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Fattore “millennial”: i giovani che saranno decisivi per il midterm

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Queste elezioni di medio termine 2014 saranno le prime in cui il voto dei millennials – cioè quello dei giovani adulti dai 18 ai 34 anni – avrà un impatto determinante sulla dinamiche di ricerca del consenso da parte dei due principali partiti. Date le stime sulla crescita di questa parte della popolazione, esse daranno la misura di cosa sta cambiando nell’elettorato sia democratico che repubblicano. Attualmente per il US Census Bureau i millennial sono circa un terzo della popolazione: dal 2020 sfioreranno il 40% e, dal 2025, costituiranno il 75% della forza lavoro, secondo lo studio della Brookings Institution How Millennials could upend Wall Street and Corporate America.

È pur vero che solo il 23% dei millennial, interpellati in uno studio dell’Institute of Politics di Harvard dichiarano che voteranno alle elezioni per il rinnovo del Congresso del 4 novembre. Rispetto al 2013 – un anno non elettorale – c’è stato un calo di 11 punti percentuali nelle intenzioni di voto dei giovani. Ma il dato non impedisce, anzi incoraggia, lo studio dell’affiliazione politica di questa grande e differenziata massa di elettori.

I millennial, assai più di altre generazioni, sono un universo etnicamente diversificato. Il Carsey Institute, un think tank dell’Università del New Hampshire, ha osservato come le differenze razziali siano cresciute e si siano distribuite geograficamente: solo nel 2012 infatti c’erano 600 contee americane con un quinto della popolazione costituito da giovanissimi appartenenti a minoranze etniche. In altre parole quasi il 37% della popolazione complessiva (non solo millennial), nel 2012, apparteneva ad una minoranza etnica. La grande recessione ha ulteriormente ridotto la fertilità tra i bianchi, determinando una nuova demografia: nel 1990 il 32% della popolazione più giovane apparteneva ad una minoranza etnica; nel 2000 era il 39%; nel luglio 2012, ben il 47% dei 82,5 milioni di 18-20enni. Il Census Bureau stima che nel 2043 la popolazione americana sarà a maggioranza “non bianca”.

Quel che sembrerebbe scontato, per via dell’immigrazione massiccia degli ultimi 20 anni, è la concentrazione della popolazione più giovane nella Sun Belt (la lunga fascia meridionale del paese, dal Pacifico all’Atlantico). Ma ci sono anche alcune zone metropolitane del Midwest, della costa Est in Alaska, le quali, sempre secondo le stime del Census Bureau, hanno una spiccata differenziazione etnica. E questo non solo per via di dinamiche storiche: l’area metropolitana di Washington, D.C. ha raccolto ispanici e asiatici, oltre la comunità afro-americana; tanto d’aver prodotto alcune delle classi più “miste” del paese. Il North Carolina, dove una volta la “minoranza maggioranza” (cioè la più numerosa tra le minoranze) era afro-americana, questa è stata soppiantata dagli ispanici, soprattutto nelle aree rurali dei Great Plains e della Corn Belt, dove c’era più bisogno di manodopera.

Ma per capire come queste dinamiche etno-demografiche possano incidere, e in quale misura, sull’affiliazione politica, occorre “leggere” i temi che stanno davvero a cuore a questa generazione. Il primo dato, non molto incoraggiante, viene da ciò a cui non è interessata. Negli ultimi 12 mesi, tra i millennial, si è passati dal 39 al 32% di fiducia nella figura del Presidente; 7 punti li hanno persi i militari, dal 54 al 47%; la Corte Suprema, nonostante le sue diverse pronunce a favore di battaglie per i diritti condotte anche dai millennial, è cesa dal 40 al 36%. In generale, dalle ultime elezioni legislative ad oggi, la media è scesa dal 38 al 31%. Sempre secondo l’IOP di Harvard, la perdita di fiducia nei confronti delle istituzioni trascina anche il dato sull’autorevolezza riconosciuta ai due partiti: il 62% dei millennial crede che i politici eletti siano motivati dal tornaconto personale (nel 2010 erano il 54%). E, peggio ancora, per il 48%, la classe politica non è all’altezza delle sfide da affrontare. Si registra inoltre la netta perdita di fiducia da parte di questo gruppo demografico per i media e l’informazione: dal 17% del 2013 si è passati all’attuale 11%, un dato molto preoccupante se si considera che persino la detestata National Security Agency è giudicata più positivamente, con un tasso di approvazione al 24%. Anche essere coinvolti politicamente per cambiare le cose è sempre meno importante per i millennial, sebbene un 32% di loro si identifichi come conservatore e un 22% come liberal.

Uno dei temi dove le distanze politiche tra millennial si accorciano è l’income gap, il divario tra ricchi e poveri. Il 64% di essi, ben distribuito tra giovani Repubblicani e Democratici, sostiene che il gap sia più grande oggi che venti anni fa. Le differenze politiche stanno piuttosto nell’individuazione delle cause: il 44% di millennial democratici e il 29% di millennial repubblicani credono che sia il risultato di un insieme di fattori fuori dal loro controllo; il 47% dei Repubblicani contro il 29% dei Democratici sostiene invece che questo è il frutto dell’iniziativa personale e che il lavoro duro paga. Fatto sta che il 44% dei Democratici ne addossa la responsabilità politica al GOP, mentre solo il 16% dei Repubblicani fa altrettanto. Ben il 44% del totale ritiene che sia colpa di entrambi i partiti.

Secondo il già citato studio di Brookings Institution, il 64% dei millennial, pur patendo una disparità nell’accesso al lavoro e al salario con le precedenti generazioni – il dato della disoccupazione giovanile in USA è quasi il doppio (10,5%) di quella nazionale –, dichiara che preferirebbe uno stipendio da 40mila dollari l’anno per un lavoro che ama, piuttosto che uno da 100mila per un impiego noioso. Questa generazione è quella con il più alto livello di debito studentesco (27mila dollari a studente, per circa 1000 miliardi di dollari in tutto il paese) e il più basso livello di benessere: il Pew Research Center ricorda che le loro entrate economiche nel 2014 sono al livello del 1999. Eppure, questa generazione meglio istruita di ogni altra in passato, ma anche più disoccupata, crede ancora che ad un alto livello d’istruzione corrisponda un maggior successo professionale (35%). Ciò non significa che i millennial si facciano illusioni: il 51% di essi non crede che il sistema di sicurezza sociale restituirà mai una pensione, mentre un ulteriore 39% conta solo di mettere mano su un livello minimo di benefit. Molti degli intervistati ritengono però che l’austerity di per sé non serva a nulla, ma che debba esserci invece una vera e propria soluzione politica: insomma tocca al governo fare qualcosa per loro.

E in effetti questo il Presidente Barack Obama l’ha recepito, tanto che recentemente ha lanciato una campagna attraverso i social media, iscrivendosi di persona al nuovo social network “Medium”. Utilizzando un linguaggio fatto anche di emoticon ed emoji Obama vuole cambiare le risposte dei millennial ai fiumi di sondaggi.

I millennial però odiano le categorizzazioni e anzi vi sfuggono. Lo dimostra il fatto che sui diritti dei gay come sulla marijuana sono molto avanti, mentre hanno posizioni simili ai loro genitori – i baby boomer – su aborto e gun control; e non sopportano essere definiti “ambientalisti”. Così, quando il Pew Research ha rilevato il declino del matrimonio tra i millennial –  solo il 26% è sposato – sono emersi altri punti di domanda. I dati dicono allora cheil 60% ritiene che se un genitore cresce un figlio da solo, fa male alla società; il 78% delle donne, prima di valutare qualsiasi “prospettiva matrimoniale”, pensa ad un lavoro stabile; un quarto dei giovani vive sotto lo stesso tetto dei genitori.

Situazioni, queste, vicine a quelle dei coetanei europei. Ma i millennial americani si discostano da quelli nostrani su un aspetto in particolare: l’ottimismo. Nonostanti la sfiducia nelle istituzioni, i problemi e le incertezze, il 70% di essi dichiara infatti di credere che gli anni migliori debbano ancora venire.