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Africa: tra Cina e USA un dialogo possibile?

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L’Africa è il settore geostrategico dove Pechino può forse vantare i maggiori successi e proprio da questo continente, in particolare dal Sud Sudan, potrebbe prendere corpo una nuova stagione della diplomazia cinese. Nel contesto africano, l’assioma della non ingerenza viene infatti rielaborato da Pechino in modo da non entrare in contraddizione con la necessità di salvaguardare gli interessi strategici del Paese. Sicurezza e mantenimento della pace figurano ormai stabilmente nel pacchetto di argomenti su cui si articola la cooperazione con i partner africani. Per di più, laddove ve ne sia la necessità, come ora nel Sud Sudan, il governo cinese si mostra disposto a spingersi in una inusitata opera di mediazione e perfino di interdizione militare (attraverso peacekeeper “combattenti”).

La Cina parte da posizioni di forza in Africa e appare inattaccabile da tutti i potenziali avversari, Stati Uniti compresi. Il volume degli scambi commerciali bilaterali è di 210 miliardi di dollari annui (2013), più del doppio rispetto a quelli tra Africa e USA, e si prevede che toccherà i 400 miliardi nel 2020. I prestiti all’Africa sub sahariana dell’agenzia del governo cinese incaricata di sostenere le esportazioni (la ExIm Bank) superano quelli della Banca Mondiale. Come annunciato nel corso dell’ultima visita del Ministro degli Esteri Wang Yi in Africa (gennaio), gli investimenti diretti cinesi nel continente – 34 miliardi nel 2013 – aumenteranno fino a 100 miliardi entro cinque anni. Giovano senz’altro gli ottimi rapporti con il principale Stato africano, il Sud Africa, il cui Presidente Jakob Zuma, che in dicembre ha compiuto una visita a Pechino dalla quale sono scaturiti accordi importanti (anche nel campo nucleare), è così fedele alla linea cinese da negare il visto di ingresso al Dalai Lama. A favore della Cina gioca anche la presenza nel continente di una diaspora tanto massiccia quanto laboriosa, operante nel settore della piccola e media impresa (in Sud Africa supera le 500 mila unità ed è molto consistente anche in Angola e in Ghana, dove peraltro è accusata di controllare contrabbando e sfruttamento illegale delle miniere d’oro).

Per conservare questa supremazia e inquadrarla nelle proprie ambizioni globali, che vanno dall’accreditamento dello yuan quale moneta internazionale al tentativo di scardinare il controllo esercitato dagli USA sull’America Latina, la Cina sembra pronta a rivedere consuetudini consolidate. Gli ultimi accordi bilaterali, con Sud Africa, Nigeria e Ghana, mostrano ad esempio che a Pechino si è avvertita la necessità di migliorare anche quegli aspetti della propria penetrazione in Africa che suscitano le maggiori critiche: il fatto che gli investimenti non contribuiscono a ridurre la disoccupazione locale, giacché le aziende cinesi che operano in Africa tendono ad affidarsi a manodopera cinese; il disinteresse mostrato fin qui verso la formazione di quadri qualificati; le barriere all’ingresso in Cina di prodotti africani.

I cambiamenti in gestazione potrebbero influenzare anche la dinamica del rapporto tra Cina e USA favorendo una gestione dei problemi del continente in qualche modo condivisa. Il punto di partenza è una profonda differenza di metodologie e di obiettivi: in campo politico il disaccordo passa attraverso l’incoraggiamento o meno di una evoluzione delle istituzioni locali in senso pluralistico e in campo economico riguarda i sistemi di pagamento, i tempi di ammortamento (più lunghi per gli investimenti cinesi), la spartizione di responsabilità e rischi tra pubblico e privato. Né dall’una né dall’altra parte ci sono ancora segni di una reale volontà di sfruttare gli eventuali punti di convergenza. Inoltre, se da fornitore di materie prime l’Africa salisse al rango di importatore di beni di produzione e di consumo si può immaginare una crescente competizione per accaparrarsi fette di mercato: quindi nuovi ostacoli a un’intesa. Tuttavia non mancano i campi in cui traspare complementarietà tra gli interventi di Cina e USA. Pechino e Washington condividono ormai la convinzione che il miglior tipo di partnership con l’Africa passi attraverso la costruzione di grandi infrastrutture. Visto che la Cina, spinta dalla necessità di garantirsi l’approvvigionamento di petrolio e altre materie prime, punta soprattutto su porti, oleodotti e strade, con attenzione massima al Corno d’Africa, mentre l’amministrazione Obama tenta di porre rimedio alle carenze di energia del continente con il progetto Power Africa (Ghana, Liberia, Etiopia, Tanzania, Nigeria e Kenya sono i focus countries), si intravvede una sorta di proficua divisione del lavoro. Inoltre, in taluni casi, per esempio in Congo, gli investimenti sarebbero troppo onerosi (e rischiosi) anche per una grande potenza e ciò suggerisce l’opportunità di una cogestione.

Le crescenti similitudini nel comportamento di Cina e USA verso l’Africa sono avvertibili anche in altri comparti. Ad esempio, spinta da scelte di fondo che esulano dallo specifico contesto africano, la Cina sta rimodulando in chiave ambientalista la sua politica di investimento all’estero, così da avvicinarsi alla posizione (ufficiale) americana. Lo stesso si può dire per la lotta alla corruzione: la campagna lanciata dal Presidente Xi Jinping per contrastarla in chiave interna si riverbera infatti anche sui rapporti con l’Africa. Meno corruzione – si afferma ora dimenticando i disinvolti comportamenti del passato – significa minori costi aggiuntivi e maggiore efficienza: qualcosa che si avvicina alla governance su cui insiste Obama. Manca dalla prospettiva cinese l’interesse specifico per i diritti umani, ma affiora quello per il più sfumato rule of law caro agli americani. D’altra parte Pechino ora difende apertamente i “diritti delle comunità”, visti gli inconvenienti che produce l’instabilità derivante da conflitti etnici, come proprio il Sudan insegna – anche se non si arriva ad avallare il diritto di autodeterminazione. Ci sono infine novità anche sul fronte degli interventi umanitari. Negli ultimi mesi Xi Jinping ha enfatizzato il ruolo svolto dagli operatori sanitari cinesi nel contenimento dell’epidemia di Ebola (forse anche nel timore che questa si allargasse al Ghana, uno dei Paesi-cardine della presenza cinese nel continente). Al di là del significato strategico che tali interventi hanno in qualunque parte del mondo si verifichino, Ebola ha contrassegnato un cambio di marcia nel modo di Pechino di concepire il suo soft power e ricorda la campagna anti-Aids lanciata da George W. Bush nel 2003.

Complessivamente, l’analogia che più conta è sulla sicurezza. La prassi seguita da Pechino fino ad oggi è stata di consolidare le teste di ponte che la Cina ha costituito sulla base di accordi bilaterali. Questi, si mormora a Pechino, servono a maggior ragione ora che gli americani mostrano un rinnovato interesse per l’Africa, che si sospetta abbia proprio lo scopo di “contenere” la naturale espansione cinese. Resta dunque aperta l’ipotesi di trasformare le posizioni acquisite in vere e proprie sfere di influenza, in una logica di spartizione conflittuale del continente e delle sue ricchezze. In controtendenza vanno però registrati gli sforzi di integrazione tra Paesi africani, che sono appoggiati sia dagli americani sia dai cinesi, e la presenza di interlocutori terzi: ovvero l’Europa – nella doppia e confusa veste di Comunità e di autonome ex potenze coloniali – e i BRICs. Ripetendo schemi già in via di applicazione nell’area Asia-Pacifico, questa forma di cooperazione regionale si sviluppa attraverso Aree di libero scambio destinate ad allargarsi e ad intersecarsi. E potrebbe forse causare anche la trasformazione del bilateralismo tradizionale in una nuova forma di multilateralismo, con le sfere di influenza incapaci di resistere alle pressioni esercitate da una molteplicità di partner.

La crisi del Sud Sudan diventa in questo contesto l’occasione per una importante verifica delle politiche attuali e di un loro eventuale aggiornamento. Essa rappresenta un problema oggettivo per la politica africana della Cina e pertanto potrebbe risultare gradita a chi avesse interesse a mettere in difficoltà Pechino. Ma l’esperienza insegna che, pur partendo da questioni etniche locali, le crisi in Africa possono allargarsi ben oltre i confini di un singolo Paese. Stabilità e sicurezza, specialmente se in connessione con la crescita del terrorismo, sono obiettivi perseguibili solo a livello regionale se non continentale. Richiedono inoltre, se non aperta collaborazione, almeno un tacito consenso tra i Grandi. A Pechino potrebbe non bastare fornire ai governi locali strumenti per “rispondere alle crisi” come addestramento e armamenti. E allora lo scambio di informazioni sensibili, con gli USA come partner, diventerebbe essenziale. Segnali di intesa sono stati già dati dal comune impegno contro la pirateria. L’apertura alle navi cinesi delle installazioni di Gibuti, punto di forza della presenza militare americana nell’area, potrebbe costituire un precedente da ripetere.

I cinesi naturalmente cercano di cavarsela da soli. In settembre hanno deciso di triplicare il proprio contingente all’interno delle forze di pace dell’ONU schierate in Sud Sudan. Nel contempo hanno intensificato l’attività di mediazione tra le parti sud-sudanesi in conflitto (il Presidente Salva Kiir e i ribelli guidati dall’ex Vice-Presidente Riek Machar). Ostentano neutralità tra esse e si sforzano di nascondersi dietro lo schermo dell’IGAD, il gruppo di otto Paesi africani cui è stato demandato il compito di risolvere la crisi. Intanto però la loro tradizionale filosofia di non ingerenza traballa. Solo un inciampo o l’inizio della fine per uno dei miti nati ai tempi di Bandung, quando Zhou Enlai in nome del neonato afroasiatismo coniò la formula della cooperazione senza interferenze.