international analysis and commentary

Aspen summer

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La bocciatura di Standard&Poor’s risuona come una frustrata di vento nei vialetti alberati del campus di Aspen, in Colorado. L’aria è tesa, al Board internazionale. La paura del contagio continua a migrare da una sponda all’altra dell’Atlantico. Fuori dalla grande vetrata, nubi veloci attraversano le montagne rocciose. Il meteo, sullo schermo degli Ipad dei partecipanti, dà tempo bello. Ma l’opinione degli economisti e banchieri è che le nuvole, questa volta, non passeranno così in fretta. Forse, ci sarà un temporale.

L’accordo in extremis sul debito non ha convinto nessuno. E la diagnosi è di tipo europeo: la perdita della tripla A, nella patria del dollaro, non è solo una questione di debito. Ciò che è crollata, è la fiducia degli investitori nel sistema politico americano. Per ragioni politiche, non solo economiche, l’America sta perdendo credibilità. Quanta e con quale velocità?

Joseph Nye, vice-segretario alla Difesa nell’Amministrazione Clinton e professore ad Harvard, ha appena finito di scrivere un libro sul futuro del potere. E’ la persona ideale con cui discutere di questo: la perdita della Tripla A è un simbolo del declino della potenza americana?

“Intanto mettiamo le cose nel loro giusto contesto”, mi risponde Joe Nye. “Standard&Poor’s è una delle tre agenzie di rating; non è la fonte di tutte le verità. Il suo giudizio potrebbe anche essere relativizzato. Se non fosse che c’è alle spalle una questione molto più rilevante: la paralisi del sistema politico americano, la polarizzazione estrema, che impedisce di prendere decisioni a lungo termine, e razionali, sulla politica fiscale. La farsa al Congresso sul tetto al debito ha danneggiato la reputazione americana. E la reputazione è una componente essenziale del potere internazionale. Possiamo ringraziare i Tea Party. Insomma: il rischio vero, anche per i mercati, è la perdita di fiducia nella politica. Perché se invece guardiamo ai fondamentali dell’economia, l’America resta molto più solida di quanto la gente non pensi. Nel mio ultimo libro, The Future of Power, spiego perché il famoso spostamento verso l’Asia del potere internazionale non ha ancora sottratto agli Stati Uniti la propria posizione centrale e dominante. Se guardiamo a indicatori essenziali – come le capacità tecnologiche o imprenditoriali – l’America è ancora avanti. Certo, dieci anni di guerre costose e non vittoriose, combinazione pessima, hanno leso la nostra posizione fiscale. Ma con un sistema politico in grado di decidere, non avremmo vere difficoltà a rientrare dal debito. Lo abbiamo fatto in passato. L’America eviterà il declino se dopo le elezioni del 2012 adotterà un piano fiscale convincente”.

Mi chiedo, ascoltando Nye, se l’America abbia quel tempo davanti a sé. La reazione della Cina al “downgrading” di Standard&Poor’s sembrerebbe indicare che il principale creditore degli Stati Uniti non ha particolare pazienza.

“La reazione della Cina è stata durissima ma prevedibile”, osserva Nye. “E’ ovvio che i cinesi intendano proteggere la quantità di risorse che hanno investito nei titoli del tesoro americani. E vogliono anche prendersi una rivincita morale: per anni, siamo stati noi ad impartire lezioni a Pechino. Ma la realtà è che la Cina non ha vere alternative. Non è chiaro se l’euro reggerà. E la Cina deve comunque investire gran parte dei 3000 miliardi di dollari e più che detiene in riserve. L’unica vera alternativa, per sottrarsi al dilemma del dollaro, sarebbe di rendere convertibile la moneta cinese, il renminbi. Ma la Cina non è ancora pronta a farlo, come sappiamo. E quindi il nostro problema diventa anche il loro”.

Mentre Aspen celebra i suoi riti estivi – nella grande Tenda Bianca si festeggia la carriera di un vecchio e commosso Brent Scowcroft, abbracciato da Condoleezza Rice – chiedo a Joe Nye fino a che punto la “potenza a debito”, tagliando risorse e impegni internazionali, potrà restare una superpotenza.

“Abbiamo deciso dei tagli importanti al bilancio del Pentagono. Ma se l’America adotterà una strategia di sicurezza più coerente, io la definisco una strategia alla Eisenhower, non avrà problemi. Per esempio, rientra nei nostri interessi continuare ad avere una presenza avanzata in Asia orientale, e siamo in grado di permettercelo. Quando si parla di ripiegamento dell’America conviene essere chiari. Il ripiegamento è rispetto alle guerre di Bush, il post 11 settembre. Non è rispetto agli impegni globali che gli Stati Uniti comunque manterranno”.

Quali impegni manterranno in Europa? Chiedo a Nye. La guerra di Libia è la perdita della Tripla A per la NATO?

“La guerra di Libia è un serissimo campanello di allarme. Gli europei devono darsi le capacità militari per intervenire nel loro vicinato. L’ex segretario alla Difesa, Bob Gates, l’ha detto in modo troppo rude ma nella sostanza aveva ragione.  Se gli europei non riusciranno a fare di più, la NATO perderà senso, per l’America. Sul terreno, il rischio è una spartizione della Libia, o una guerra civile prolungata”.

Vista da un’America in difficoltà, l’Europa delude (sulla difesa) e preoccupa (sulla gestione della crisi dell’euro): la patologia del debito non funziona certo da collante. Anche se c’è chi prevede, ai tavoli di Aspen, che America ed Europa tenteranno insieme di ridurre l’influenza delle agenzie di credito. E punteranno a rilanciare il G7, dopo averlo buttato via troppo in fretta a favore del G20. Nye è convinto, fra l’altro, che di fronte all’ascesa della Cina l’Occidente abbia ancora le sue carte da giocare.

“La Cina ha molte più debolezze di quante ne abbiamo noi. Potrà anche prendere delle decisioni con più facilità. Ma non ha risolto il problema della partecipazione politica, non sa come gestire il dissenso ed è destinata a crescenti tensioni sociali. Tutti i sondaggi di opinione sull’Asia, indicano che l’America ha più “soft power”, più capacità di attrazione, di quanta ne abbia la Cina. Il capitalismo-comunista cinese esce da una fase di straordinari successi, ma ha di fronte a sé enormi problemi da risolvere. E’ un futuro su cui si addensano forti nuvole. Noi siamo nel mezzo di una tempesta, ma abbiamo grandi capacità di ripresa. Tornerà il sole”.

La meterologia della politica internazionale è uno degli effetti di Aspen, a quanto pare. Il clima, nell’estate del Colorado, appare meno fosco che a Washington. Ma continua a cambiare. Con la decisione simbolica di Standard&Poor’s, una stagione è probabilmente finita. Quale sarà il futuro del dollaro? Joe Nye, il teorico del potere dell’America, appare più ottimista di quanto non siano i mercati.