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Giappone-Stati Uniti: se la memoria storica limita i progressi strategici

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È trascorso poco più di un anno dal ritorno al potere di Shinzo Abe e del Partito liberal democratico giapponese. Fino a dicembre del 2013 l’amministrazione Obama aveva guardato complessivamente con favore al nuovo corso intrapreso da Abe, che aveva contribuito a migliorare lo stato di salute dell’alleanza bilaterale con Washington e a rilanciare il paese dal punto di vista economico.

Abe ha preso infatti le distanze dalla politica estera dei governi che lo hanno preceduto e dalla retorica ispirata alla ricerca di “maggiore autonomia” e ad un alleanza “meno ineguale”.  Queste formule indicavano la volontà di dare vita ad una politica estera meno allineata agli interessi e alle posizioni degli Stati Uniti.

Sotto la leadership di Abe, i conservatori sono tornati a fare dell’alleanza la pietra angolare della politica estera giapponese; più ampiamente, il primo ministro ha promosso una serie di iniziative atte ad accelerare il percorso di “normalizzazione” della politica estera nazionale, ovvero il progressivo superamento dell’identità pacifica post-bellica e dei vincoli legali che limitavano drasticamente l’impiego delle forze armate.

A questo scopo, ha istituito un Consiglio di Sicurezza Nazionale sul modello americano, con l’incarico di migliorare il coordinamento tra i ministeri e garantire un maggiore potere di indirizzo per il primo ministro. La seconda iniziativa rilevante è stata l’approvazione, nel dicembre 2013, della prima “Strategia di Sicurezza Nazionale” giapponese, che mette a fuoco gli interessi del paese in materia di sicurezza ed evidenzia come esso debba essere pronto a gestire in modo proattivo i cambiamenti dell’ambiente circostante. In tale ottica, il concetto di un “contributo proattivo alla pace” segnala la volontà giapponese di re-interpretare la propria identità pacifista. Emerge, da queste e altre iniziative un progressivo allineamento con le priorità americane, soprattutto sulle questioni riguardanti l’ascesa militare cinese e le dispute marittime e territoriali. Il documento del 2013, infatti, sottolinea la necessità di migliorare le capacità intelligence e monitoraggio, ma anche di proiezione di potenza delle forze armate.

Un altro segnale importante è l’adozione di un nuovo documento (sempre a fine 2013) con le linee-guida della politica di difesa, ovvero il documento che stabilisce il ruolo e le dimensioni delle forze armate. Vi si confermano e approfondiscono due concetti già introdotti dal governo guidato da Naoto Kan nel 2010, ovvero quello della forza di difesa dinamica e della deterrenza dinamica, che sostituiscono i precendenti approcci.[1]

Un’altra novità significativa è l’annuncio della futura revisione delle linee-guida dell’alleanza, che definiscono la divisione dei compiti e costituiscono una sorta di emendamento al trattato del 1960. Sono state modificate solo due volte in precedenza, nel 1978 e nel 1997. Di conseguenza la loro revisione segnerà un momento fondamentale di rilancio per le relazioni tra Washington e Tokyo.

L’ultima apertura rilevante è il rilassamento dei “Tre principi di esportazione delle armi”, che impedivano al Giappone di esportare tecnologia militare e partecipare a programmi militari internazionali, come ad esempio il caccia Joint Strike Fighter F-35.

Tutte queste iniziative sono coerenti con l’agenda per il futuro dell’alleanza stilata nel rapporto – indipendente, ma assai vicino alle posizioni ufficiali – Nye-Armitage del 2012.[2]

Tuttavia quel documento, così come le prese di posizione successive dell’amministrazione Obama, evidenziava un’altra esigenza fondamentale per il Pivot verso l’Asia e per gli interessi di Washington, ovvero quella di superare le rivalità storico-identitarie che rendono l’espansione del ruolo del Giappone inaccettabile agli altri Stati asiatici, in particolare Cina e Corea del Sud.[3]

In questo campo il governo Abe non ha fatto progressi, anzi ha contribuito a deteriorare decisamente i rapporti con i vicini asitici, rischiando una situazione di isolamento diplomatico giapponese. L’episodio più rilevante in tal senso è stato la visita del primo ministro allo Yasukuni Shrine, memoriale shintoista che onora i caduti giapponesi in guerra e simbolo del revisionismo di destra, dello scorso 26 dicembre. La visita ha riacceso le controversie sulla leadership di Abe e sulla memoria del militarismo e del colonialismo giapponese negli anni Trenta e Quaranta. Il primo ministro ha rafforzato ulteriormente le sue credenziali di nazionalista revisionista, ma ha danneggiato notevolmente le relazioni bilaterali con Seul e Pechino.

Le reazioni fortemente negative ad un possibile ruolo giapponese più attivo come security provider in Asia orientale rappresenta un ostacolo molto rilevante per la strategia americana di lungo periodo in Asia orientale. Invece di facilitare la creazione di un fronte comune anti-cinese tra gli alleati di Washington, l’atteggiamento giapponese e i suoi effetti regionali possono spingere la Corea del Sud ad avvicinaarsi alla Cina.

In occasione della visita di Abe al controverso memoriale, l’ambasciata americana a Tokyo ha emesso un comunicato che esprime il disappunto americano nei confronti di azioni della leadership giapponese “che possano esacerbare i problemi con i vicini”.[4] Sia il segretario di Stato John Kerry, sia il segretario alla Difesa Chuck Hagel hanno recentemente visitato il cimitero nazionale di Chidorigafuchi, dedicato ai militi ignoti di tutte le nazionalità: una scelta simbolica che segnala il tentativo americano di mediare sulle “questioni della memoria” che ancora complicano la diplomazia in Asia orientale.

Su questo sfondo, Tokyo continua ad essere considerato un alleato fondamentale per Washington, in quanto fautore della centralità assoluta dell’alleanza e proprio perché deciso sostenitore dell’abbandono del tradizionale pacifismo. Le posizioni revisioniste e nazionaliste di Abe rischiano, però, di mettere in pericolo il disegno complessivo previsto dal Pivot asiatico di Obama, ovvero quello di creare un quadro regionale più stabile pur bilanciando al contempo l’ascesa cinese.

 


[1] Fino al 2010 il Giappone doveva possedere le forze necessarie solo all’autodifesa che era definita come unico compito per le forze armate. I nuovi concetti strategici introducono accanto all’autodifesa l’esercizio della deterrenza nei confronti di possibili minaccie esterne e chiedono alle forze armate di dotarsi di capacità militari atte a questi scopi.

[2] Richard L. Armitage, Joseph S. Nye, “The U.S.-Japan Alliance Anchoring Stability in Asia” CSIS Report http://csis.org/files/publication/120810_Armitage_USJapanAlliance_Web.pdf

[3] Un esempio è il discorso “America’s Future in Asia” del Consigliere per la Sicurezza Nazionale, Susan Rice, all’Università di Georgetown del 20 Novembre 2013 http://www.whitehouse.gov/the-press-office/2013/11/21/remarks-prepared-delivery-national-security-advisor-susan-e-rice