international analysis and commentary

Europa: parole e fatti

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È sempre vero che le parole hanno un significato preciso e che basta leggere il dizionario? Un caso tipico è “austerità”; domina il dibattito, ma sfido chiunque a spiegare con esattezza cosa significhi. Un’altra è “patrimoniale”; dovrebbe essere chiara, ma ormai sta a indicare qualsiasi tassazione del risparmio. Rassegnamoci; l’ambiguità è ciò che permette alla politica, e non solo, di operare. Tutti ricordano il “je vous ai compris” di De Gaulle di fronte ai coloni francesi di Algeri. La folla plaudente ritenne che fosse l’annuncio di un sostegno a oltranza; invece, con coraggio e lungimiranza, voleva dire “ho capito che siete indifendibili”. La lista delle parole che nutrono l’ambiguità del nostro agire politico è lunga: riforme, rivoluzione (oggi è meglio dire “cambiare verso”), democrazia sono forse le più importanti.

Quando guardiamo al dibattito interno ai nostri paesi siamo ormai smaliziati; perché invece quando si tratta di Europa cadiamo facilmente nella trappola? In una vita anteriore ho passato molto tempo a negoziare con i giapponesi; una delle maggiori difficoltà era che le parole non avevano, per noi e per loro, necessariamente lo stesso significato e cominciavamo a capirci solo quando alle parole si sostituivano le cifre. La lezione era che molte parole hanno senso solo alla luce dei risultati concreti che producono. Noi invece parliamo tutti lingue indo-europee e ci viene raccontato che le frasi inserite nei comunicati di un Consiglio Europeo sono chiare e definitive. Chi ha dato il consenso al testo sa benissimo che si è trattato di un faticoso compromesso e che contiene una dose di voluta ambiguità; tuttavia quando, tornato a casa ne deve spiegare il senso ognuno lo fa in modo diverso. Non sarebbe più semplice dire la verità? Per esempio, un sistema complesso come l’Unione Europea non può “cambiare verso”; può al massimo, ed è ciò che sta avvenendo, correggere la direzione di marcia. Due altri esempi sono sussidiarietà e riforme. Leggendo il dizionario, sussidiarietà vuol dire che l’Europa deve fare solo ciò che procura valore aggiunto e il resto deve essere lasciato agli stati; tutti sono d’accordo, ma ognuno interpreta il “valore aggiunto” a modo suo. Tutti convengono che l’Europa ha bisogno di riforme; tuttavia per i britannici vuol dire che è troppo protezionista, per i francesi (e a volte anche per noi) che è troppo liberale. Perché non spiegare che la verità sta in mezzo e che lo spostamento (sempre parziale) del pendolo può dipendere solo da negoziati caso per caso? Forse la spiegazione è impossibile; può darsi, ma non potrebbe essere anche vero che la cacofonia delle interpretazioni è uno dei principali fattori che alimentano il populismo?    

Una complicazione è che nell’euro-linguaggio le parole devono a volte essere interpretate per binomi. Il più importante è regole/flessibilità. Matteo Renzi torna a casa e spiega che è cominciata l’era della flessibilità. A stretto giro di posta, Schauble risponde che le regole non cambiano e non si toccano. Eppure entrambi hanno firmato lo stesso comunicato; non sarebbe più semplice spiegare che le regole non sono cieche e devono essere interpretate, come del resto è sempre successo? Ciò che è (forse) cambiato è la volontà politica di interpretarle in modo nuovo, ma la verifica ci sarà solo su casi concreti. Un altro binomio difficile è democrazia/legittimità che è stato alla base del recente scontro sulla nomina di Juncker alla testa della Commissione. È stato presentato come uno scontro epocale fra due opposte concezioni; non sarebbe stato meno traumatico spiegare che l’Unione è fondata su una doppia legittimità e che periodicamente il pendolo si sposta (leggermente) da una parte o dall’altra?

Il fatto è che da sempre ogni governo racconta ai propri cittadini un’Europa diversa. Trovare una “narrativa” comune dovrebbe essere il compito principale di ciascuno, ma nessuno sembra curarsene. Il compito di proporre una narrativa comune spetterebbe alla Commissione, ma negli ultimi anni ha perso autorità e del resto è anche parte in causa. C’è però una ragione più profonda. È difficile immaginare espressione più ambigua del “whatever it takes” di Draghi. Eppure la sua ambiguità è accettata, mentre quelle di Renzi, di Hollande, di Cameron e anche della Merkel non lo sono. La chiave sta nella parola più ambigua di tutte: fiducia. Draghi è oggetto di fiducia unanime; non è invece il caso fra i paesi e all’interno di essi. Tutti i governi, con la complicità dei media, sono ormai prigionieri della propria narrativa e si sentono nell’obbligo di rincorrere i rispettivi populismi. Persino Angela Merkel, apparentemente libera da minacce populiste, deve fare i conti con potentati extra-politici come la Bundesbank e la Corte costituzionale sostenuti da una parte importante dei media. Dunque ricominciamo dalla semantica; restituiamo alle parole, quando possibile, il loro senso. Per le altre, in attesa dei fatti, abbiamo per il momento il coraggio di riconoscerne la chiarissima, indispensabile ambiguità.