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Burkina Faso: nuovo fronte di instabilità o possibile success story?

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I recenti rivolgimenti politici del Burkina Faso si legano ad alcuni nodi del continente africano, anche in chiave antiterrorismo – nell’accezione più ampia del termine.

A lungo, nell’ultimo biennio, s’è parlato del conflitto in Mali e per estensione della regione del Sahel, teatro crescente di radicalismo islamista in un quadro generale già critico e cronicamente destabilizzato: sottosviluppo, carestie, forme di neocolonialismo e competizione per alcune risorse.

Il Burkina Faso è un paese di fatto poco conosciuto – era l’Alto Volta sino al 1984 – ma la cui funzione può essere altamente strategica.

Patria del leader da molti considerato una sorta di Che Guevara d’Africa (Thomas Sankara) e tappa del primo viaggio africano di Giovanni Paolo II nel 1980, il Burkina Faso è tangibilmente il paese chiave per gestire il Sahel, come Stati Uniti e Francia sanno bene.

L’era dell’ormai ex Presidente Blaise Compaoré, fuggito a fine ottobre in Costa d’Avorio e probabilmente sulla via per Parigi, è stata fondamentalmente la creazione di un’oasi di stabilità in un contesto altamente precario come appunto il Sahel; le guerre in Liberia, in Costa d’Avorio e in Mali sono solo l’esempio più evidente delle enormi contraddizioni che hanno attraversato e ancora persistono in questa regione sub-sahariana.

Il prezzo che il Burkina Faso ha dovuto pagare per svolgere questo ruolo è stato particolarmente alto, ed è la probabile causa della clamorosa rivolta popolare che ha portato proprio all’estromissione dal potere di Compaoré.

Quando nel 1987 l’allora Presidente Thomas Sankara fu ucciso in un complotto di palazzo guidato dallo stesso Compaoré, allora suo braccio destro, il Burkina viveva una stagione politicamente e ideologicamente decisiva. Paladino degli emarginati, con una visione drasticamente anticoloniale (fiero oppositore anche di FMI e Banca Mondiale), la politica sociale di Sankara intendeva rivoluzionare gli equilibri sociali del paese.

Anche in tema di emancipazione femminile e di lotta all’AIDS – all’epoca flagello che iniziava ad affacciarsi alle cronache occidentali ma già crisi acuta in Africa – la visione di Sankara era molto avanzata. La campagna, oggi divenuta globale, per la cancellazione del debito dei paesi africani, ebbe in lui l’ispiratore fondamentale.

Come ogni leader carismatico Sankara era anche causa di divisioni e instabilità; ecco perché il tragico avvicendamento al potere con Compaoré ha segnato, da una parte, la nascita del mito Sankara in chiave “guevarista” e, dall’altra, una lunga stagione di stabilità politica. Un matrimonio forzato tra un leader cinico e un popolo tollerante, le cui doti di grande dignità e senso comunitario (nonostante l’estrema miseria che emerge dagli indicatori in termini di povertà, istruzione, mortalità, situazione sanitaria) hanno garantito una sostanziale pace sociale interna.

Quella stabilità è stata costruita da Compaoré annullando le riforme più radicali e socialmente dirompenti promosse da Sankara, con il sostegno cruciale dell’Occidente. In sintesi: dal 1987 il Burkina si è incamminato in una lunga fase di politica pragmatica, che ha portato il paese ad essere un punto di riferimento in caso di crisi regionali: carestie, profughi, guerre civili, infiltrazioni qaediste e non ultima la guerra in Mali.

Il Burkina di Compaoré, nonostante la povertà endemica e le camaleontiche doti del leader, è dunque divenuto il fulcro diplomatico dell’Africa occidentale nell’ultimo decennio: dalla crisi della Guinea Conakry all’ultima guerra maliana, quando la CEDEAO (Comunità Economica degli Stati dell’Africa Occidentale) ha dovuto scegliere un mediatore, la scelta è sempre ricaduta sul Presidente burkinabé.

Alla stessa maniera, quando i vertici militari e d’intelligence occidentali hanno scelto un quartier generale per coordinare la strategia in Sahel e la lotta all’islamismo radicale, la scelta è sempre stata il Burkina Faso e la leadership pragmatica di Compaoré. Paese a maggioranza musulmana, il Burkina è rimasto sinora impermeabile al proselitismo delle milizie islamiche grazie alla stretta collaborazione tra intelligence interna e advisor occidentali.

Tuttavia, il mito di Sankara e il curriculum di Compaoré erano ben scolpiti nella memoria collettiva burkinabé, al punto che quando il Presidente ha deciso l’ennesima forzatura, o meglio trasformismo, tentando di modificare la costituzione per essere rieletto, il popolo ha preso la piazza. Ha dato così vita a un movimento che ha capovolto immediatamente i rapporti di forza nel paese.

I militari hanno osservato gli sviluppi prima di prendere il controllo della situazione e normalizzare il quadro interno, almeno dal punto di vista della sicurezza. Ora, anche alla luce degli eventi che hanno attraversato la fascia settentrionale del continente africano da ovest a est (ossia le primavere arabe che hanno soffiato da Tunisi sino al Cairo) il Burkina Faso si trova di fronte a un bivio di straordinario interesse geo-strategico.

Resta da verificare quale destino attenda il paese: prevarrà la via tunisina (dove Ben Alì era al potere dal 1987, proprio come Compaoré) o quella egiziana? Alla luce dei fatti delle tanto acclamate Primavere arabe solo la Tunisia è stata capace di affrontare un percorso compiuto partendo dalla protesta di piazza contro il regime del padre padrone. Un faticoso processo costituzionale quindi, capace di portare a un credibile assetto politico, nonostante le minacce estremiste, oppure una sostanziale restaurazione?

Avventatamente qualcuno, per il Burkina Faso, ha evocato una “Primavera nera” – che peraltro richiama ormai anche scenari come quelli libico e siriano.

Il crocevia che il Burkina Faso si trova di fronte è in effetti o la strada delle riforme, come chiedono a gran voce l’opinione pubblica, i partiti politici (e quello che attualmente sembra il leader dell’opposizione, Zéphirin Diabré) e l’ONU, o quella di un regime militare paternalistico del potenziale nuovo uomo forte, il tenente colonnello Isaac Zida. Va detto con chiarezza che quest’ultimo non sarebbe mal visto da quei vicini o da quegli alleati storici che hanno interesse a mantenere, per le vie brevi, garanzie di stabilità e affidabilità in una regione-polveriera come il Sahel.

I pronostici secchi poco si adattano all’analisi geopolitica approfondita, ma è probabile che lo spirito nazionale e il tessuto sociale – Zida come Diabré, come tutta la classe dirigente, si sono formati nelle università francesi – troveranno un terreno e una sensibilità comune per resistere a eventuali pressioni esterne. Potranno così garantire al Burkina una transizione democratica, per quanto difficile e graduale, in luogo di uno sbrigativo putsch militare.