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Elezioni di medio-termine e politica estera: do they matter?

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La politica estera è stato un tema collaterale nel dibattito che ha preceduto e preparato le elezioni di medio-termine. Dibattito dominato da due principali questioni: l’economia e il big government. Avranno i risultati delle elezioni un qualche impatto sulla politica estera dell’attuale amministrazione nei due anni che ci separano dalle prossime elezioni presidenziali?

Le questioni sono due e riguardano rispettivamente l’impatto delle elezioni sull’atteggiamento complessivo verso la politica estera del Presidente in carica, ed il potere di condizionamento del Congresso. Dopo aver perso le elezioni di medio-termine nel 1994, Bill Clinton corresse l’approccio – “it’s the economy stupid” – dei suoi primi due anni di presidenza e rivolse una maggiore attenzione alla politica estera (Balcani, allargamento della NATO). Tanto da concludere anche il suo secondo mandato come foreign policy President (Kosovo e Camp David). È da presumere che nel caso di Obama il responso delle elezioni di midterm non avrà un impatto particolare sul suo atteggiamento in politica estera. Il momento storico particolare (ben diverso dai primi anni di Clinton) ha imposto ad Obama di essere al contempo sia domestic che foreign policy President. Lo ha costretto ad affrontare insieme la crisi economica interna, le due guerre ereditate da Bush, il problema Iran, l’ascesa della Cina. Di fronte alle sfide esterne Obama ha proposto una strategia articolata per impegnare le potenze emergenti come nuovi azionisti nel sistema globale, ha resuscitato il soft power per riconciliare l’America con il mondo islamico e cercare di neutralizzare così sul nascere terroristi ed estremisti, ha ridimensionato la presenza militare in Iraq (seguendo le promesse di Bush) e promesso di iniziare a fare altrettanto in Afghanistan a partire dall’anno  prossimo. È difficile pensare che questo impianto, solido e pragmatico, possa subire modifiche radicali nei prossimi anni. E ciò anche con un Congresso parzialmente ostile.

Il Congresso controlla (potere di oversight) e può condizionare, soprattutto attraverso il potere di spesa, il Presidente e l’amministrazione nella conduzione della politica estera. Ma quest’ultima resta fondamentalmente una responsabilità primaria del capo dell’esecutivo. Il potere di condizionamento del Congresso non va sottovalutato, ma è parziale e a ‘geometria variabile’. Sull’Afghanistan il sostegno di repubblicani e conservatori alla guerra non è in discussione (le potenziali tensioni con l’esecutivo sui piani e le scadenze per il ritiro delle truppe sarebbero paradossalmente maggiori con un Congresso a netta maggioranza democratica); ci sarà invece da attendersi la maggiore pressione dei repubblicani per una politica più assertiva verso l’Iran e la Cina; per quanto riguarda il disarmo e, ad esso connesso, la Russia; il cambiamento climatico. Tra questi capitoli di politica estera quello che potrebbe essere maggiormente condizionato è forse quello del reset nei rapporti con la Russia qualora il trattato START non fosse ratificato in tempo dal Congresso lame duck, e venisse rinviato al nuovo Congresso, che si preannuncia più russofobo. Il potere di condizionamento del Congresso sarà insomma parziale, da soppesare issue by issue. E bisognerà tener conto anche delle divisioni sulla politica estera all’interno dello stesso campo repubblicano, accentuate dal fenomeno dei Tea Party.

All’interno degli Stati Uniti i veri conti sulla politica estera si faranno nell’autunno del 2012. Il modo in cui il resto del mondo leggerà intanto gli sviluppi negli Stati Uniti dopo il 2 novembre sarà  non meno importante per il futuro  della ‘dottrina Obama’. Futuro che dipenderà anche dalla concreta capacità delle  potenze emergenti di assumersi nuove responsabilità globali, e dai risultati nella lotta al terrorismo raggiunti  non più solo con l’hard power. Inutile dirlo, la visione multilateralista di Obama potrebbe giovarsi di un’Europa coesa quale partner globale. Il Trattato di Lisbona non è però riuscito a contrastare la tendenza dei paesi europei ad agire uti singuli sui temi internazionali, con il risultato di rendere l’Europa in quanto tale irrilevante. È vero che per l’Europa post-Lisbona c’è ancora tempo. Ma non troppo: il 2012 potrebbe diventare una scadenza anche per il vecchio continente.