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Ai margini delle rivolte: Marocco e Giordania ancora alleati di Washington

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Marocco e Giordania rappresentano due tasselli-chiave nel sistema di alleanze statunitensi nel mondo arabo, a maggior ragione dopo le rivolte del 2010-11. La geografia evidenzia perché. Rabat è un baluardo di continuità nel Nord Africa scosso da transizioni istituzionali in parte violente (Egitto, Libia, Tunisia), oltre che un operatore di sicurezza rispetto alle crisi dell’Africa occidentale e alle loro ricadute in termini di flussi migratori e minacce terroristiche; Amman è l’ultima frontiera di stabilità in un Vicino Oriente avvitatosi nel vortice del settarismo (Siria, Iraq, il Libano in perenne bilico). Le due monarchie – ai due estremi geografici dello spazio arabofono – hanno in comune la legittimità religiosa delle famiglie dei sovrani, che discendono in linea diretta da quella del profeta. Mohamed VI e Abdullah II sono dunque i capi delle rispettive comunità dei credenti: il lignaggio è un elemento fondamentale, ma che da solo non può spiegare la resilienza di queste due monarchie di fronte alle forti spinte di cambiamento regionali, specie se comparata alla fragilità delle repubbliche.

Infatti, Marocco e Giordania sembrano uscite rafforzate dall’impatto con le rivolte arabe. Ciò si deve alla sinergia fra tre livelli politici, in questo caso complementari: l’interno, l’intermestics (interconnessione fra interno ed esterno) e l’internazionale. Sul piano domestico, i sovrani hanno sapientemente miscelato sussidi e riforme “difensive”, ovvero orientate alla conservazione del sistema di potere vigente, piuttosto che a un’effettiva liberalizzazione dell’arena economica e politica. Il pacchetto di emendamenti costituzionali è stato elaborato da gruppi di funzionari nominati direttamente dai due re; le formazioni che avevano animato le proteste (movimenti giovanili e della sinistra sindacale, e solo in seguito gli islamisti) sono quindi state escluse dal processo di riforma, che si è rivelato nient’altro che una rinegoziazione minima dei rapporti di potere fra le istituzioni.

A livello di intermestic politics, la battuta d’arresto regionale dell’Islam politico (acuitasi con la deposizione del presidente Morsi in Egitto) e lo spettro della violenza jihadista hanno indebolito i partiti islamisti marocchini e giordani, che stanno perdendo capacità di mobilitazione popolare oltre che appeal mediatico. In Marocco, l’islamista Parti de la Justice et du Devéloppement (PJD), è a capo della variegata coalizione di governo chiamata a gestire una profonda crisi economica, con l’ingresso – dopo una lunga impasse dell’esecutivo – di un nuovo partner, il National Rally of Independents (RNI), partito vicino al sovrano. Questo assiste così – da apparente arbitro ma con un ruolo di importante controllo – al logorio dell’esperienza di governo dell’Islam politico nel paese. In Giordania, l’Islamic Action Front (IAF), affiliato alla Fratellanza musulmana e unico partito strutturato del regno, ha smesso di cavalcare la rabbia sociale, a differenza di quanto fece nell’autunno 2012 quando il governo sospese i sussidi sul prezzo del carburante innescando accese manifestazioni popolari. Nonostante i rapporti fra Abdullah II e gli islamisti siano più tesi di quelli del padre Hussein, lo IAF ha però sempre riconosciuto la legittimità della monarchia giordana.

Sul piano internazionale, Stati Uniti, Arabia Saudita e alcuni paesi europei (Gran Bretagna e Francia su tutti) hanno contribuito a rinsaldare le due monarchie mediante prestiti finanziari e cooperazione militare. Il ruolo di Riyād è particolarmente interessante: il progetto di allargamento del Consiglio di Cooperazione del Golfo (CCG) a Marocco e Giordania è servito – al di là delle sue dubbie chances di realizzazione – per sigillare il fronte monarchico durante le rivolte, mettendo a disposizione liquidità per placare, da subito, l’umore delle piazze, più un piano quinquennale per lo sviluppo. Il sostegno economico saudita ad Amman è intrecciato con le scelte di politica estera del regno hashemita. La sospensione degli aiuti, avvenuta negli ultimi mesi del 2012, è infatti coincisa con l’attendismo di re Abdullah II circa le forniture militari ai ribelli siriani; i prestiti finanziari di Riyād sono invece ricominciati nella primavera 2013, proprio quando la Giordania ha iniziato a sostenere attivamente l’opposizione al regime degli Assad, ospitando sul proprio territorio basi e militari statunitensi per l’addestramento dell’Esercito libero siriano.

I sovrani di Marocco e Giordania hanno pertanto trasformato la politica estera in uno strumento di stabilizzazione interna, anche grazie alla partnership con la Casa Bianca. Il rapporto fra Washington e le due monarchie arabe è però di reciproca necessità. Rabat, che dispone di forze armate ben strutturate, è un alleato per la sicurezza dell’Africa sub-sahariana dove partecipa, per esempio, alla missione di peacekeeping delle Nazioni Unite in Costa d’Avorio. Al di là degli impegni militari, la diplomazia marocchina in Africa si muove lungo i vettori economico e culturale-religioso, in competizione con l’eterno rivale algerino. L’80% degli IDE del Marocco si dirige verso i paesi della fascia centro-occidentale del continente, mentre i 2/3 delle esportazioni nazionali raggiungono l’area sub-sahariana; lo scorso settembre, Mohamed VI ha firmato un accordo di cooperazione religiosa fra gli imam del Mali e quelli marocchini, con l’obiettivo di contrastare la predicazione del jihad mediante la diffusione della scuola malikita dell’Islam e delle confraternite sufi (come avviene già in Senegal e nel Niger). Arginare il fenomeno terrorista (spesso mischiato ai flussi migratori che dal cuore dell’Africa raggiungono le coste marocchine per dirigersi verso l’Europa), è infatti un obiettivo convergente fra Rabat e Washington: non è casuale che la CIA disponga di una base per i droni a Guelmim, nel sud del paese. In cambio, gli Stati Uniti mantengono un atteggiamento di non ingerenza verso la questione dello status del Sahara Occidentale (occupato dal Marocco nel 1975), prima issue di interesse nazionale per la monarchia di Rabat.

Nel caso della Giordania, l’alleanza con gli statunitensi è vitale. Amman dispone di forze armate deboli se paragonate a quelle dei vicini, che oltretutto hanno una proiezione estera aggressiva (si pensi alla Siria degli Assad o all’Iraq di Saddam Hussein); la società giordana è poi omogenea da un punto di vista confessionale, ma molto sensibile rispetto a ciò che accade nella regione (vedi la folta comunità palestinese). Washington ha bisogno di uno stato-cuscinetto nel quadrante, e il sovrano hashemita è il solo elemento in grado di tenere insieme una nazione costruita intorno all’irrisolto cleavage fra transgiordani (o East Bankers) e palestinesi. Gli Stati Uniti sono il primo donatore militare del regno giordano (300 milioni di dollari previsti per l’anno 2014), più il surplus di aiuti stanziati dalla Casa Bianca per fronteggiare la gestione dei profughi siriani (oltre 500 mila al dicembre 2013). Il fenomeno sta mettendo a dura prova la tenuta sociale di Amman: il campo settentrionale di Zaatari, a est di Mafraq, è ormai saturo di presenze, tanto che gli Emirati Arabi Uniti hanno finanziato l’allestimento di un altro centro, a Mreijib Al-Fhoud (governatorato di Zarka); quasi inevitabilmente, a quasi tre anni dall’inizio del conflitto in Siria, l’atteggiamento dei giordani nei confronti dei profughi è passato dall’accoglienza all’insofferenza, come evidenzia un sondaggio del Center for Strategic Studies di Amman, secondo cui almeno il 65% di loro si dice contrario ad ospitarne ancora.

Marocco e Giordania, paesi poveri di risorse naturali, dimostrano che la rendita energetica è un fattore importante ma non necessario per la resilienza delle monarchie arabe. Di fronte alle manifestazioni del 2011, i due sovrani hanno piuttosto tentato di allargare la base sociale dei loro sistemi di potere, cooptando il principale attore politico islamista (il PJD, nel caso marocchino) e segmenti sociali finora trascurati, come il settore privato palestinese (nel regno hashemita): l’obiettivo è scongiurare la formazione di movimenti di protesta trasversali e post-ideologici, che mettano in discussione le fondamenta dei rispettivi contratti sociali. Finora, in questa delicata partita, Washington gioca di sponda efficacemente con i due regni ai margini delle rivolte arabe.