di questi ostacoli alla crescita non può essere addossata esclusivamente ai governi centrali.

Il secondo problema comune è la dipendenza. Nel caso del Messico, si tratta della dipendenza dal mercato degli Stati Uniti d’America, cui è destinato circa l’80% dell’export totale – export che a sua volta costituisce il 34% del PIL del paese latinoamericano. La recessione del 2009 è stata proprio il prodotto di quella – meno grave – vissuta dagli USA. Nel caso del Brasile, si tratta della dipendenza dall’export di materie prime, che tra prodotti agricoli e minerari rappresentano oltre il 60% del totale delle esportazioni; pur essendo il rapporto export/PIL molto più basso (13%) nel gigante sudamericano rispetto al Messico, il legame tra andamento internazionale dei prezzi delle commodity e crescita brasiliana pare inscindibile. Altra chiave delle sorti dell’economia brasiliana sono gli investimenti esteri, irrinunciabili ma in calo nel 2012.

Il Messico sta cercando di ovviare ai suoi problemi anche in termini geopolitici: non solo ha siglato accordi di libero commercio con 44 paesi (che nel complesso assorbono il 90% del suo export), ma negli ultimi anni ha iniziato a riorientarsi verso l’Asia, accettando – anche perché non c’erano alternative – la sfida della Cina. Pechino è al momento un competitor delle aziende messicane sul mercato statunitense, soprattutto nel tessile, ma può diventare a sua volta un mercato immenso anche per il Messico; quest’ultimo, in cambio, può diventare la piattaforma dei commerci da e per l’Asia. A questa visione si ispira l’Alleanza per il Pacifico, nata nel giugno del 2012 e comprendente oltre allo stesso Messico il Cile, la Colombia e il Perù. Non a caso i suoi membri sono Paesi che prediligono un approccio non ideologico in politica estera, sono favorevoli al libero mercato e mettono l’ampliamento dell’interscambio commerciale in cima alle loro agende.

Il Brasile ha fatto una scelta diversa, anche geopoliticamente: con Dilma ha abbandonato i fasti internazionali di Lula – che apriva ambasciate in Africa e cercava di mediare nel conflitto israelo-palestinese e sul dossier iraniano. La presidente ha dato priorità alla politica interna e, in quella estera, non si è spinta molto oltre l’ambito regionale. Mentre i BRICs hanno perso spinta, anche a causa degli obiettivi inconciliabili dei diversi Paesi, Brasilia si è occupata principalmente di prevenire lo scoppio di crisi ai suoi confini, isolando il Paraguay dopo l’allontanamento del presidente Lugo – anche se Asunción è stata riabilitata dopo le elezioni dell’aprile scorso – e legittimando la contestata elezione di Nicolás Maduro in Venezuela. Risultato: il Mercosur (in cui è entrato proprio il Venezuela, tra le proteste del Paraguay che non ne ha mai approvato l’ingresso) rimane un’unione doganale imperfetta ma almeno non contesta lo statalismo economico di Brasilia. Il recente commento del ministro degli Affari esteri brasiliano Antonio Patriota, secondo cui l’Alleanza per il Pacifico “non è un progetto di integrazione profonda come il Mercosur”, esemplifica la distanza tra la strategia del Messico e quella del Brasile.

La prima e la seconda economia latinoamericane stanno prendendo strade diverse. Si può dire che il Messico di Peña Nieto pare più intenzionato ad affrontare i problemi che ne limitano la crescita, mentre il Brasile – che è stato comunque protagonista di un decennio indimenticabile sotto il profilo economico – non vuole, o non riesce a, farvi fronte. Ciclicamente, nella storia dell’America Latina, i nodi sono venuti al pettine; vedremo cosa accadrà questa volta.