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C’era una volta l’asse anti-imperialista bolivariano

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Gli storici che scriveranno un libro sull’America Latina contemporanea individueranno con ogni probabilità una data di particolare rilievo simbolico: il 5 marzo 2013, il giorno della morte di Hugo Chávez. La scomparsa del Presidente del Venezuela appare lo spartiacque ideale per analizzare cosa è successo alla regione e in particolare al blocco boliviariano (o chavista) che il leader di Caracas aveva assemblato per rompere l’egemonia degli Stati Uniti dal Messico alla Patagonia. Con un’avvertenza: gli eventi degli ultimi due anni e quelli che verranno affondano le radici in fenomeni, opportunità e crisi latenti ma già presenti quando Chávez era ancora in vita. La sua uscita di scena ha accelerato in maniera forse inarrestabile dei processi in atto da tempo per il Venezuela, per i suoi alleati regionali (Cuba, Nicaragua, Ecuador, Bolivia, Argentina e molti piccoli Stati caraibici) e indirettamente per il suo principale rivale, ossia gli Stati Uniti.

È utile partire da Caracas perché qui stanno emergendo in maniera drammatica tutti i limiti del modello economico-politico perseguito dal defunto colonnello bolivariano. Si è trattato di un mix di nazionalizzazione delle risorse e delle imprese, ampliamento della spesa pubblica a favore dei ceti più umili, e ricorso a strumenti di democrazia diretta.

Una ricetta che ha senza dubbio fatto compiere al Venezuela grandi passi in avanti nella lotta alla povertà e alla disuguaglianza, creando al contempo un legame molto forte tra Chávez e i suoi sostenitori – non solo poveri: durante il suo quindicennio alla presidenza si è sviluppata una nuova classe, chiamata “boli-borghesia”, composta da fedelissimi, quei militari e boiardi di Stato che hanno tratto i benefici maggiori dalle proprie posizioni di potere.

Ma oggi i nodi stanno venendo al pettine: l’economia soffre della dipendenza quasi assoluta dall’esportazione di idrocarburi, un male preesistente a Chávez che quest’ultimo non ha saputo né voluto curare. Con il prezzo del petrolio più vicino ai 50 che ai 100 dollari al barile, i proventi per sostenere lo Stato sociale si sono drasticamente ridotti e sono emerse le storture di un sistema inefficiente, di cui la scarsezza cronica di beni primari è solo il segno più evidente.

Inoltre, a Nicolás Maduro, il nuovo Presidente del Venezuela, del suo predecessore non mancano solo i soldi: manca soprattutto il carisma e la capacità di tenere uniti a sé il popolo chavista e la “boli-borghesia”. Di fronte all’aggravarsi della crisi economica (con annessa spirale di violenza) e alla montante insoddisfazione popolare, Maduro ha scelto la via dello scontro: grida continuamente al complotto, limita gli spazi a disposizione dell’opposizione facendone arrestare i capi e occupando le istituzioni con i propri seguaci più leali, aumenta il potere dei militari.

L’impressione è che questo sistema si stia sgretolando, ma che ancora non sia emersa un’alternativa convincente a Maduro. Per il momento, l’opposizione è indebolita dagli arresti e dalle divisioni interne, mentre il blocco chavista non ha trovato un valido sostituto, ma è ben cosciente che un capo di Stato estraneo alla “boli-borghesia” contesterebbe l’influenza politico-economica che questa classe oligarchica ha accumulato in questi anni e quindi ha tutto l’interesse a evitare che salga al potere qualcuno estraneo alla sua cerchia. Le elezioni parlamentari previste entro fine anno e l’eventuale referendum per revocare il mandato a Maduro (possibile nel 2016) saranno appuntamenti fondamentali per capire se il Venezuela potrà uscire da questa crisi senza rompere definitivamente un ordine istituzionale già ferito.

Le numerose organizzazioni regionali dell’America Latina seguono con apprensione quello che succede a Caracas, ma finora hanno mantenuto un ruolo defilato, principalmente per due motivi. Il primo è che i due Stati che più avrebbero i mezzi per, e l’interesse a, scongiurare la crisi venezuelana – cioè Brasile e Colombia – stanno optando per un profilo basso. Il Brasile della Presidente Dilma Rousseff ha abbandonato la proiezione di potenza esterna dell’epoca di Lula e ha gravi problemi interni di cui occuparsi. La Colombia sta cercando la pace con la guerriglia delle FARC, in un negoziato accompagnato tra gli altri anche dallo stesso Venezuela.
Il secondo motivo ha a che fare con l’eredità lasciata da Chávez, il quale, pur avendo essenzialmente fallito nel proprio progetto anti-egemonico (e in questo senso anti-statunitense), si era conquistato la solidarietà e l’amicizia di quasi tutti i capi di Stato della regione.

La politica estera chavista insisteva su concetti di sovranità e indipendenza cari a tutti i leader della “svolta a sinistra” latinoamericana, che non volevano prendere direttive da Washington. Questa solidarietà, ereditata ora da Maduro, non sarà però eterna, anche perché il blocco bolivariano è molto meno unitario rispetto ai tempi di Chávez. Anche se il sostegno al governo di Caracas e la condivisione degli ideali chavisti non sono ancora venuti meno, i Paesi che in questi anni sono stati più vicini al Venezuela hanno infatti già iniziato a guardarsi attorno, incentivati anche dal calo dei sussidi provenienti proprio dal petrolio venezuelano. Con l’eccezione dell’Argentina, che paga colpe risalenti al default del 2001 ma anche l’incapacità di svincolarsi dall’export delle materie prime, gli altri tre principali alleati – Bolivia, Ecuador e Cuba – stanno meglio oggi di quel 5 marzo 2013.

I primi due hanno mantenuto la loro tradizionale retorica anti-capitalista, ma hanno dimostrato nei fatti una maggiore apertura agli investimenti privati ed esteri e una migliore capacità di reinvestire i proventi dell’esportazione di materie prime. Non solo welfare, insomma, ma anche infrastrutture e misure volte alla creazione di un mercato interno. Al momento Ecuador e Bolivia sono il miglior esempio del compromesso possibile tra la creazione di ricchezza e la sua redistribuzione.

Quanto all’Avana, Fidel Castro è stato per Chávez un punto di riferimento ideologico. Negli anni, il legame fortissimo tra Venezuela e Cuba si è sviluppato attorno a uno scambio: l’isola ha fornito patronage intellettuale e uomini dell’intelligence e dell’esercito, che attualmente permeano le forze armate di Caracas fino ai massimi livelli. La Repubblica Bolivariana in compenso sosteneva L’Avana con petrolio e fondi. Fidel e poi suo fratello Raúl si sono così garantiti un’influenza internazionale e un afflusso di risorse che non era scontato – dopo il collasso dell’Unione Sovietica e la fine della guerra fredda – ed era decisivo per mantenere il proprio profilo politico-economico unico e continuare a fronteggiare l’embargo statunitense.

Negli ultimi anni di Chávez, anche Cuba aveva però iniziato a diversificare il proprio portafoglio di partner, consapevole dell’insostenibilità del proprio modello e dell’incipiente crisi di quello venezuelano. Questo processo, che guarda con particolare attenzione alla transizione (e ai possibili investimenti) della Repubblica Popolare Cinese e in misura minore del Vietnam, ha subito un’accelerazione con l’avvio dello storico disgelo tra L’Avana e gli USA.

Non sarà né rapido né facile superare oltre mezzo secolo di diffidenza reciproca, tenendo anche conto che i Castro non hanno dato segnali di apertura democratica e che il Congresso statunitense – decisivo per la revoca dell’embargo e per l’eventuale nomina di un ambasciatore a Cuba – sarà controllato dai Repubblicani, ostili al disgelo, almeno fino a fine 2016. Ciononostante, il riavvicinamento tra Washington e il suo più antico avversario in America Latina debilita enormemente il discorso anti-imperialista del Venezuela. Maduro, o chi per lui, continuerà senz’altro a gridare al complotto, aiutato anche da nuovi passi falsi da parte di Washington  – per esempio le sanzioni contro alcuni dignitari venezuelani recentemente approvate da Obama. In superficie, i suoi alleati regionali continueranno a sostenerlo e a denunciare le ingerenze vere o presunte degli Stati Uniti, ma questi nella sostanza si avviano a vincere il confronto con l’asse chavista come hanno vinto la Guerra Fredda, ossia per abbandono dell’avversario. Maduro è una minaccia per la stabilità del proprio Paese più che per gli USA (che tra l’altro rimangono il primo partner commerciale del Venezuela) e non è certo in grado di coordinare e finanziare un fronte anti-egemonico. D’altra parte, i partner di Caracas non hanno l’interesse, le capacità economiche o il peso internazionale, per sostituirsi alla Repubblica Bolivariana e guidare una sfida a Washington.

Il vero rivale degli Stati Uniti in America Latina nel XXI secolo potrebbe, quindi, essere – e sotto il profilo economico lo è già – la Cina. Attualmente Pechino è il primo partner commerciale di Brasile, Cile, Perù e il secondo di alcuni altri, tra cui l’Argentina e la stessa Cuba. La Repubblica Popolare per ora non dà ai suoi legami politici con i Paesi dell’area una connotazione anti-statunitense; ma le cose potrebbero cambiare se (o quando) l’ascesa internazionale della Cina sarà completata.

Anche in questo caso, il 5 marzo 2013 rimarrà una data-simbolo, ma gli storici che si occuperanno dell’America Latina contemporanea dedicheranno all’asse bolivariano qualche paragrafo, o forse un capitolo; il nucleo del loro libro sarà incentrato su Washington e Pechino, non su Caracas, come avrebbe voluto Hugo Chávez.