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Dal gas al nucleare: il “business case” per una transizione

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Un mondo senza idrocarburi è, nel lungo termine, più una necessità che un desiderio. È infatti lapalissiano affermare che l’uso delle fonti non rinnovabili porterà al loro esaurimento, anche se le analisi divergono sul quando: se M. King Hubbert predisse erroneamente un picco mondiale nel 19951, Abdullah Jum’ah (CEO di Saudi Aramco fino al 2008) parla di risorse in crescita per almeno un altro secolo2, mentre centri di ricerca come il CERA suggeriscono che invece di un “picco” si avrà un periodo di produzione piatta della durata di alcuni decenni prima di un vero declino3.

Un altro dato da considerare è il costo umano del consumo di idrocarburi, cioè la correlazione tra inquinamento atmosferico e incidenza di patologie di tipo tumorale; tale fenomeno è scientificamente accertato e stimato in 2.4 milioni di vite umane ogni anno, stando alle statistiche dell’Organizzazione Mondiale della Sanità4.

Se questi sono i principali problemi legati agli idrocarburi, dall’altro lato va però considerato che l’economia mondiale richiede una determinata quantità di energia, che nel 2010 è stimata in 512 milioni di miliardi di Btu, mentre per il 2030 tutti i principali studi di scenario, a partire dall’International Energy Outlook dell’EIA5, prevedono una crescita a livelli tra i 650 e i 750. Secondo le ottimistiche stime prodotte dall’Unione Europea a sostegno della Second Strategic Energy Review del novembre 2008, la crescita della domanda potrebbe essere addirittura controbilanciata da una maggiore efficienza energetica6. Ma se la matematica non è un’opinione, rimane aperto un quesito riguardante almeno tre quarti del mix energetico attuale.

Le tappe della transizione
Detto questo, si possono immaginare due scenari per incamminarci verso l’obiettivo di un mondo senza idrocarburi: una rivoluzione o una transizione. Pare evidente che qualsiasi tentativo rivoluzionario avrebbe soltanto l’effetto di deprimere l’economia mondiale: se i policy-makers iniziassero a penalizzare gli idrocarburi tout court e finanziassero pesantemente i rinnovabili, avremmo uno sbilanciamento equiparabile alla peggiore crisi economica della storia dell’umanità. Crisi significa povertà, povertà porta conflitto, e questo sillogismo dovrebbe essere tenuto in maggiore considerazione dai sostenitori di soluzioni drastiche. Una transizione, invece, vorrebbe dire iniziare a lavorare per sostituire gradualmente i componenti del mix energetico. Mancando il “Leviatano”, cioè un’autorità mondiale in grado di imporre soluzioni, una via praticabile deve offrire un vantaggio economico per gli attori decisivi, ovvero quello che in gergo viene chiamato un “business case”. La prima azione che risulta al giorno d’oggi praticabile è una sostituzione tra idrocarburi a favore del gas naturale. Per certi aspetti è proprio quello che sta già accadendo: gli sforzi politici degli ultimi due decenni in Europa e Stati Uniti hanno portato a una grande crescita dei mercati del gas. Anche se le difficoltà tecniche legate all’estrazione e al trasporto di questo bene non permettono (ancora) che emerga un mercato globale, certo è che in alcune regioni il gas rappresenta già una quota importante del mix energetico ed è in assoluto l’idrocarburo dominante nel dibattito politico: lo dimostra, ad esempio, l’Europa con il terzo pacchetto di liberalizzazione gas-elettricità e la battaglia diplomatica per il gasdotto Nabucco.

Ma una vera transizione necessita di un ulteriore elemento: il legame con il futuro remoto. Sottoterra è rimasto più gas che petrolio, al punto che anche le stime più pessimistiche ne valutano la produzione mondiale in crescita fino al 2050. Ma non dovremmo arrivare a metà secolo senza esserci preparati al dopo. Le azioni necessarie sono due, entrambe da intraprendere nel futuro prossimo. La prima è una trasformazione delle reti di distribuzione a favore dell’energia elettrica. Infatti, qualsiasi soluzione al momento considerabile come fonte energetica chiave per il futuro a lungo termine – fatta eccezione per idrogeno liquido e biocombustibili, che sarebbero comunque riservati perlopiù al settore dei trasporti – presenta la caratteristica di utilizzare l’elettricità come mezzo di trasmissione. Ciò significa che le reti devono essere adattate a questa caratteristica: la capacità delle attuali reti elettriche, così come la presenza di milioni di boiler e cucine a gas, non favorisce una transizione. Anche laddove gli idrocarburi continuassero ad essere utilizzati come fonte per applicazioni non mobili, sarebbe intelligente sviluppare centrali termoelettriche piuttosto che permettere alle molecole di raggiungere il consumatore finale.

La seconda importante azione comporta la promozione della fissione nucleare come il sistema più efficiente che sia conosciuto per produrre energia, considerate e comparate le esternalità negative con quelle delle altre fonti; e dunque va accettato che il nucleare è l’unica fonte, in alternativa agli idrocarburi, capace di raggiungere quote maggioritarie nel mix energetico.

Inoltre, gli effetti collaterali di questo tipo di transizione non sarebbero solo esternalità negative. In primo luogo, dare un maggiore peso alla fissione nucleare significherebbe sostenere il processo di cambiamento delle reti a favore dell’elettricità, e questo darebbe un impulso positivo a tutte le fonti legate all’energia elettrica, inclusi i rinnovabili. In secondo luogo, una maggiore accettazione pubblica della fissione nucleare avrebbe l’effetto, in molti Paesi, di far superare il terrore irrazionale scatenato dall’incidente di Chernobyl a partire dalla seconda metà degli anni Ottanta. Ciò fornirebbe un incentivo per un maggiore finanziamento, pubblico e privato, per la vera forma di energia che potrebbe accompagnare l’umanità attraverso i secoli a venire: la fusione nucleare. Fissione e fusione sono due fonti completamente distinte ma che, condividendo parte del concetto, vengono spesso associate tra loro. Questo nodo va sciolto al più presto.

Quali attori-chiave?
Chi si farà carico di questa transizione? Organizzazioni multilaterali e stati nazionali sono ben lontani dal rappresentare un Leviatano, ma un sostegno e finanziamento pubblico sarebbe certamente un segnale positivo e in certi casi determinante, essendovi Paesi nei quali il nucleare è ancora bandito. Tuttavia, è il settore privato che dovrebbe dare il maggiore impulso, in primis le attuali grandi compagnie energetiche. Per vie dirette o indirette, esse hanno in mano la maggior parte delle reti di distribuzione, oltre che il capitale da investire nella necessaria ricerca e sviluppo che può portare alla realizzazione di una fusione nucleare industrialmente praticabile. Molte multinazionali hanno già scoperto il cosiddetto “business case for sustainability”, in altre parole l’utilità commerciale di investire in energia rinnovabile, per ragioni legate sia all’immagine che alla diversificazione del portafoglio: Shell, BP, Total e StatoilHydro sul versante europeo, Chevron e perfino la più tradizionale ExxonMobil negli Stati Uniti nell’ultimo decennio hanno investito in energia rinnovabile, portando a importanti sviluppi negli ambiti di eolico, biomassa e idrogeno liquido. Per quale ragione non si sono create le medesime condizioni per l’investimento nel settore nucleare? Per rispondere, basta pensare alle motivazioni iniziali che hanno spinto queste aziende a investire: il nucleare presenta problemi di accettazione e quindi non migliora l’immagine pubblica di un’azienda; in più, la mancanza di programmi di sussidio pubblico, a fronte di investimenti massicci e a lungo termine, non ne rende il “business case” così evidente.

La ragione per cui è nell’interesse comune che questo “business case” emerga chiaramente è che, se inteso come una scelta alternativa fra idrocarburi, rinnovabili e nucleare, il problema del consumo energetico a lungo termine è mal posto. Alla luce del nostro ragionamento, infatti, queste tre alternative si configurerebbero nella maniera seguente. Primo, rimanere ancorati agli idrocarburi il più a lungo possibile, ignorando la spinta al cambiamento in favore di energie alternative, porterebbe a un massiccio riassestamento del potere commerciale nel settore energetico, con conseguenze evidentemente non gradite alle attuali compagnie energetiche e certamente imprevedibili anche a livello di assetto geopolitico. Secondo, promuovere i rinnovabili come alternativa agli idrocarburi ma in contrasto con il nucleare significherebbe privare l’economia mondiale di carburante, e allo stesso tempo privare il settore dei rinnovabili della vera opportunità per fare breccia nel mix energetico, ovverosia legarsi ad un’altra fonte più efficiente attraverso la quale promuovere l’idea che le reti elettriche vadano potenziate fino a eliminare l’uso di idrocarburi da parte dell’utente finale. Infine, guardare al nucleare senza proporlo come complementare ad una strategia “verde” (come invece nella campagna promossa negli USA dal Nuclear Energy Institute7), significherebbe condannare questa fonte di energia ad un cammino molto accidentato, a causa della sua impopolarità ancora molto diffusa nell’opinione pubblica.

L’unica soluzione di lungo termine, praticabile già nell’immediato futuro, è una transizione lenta e cooperativa dagli idrocarburi pesanti a quelli leggeri, e da quelli leggeri verso un futuro di energia rinnovabile e fissione nucleare, nel quale queste ultime fonti siano finanziate in maniera massiccia dagli attuali attori dominanti nel mercato energetico; sempre questi ultimi, poi, dovranno farsi carico di inserire la fusione nucleare nei propri piani di ricerca e sviluppo. Ogni forma di intervento del settore pubblico – regolamentazione, finanziamento pubblico, sostegno a istruzione e ricerca – sarebbe benvenuta, anche se è fondamentale ricordare che l’impulso primario verso questo percorso deve essere la promozione di quel “business case” che abbiamo provato a delineare. 

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1M. King Hubbert, “Nuclear Energy and the Fossil Fuels”, Spring Meeting of the Southern District, American Petroleum Institute, San Antonio TX (USA), 7-9 marzo 1956.
2Uchenna Izundu, “WEC: Saudi Aramco chief dismisses peak oil fears”, Oil&Gas Journal, vol. 105, no. 43, 19 novembre 2008.
3Peter M. Jackson, Why the Peak Oil Theory Falls Down: Myths, Legends, and the Future of Oil Resources, CERA, 2006.
4World Health Organization, Estimated deaths & DALYs attributable to selected environmental risk factors, by WHO Member State, 2002.
5Energy Information Administration, International Energy Outlook 2008.
6European Commission, Europe’s Current and Future Energy Position: Demand, Resources, Investments, Commission Staff Working Document SEC(2008)2871, 13 novembre 2008.
7http://www.nei.org/

Further reading:
Il ritorno di Hubbert: come vivere senza combustibili fossili di David Goodstein, Aspenia 27
Il fattore tempo: risposta a Goodstein di Franco Bernabè, Aspenia 27