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Dopo DKS: il gioco delle (molte) carte

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Dopo la precipitata (e indecorosa) partenza di Dominique Strauss-Kahn dal Fondo Monetario Internazionale, dire che gli europei non hanno “un diritto divino” a designare il successore è un’evidenza. Aggiungere che l’equilibrio del mondo è cambiato, una banalità. Tuttavia il fuoco di sbarramento che si è aperto contro le pretese europee è un po’ surreale. Si è cominciato con dire che il processo di designazione deve essere “aperto”, non politico e basato solo sul merito. Difficile dissentire. Poi quando sono emersi possibili candidati europei con nomi “pesanti” come Christine Lagarde o Jean-Claude Trichet, la musica è cambiata. Si è infatti scoperto che i possibili candidati provenienti da paesi emergenti, alcuni dei quali certamente rispettabili, non hanno comunque credenziali all’altezza dei (a tutt’oggi solo possibili) candidati europei. Allora un “non diritto divino” dell’Europa si è trasformato in “diritto” dei paesi emergenti: questa volta tocca a noi. Si ammette quindi che la selezione, per cui il merito costituisce certamente un elemento essenziale, è comunque un processo politico. Si è visto del resto in occasione della nomina di Mario Draghi alla BCE. Ovviamente non è finita. In tutti i casi si dirà “basta con i francesi”. Se dal cappello dell’Europa dovesse emergere Lagarde, si dirà che bisogna evitare i politici, troppo inclini ai compromessi. Se dovesse emergere Trichet, si dirà che un tecnocrate non ha l’autorità per imporsi ai governi.

Molti, Angela Merkel in testa (che non è nota per eccessive simpatie nei confronti della Francia), hanno argomentato in modo convincente le ragioni per cui è opportuno che anche in questa occasione il posto torni in Europa. È auspicabile che i 27 (tutti) tengano duro e i segnali sono finora incoraggianti. È inoltre necessario che si accordino su una candidatura ineccepibile. L’Europa ha molti problemi e debolezze, ma spesso si fa male da sola. Tuttavia è interesse di tutti por fine alla moda di “Europe bashing”, così comune oltre Atlantico e che ora si diffonde nel resto del mondo. L’equilibrio del pianeta è certamente cambiato, ma il contributo degli emergenti alla costruzione di un nuovo ordine multilaterale è stato finora modesto. Si comportano un po’ come molti politici: pretendono poltrone, ma quando bisogna produrre contributi costruttivi e condividere responsabilità tendono a latitare. L’Occidente sarà in declino e pieno di contraddizioni, ma quando si tratta proporre nuove regole le idee vengono sempre da questa parte del mondo. Sarebbe pericoloso cullarsi nell’illusione che gli emergenti non si accordino su un candidato. Se ci riusciranno, quale che sia il prescelto, sarà politicamente scorretto contestarne le qualità tecniche. Alla fine, molto dipenderà, come sempre, dagli americani. Per loro è in gioco sia il futuro della Banca Mondiale sia il posto, importantissimo, di numero due del Fondo. Avranno la forte tentazione di difendere le ragioni dell’Occidente battendosi “fino all’ultimo europeo” (per difendere, in realtà, le loro posizioni). Non sarebbe accettabile.