international analysis and commentary

Hamas e il ritorno alla resistenza

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L’operazione militare israeliana “Protective Edge” nella Striscia di Gaza sembrerebbe inserirsi a pieno titolo nell’ormai consumata cronaca del conflitto fra israeliani e palestinesi, e più precisamente fra l’attuale governo Netanyahu ed il movimento di resistenza islamico di Hamas. Tuttavia, ad una più attenta analisi, la situazione risulta decisamente più complessa, in modo particolare se si guarda al fronte palestinese.

Gran parte degli analisti concorda sul fatto che non vi sia diretta relazione fra il rapimento e l’uccisione dei tre giovani israeliani (a metà giugno) e Hamas. Lo stesso movimento islamista palestinese non ha rilasciato alcuna rivendicazione ufficiale in merito. È un dato fondamentale se pensiamo come invece oggi, nel pieno del confronto con Israele, le Brigate ‘Izz al-Din al-Qassam pubblichino puntuali comunicati militari sul loro sito per rivendicare le proprie azioni contro “l’usurpatore sionista” (dal lancio di missili verso il territorio israeliano, all’attacco con droni, sino alle operazioni di infiltrazione): dunque, Hamas è come sempre attenta alla sua strategia di comunicazione “ufficiale”. Nel caso del rapimento, si è dunque trattato di un’iniziativa isolata ed individuale di due simpatizzanti del movimento? Di un’azione di disturbo del clan Qawasmeh per protestare contro l’accordo di riconciliazione con Fatah? Di un’operazione militare ideata da frange interne dissidenti alle Brigate ‘Izz al-Din al-Qassam per boicottare il nuovo governo di Rami Abdallah e l’ala moderata di Hamas? Allo stato attuale non vi sono certezze, tranne appunto la mancata rivendicazione del braccio armato di Hamas. Un’organizzazione fisicamente spaccata fra la Striscia di Gaza, la West Bank, il Qatar e le prigioni israeliane, il cui processo decisionale appare di conseguenza tutt’altro che lineare.

La complessa e incerta struttura di Hamas, e le sue fratture interne, sono state rese ancora più manifeste da questi giorni così drammatici per la popolazione di Gaza. Se uno dei massimi leader del movimento come Mahmoud al-Zahar si è lasciato fotografare in abiti militari ed imbracciando armi, un’altra parte della leadership ha lavorato dietro le quinte per una tregua, salvo poi essere smentita nel proprio operato dalle affermazioni del numero due del movimento Moussa Abu Marzouq che ha dichiarato che “se tregua sarà, sarà una tregua armata”. È con questo atteggiamento che, il 15 luglio, il movimento di resistenza islamica non ha accolto la tregua mediata dall’Egitto ed unilateralmente accettata da Israele.

Anche il recente mutamento del contesto regionale non ha certamente favorito il movimento islamista. La crisi siriana ha fatto sì che Mesha’al si contrapponesse non solo ad Al-Assad (suo storico alleato e sostenitore), ma anche all’Iran ea Hezbollah, determinando gravi tensioni all’interno di un asse che era sembrato a lungo ben strutturato. L’ascesa al potere di Mohamad Morsi e della Fratellanza in Egitto, e del Qatar a livello regionale, aveva offerto più di una speranza per rompere l’isolamento di Gaza e creare un canale di collegamento stabile con il mondo esterno; ma il ritorno dei militari egiziani fedeli al feldmaresciallo Al-Sisi, e il riaffermarsi del peso saudita, hanno cancellato ogni aspettativa in tal senso.

Negli ultimi mesi il movimento islamista è dovuto dunque necessariamente tornare sui propri passi, alle proprie origini. In primis ha riaperto i contatti con Fatah, dando vita all’ennesimo accordo di riconciliazione ed alla creazione di un governo di unità nazionale. In secondo luogo, ha guardato nuovamente all’Iran. A parere di alcuni analisti, la capacità militare che Hamas ha dimostrato di possedere sarebbe il risultato di nuove tecnologie e di un addestramento di marca iraniana. Inoltre non è certamente un caso che proprio in questi giorni il rappresentante di Hamas in Libano, Osama Hamadan, abbia pronunciato parole di riconciliazione con Hezbollah affermando come le due parti abbiano in essere un coordinamento continuativo sul campo: “Le relazioni sono migliori di quanto qualcuno possa immaginare”. Un passo indietro, o in avanti a seconda dei punti di vista, rispetto alla cronaca di alcuni mesi fa quando Hezbollah criticava apertamente Hamas per essere impegnato in combattimenti in Siria contro Al-Assad e contro i guerriglieri sciiti (utilizzando tecniche militari apprese proprio dal Partito di Dio libanese).

Ma il rapporto con le altre forze, politiche e militari che siano, non si esaurisce con Hezbollah o Fatah. Da alcuni anni, Hamas si ritrova ad affrontare varie esperienze palestinesi di stampo jihadista che, sebbene minoritarie, agiscono all’interno della Striscia con obiettivi e modalità operative indipendenti. Esperienze che Hamas può al più limitare, ma non controllare del tutto come testimoniano le decine di razzi sparati verso Israele negli scorsi mesi.

Se, considerato lo squilibrio di forze in campo rispetto all’esercito israeliano, una vittoria strictu sensu non è possibile, Hamas sta provando quanto meno a massimizzare la propria esperienza di “resistenza”, presentando la non-capitolazione e la non-sconfitta come successi tangibili della propria strategia. Ecco perché in questi giorni gli uomini delle Brigate ‘Izz al-Din al-Qassam stanno tentando di massimizzare la visibilità delle proprie azioni militari agli occhi della popolazione palestinese, sia attraverso la televisione che su un sito internet in continuo aggiornamento. Del resto, tutte le evidenti difficoltà militari e politiche, va notato che in questi giorni Hamas ha nuovamente conquistato consenso all’interno della Striscia – come del resto è quasi sempre accaduto durante le operazioni militari israeliane. La popolazione percepisce il movimento di islamico come principale possibilità di resistenza ad un’aggressione che ritengono insopportabile. Fallita dunque l’esperienza governativa, per motivazioni più complesse rispetto alla semplice incompetenza gestionale che gli ha attirato dure critiche, Hamas sta tornando a drenare consenso dalla popolazione attraverso la muqawama, la resistenza appunto. Una strategia che in passato si è già dimostrata fallimentare nel lungo periodo ma che intanto, in una situazione di grave emergenza come quella attuale, può risultare tatticamente vincente.