I risultati delle primarie repubblicane di aprile e maggio che in diversi Stati importanti selezionavano i candidati in vista delle elezioni di metà mandato previste a inizio novembre sono inequivoci: il partito repubblicano è il partito di Donald Trump. O almeno così la pensa la sua base militante, quella che partecipa e sceglie di recarsi ai seggi per selezionare chi la rappresenti. Unica grande eccezione, le primarie per il candidato governatore dell’Iowa, dove ha vinto il più moderato Lahn non sostenuto dal Presidente – che però aveva scelto il suo uomo solo quattro giorni prima del voto. La presa del presidente sul partito è potenzialmente controproducente in termini elettorali, un dato che preoccupa gli eletti a Washington che, in alcuni casi, hanno preso a segnalare il loro disagio votando contro Trump. Come evolverà questa dinamica tra il dover mantenere il consenso della base e il dover cercare quello nell’opinione pubblica è un nodo centrale per l’immediato futuro del Grand Old Party.
L’avanzata dei fedelissimi MAGA
Lontano dall’Iowa, i risultati delle primarie sono state in linea con le raccomandazioni presidenziali, anche nei casi in cui si trattava di mandare a casa figure che sono a Washington da anni. Ad essere nominati sono tutti fedelissimi di Donald Trump, ultra conservatori con un’agenda che insiste su immigrazione, temi legati alle guerre culturali (aborto, omosessualità, diritti delle minoranze), favorevoli alla politica dei dazi e alle mosse internazionali della Casa Bianca. Se questa sia o meno coerente o buona per lo Stato dove si vorrebbe essere eletti non ha grande importanza: la base del partito sta con il Presidente a prescindere.
Gli esempi sono diversi tra loro e meritano di essere ricordati, partendo da quelli la cui caduta era data per probabile. Il senatore in carica della Louisiana Bill Cassidy votò per l’impeachment assieme ad altri sette senatori repubblicani e nessuno tra questi è sopravvissuto. Le uniche due eccezioni sono Lisa Murkowski in Alaska (che ha una base sua ed ha corso anche da indipendente, vincendo) e la senatrice Collins, che rischia il seggio dal democratico Planter in Maine, uno Stato dove il movimento MAGA è debole. Il deputato del Kentucky Thomas Massie chiede da mesi la pubblicazione dei file Epstein ed è un acceso critico di Israele, ed è stato sconfitto alle primarie anche lui.
Il caso più rumoroso è però quello delle primarie senatoriali in Texas. Il senatore uscente Cornyn non ha fatto nulla per dispiacere al presidente: ha fatto pubblicità al suo libro “The Art of the Deal” sulle reti sociali, non ha mai preso le distanze su nulla. Al primo turno delle primarie texane, Cornyn era in vantaggio di un punto percentuale sul Procuratore generale dello Stato Ken Paxton: ma poi ha perso con quasi venticinque punti di distacco al secondo turno dopo che Trump si era schierato con il suo avversario. Paxton è una figura controversa, indagato e processato in almeno quattro occasioni per reati che vanno dalle intercettazioni illegali alla sottrazione di fondi, messo sotto impeachment dal suo stesso partito (diviso tra MAGA e non) e poi assolto, marito infedele recidivo in uno Stato dove il voto repubblicano è fortemente religioso. Il Texas è uno Stato cruciale, e in questo momento il giovane democratico James Talarico è dato dai sondaggi in leggero vantaggio sul repubblicano. Ricordiamolo: la maggioranza repubblicana in Senato è di tre seggi e i seggi in bilico alle mid-term sono sei o sette. Vincere o perdere in Texas potrebbe rivelarsi decisivo ma, evidentemente, sia il presidente che per l’elettorato MAGA i calcoli politici seguono logiche particolari.
Lo scontento della base tra Iran e Israele
Naturalmente c’è una differenza tra le dichiarazioni e le prese di posizione pubbliche e quelle private. Sappiamo come molti tra coloro che oggi sono strettissimi alleati di Trump ne abbiano dette di terribili sul suo conto quando questi si candidò alle primarie nel 2020. Qualcosa di simile succede adesso, in particolar modo in materia di Iran, il tema che ha scosso persino la sua base più fedele. A prescindere dalle posizioni specifiche sul Medio Oriente, molti eletti repubblicani sanno benissimo che la scelta di muovere una guerra condotta e conclusa in maniera tanto insipiente, a maggior ragione dopo aver promesso di non farne, produrrà un danno elettorale.
Il danno è particolarmente grande tra i giovani, secondo cui Trump ha tradito quella promessa. Anche perché i giovani maschi bianchi erano stati la grande conquista delle elezioni del 2024. Secondo un sondaggio della Marquette Law School, il 61% degli intervistati sotto i 35 anni è contrario all’azione militare in Iran, percentuale che sale all’80% tra gli under 30. Un sondaggio di Politico segnala come il 59% degli elettori di Trump sopra i 55 anni sia a favore della guerra, ma solo il 28% degli elettori 18-34enni la pensa allo stesso modo. Il movimento che ruotava attorno a Charlie Kirk, insomma, è scontento.
A rincarare la dose le figure come Tucker Carlson e Steve Bannon, popolari e con grande seguito sui canali social e mediatici, che non hanno risparmiato critiche alla guerra, alludendo spesso alla nefasta influenza di Netanyahu. Questo aspetto non è secondario perché pur mantenendo un atteggiamento critico nei confronti di Trump, Bannon tende a interpretare la guerra come qualcosa che avviene manipolando il presidente: “Marco Rubio, che si tiene alla larga da qualsiasi cosa abbia a che fare con l’Iran, JD Vance e Pete Hegseth devono convincerlo [a smetterla]”. Trump, insomma, è la vittima; ma se il movimento è contrario alla guerra, per il momento non abbandona il suo capo.
Più esplicito l’atteggiamento di Carlson che dopo la sconfitta di Massie (il rappresentante libertario del Maine di cui sopra) ha registrato una puntata del suo show dal titolo: “La lobby filoisraeliana ha sconfitto Thomas Massie e distrutto il movimento MAGA”. Carlson fa riferimento alla vedova Adelson, la più generosa finanziatrice repubblicana, nata in Israele che promuove quella che si può definire un’agenda neoconservatrice. “Il giorno dell’inaugurazione, in chiesa, ero accanto a Charlie Kirk ed eravamo felici, immaginando che Trump avrebbe fatto il suo lavoro da presidente e cioè servire gli interessi del popolo americano (…) Non avremmo immaginato che Donald Trump avrebbe secretato i file Epstein, incentivato la sorveglianza e la costruzione di data center per implementarla e mai e poi mai avremmo pensato che avrebbe fatto il tifo per il cambio di regime nel più potente paese del Medio Oriente perché sapevamo che la ragione per cui sostenevamo il presidente è che non avrebbe mai fatto niente di simile”. Carlson è più netto nella critica ed ha un seguito maggiore di Bannon, usa le teorie del complotto in maniera obliqua (allude continuamente ad esse senza dire che ci crede).
Ma il succo di queste due prese di posizioni è che c’è una spaccatura profonda, Trump non è il futuro del partito repubblicano per limiti istituzionali e di età e anche se sotto traccia, il movimento di estrema destra che ha aiutato il presidente a conquistare il Grand Old Party sta cominciando a posizionarsi per avere un futuro. In caso di una brutta sconfitta alle elezioni di metà mandato, di certo verranno fuori voci moderate critiche del presidente con l’obbiettivo di lungo periodo di riprendersi il partito. Lo scontro sarà probabilmente durissimo.
Sull’Iran le fazioni sono almeno tre: i falchi che chiedono di non cedere a nessuna richiesta di Teheran, i sostenitori di Trump che accetteranno un accordo se il presidente lo giudicherà buono, i “falchi” anti-israeliani come Carlson, contrari alla guerra perché è un tradimento della promessa trumpiana fatto per seguire Israele e Netanyahu.
Una problematica insoddisfazione di fondo
L’aumento dei prezzi della benzina e del gas dovuti al blocco dello Stretto di Hormuz e i danni che la chiusura produce all’agricoltura a causa della mancanza di fertilizzanti avranno invece ripercussioni sull’elettorato repubblicano in generale. La mancanza di spiegazioni e strategie sulla situazione iraniana non aiuta a convincere l’elettore medio che valga la pena tornare a votare. In molti Stati e distretti elettorali dove i risultati non sono scontati in un senso o nell’altro, questo disorientamento dell’elettore repubblicano o indipendente non MAGA non aiuterà il partito di Trump.
I sondaggi sul gradimento del presidente durante il secondo mandato non sono mai stati buoni, ma dall’inizio della guerra sono peggiorati. E così le voci dissenzienti pubbliche e i mal di pancia si moltiplicano anche aldilà della stretta attualità. Il caso del fondo da un miliardo e 800 milioni da distribuire a persone “perseguitate dalla Giustizia” dopo l’assalto al Congresso del 6 gennaio 2021, che l’amministrazione ha trattato con la famiglia Trump, è di quelle misure che hanno generato dissenso esplicito anche nel Congresso. Il rumore deve essere giunto alla Casa Bianca se è vero che dopo giorni di polemiche, il Procuratore Generale Todd Blanche ha annunciato che il fondo non sarebbe stato creato.
Lo stesso si dica per le mozioni che riguardano i poteri di guerra: sia alla Camera che in Senato qualche eletto repubblicano ha disertato e votato assieme all’opposizione per restituire al Congresso la facoltà di decidere se continuare o meno l’impresa bellica iraniana. In questo caso, oltre ai dissidenti di cui si è detto, a votare contro il proprio partito sono stati tre rappresentanti eletti in distretti elettorali difficili per il partito repubblicano. Questa è una novità importante ma continua a riguardare una piccolissima minoranza. Il ridisegno dei distretti della Camera – quello del 2026, ma in generale il gerrymandering operato da entrambi i partiti – si traduce in un numero di seggi davvero competitivi sempre più basso. Questa scarsa competizione sul territorio significa che per la maggior parte degli eletti il problema è evitare di essere sfidati alle primarie. Nel caso del partito repubblicano contemporaneo questo significa evitare di disturbare il leader assoluto del partito.
Da qui a novembre sarà poi interessante osservare come voteranno in caso di leggi controverse o impopolari i senatori più indipendenti quali Murkowski e Collins, quelli che non si ripresenteranno (Tillis della Nord Carolina) o che sono stati silurati alle primarie come Cassidy.
Alle elezioni di midterm non è infrequente che un presidente impopolare eviti di farsi troppo vedere nei distretti considerati a rischio. Nel 2026 Trump ha scelto invece di intervenire nelle primarie premiando la fedeltà e dimenticando questo classico calcolo elettorale: presto sapremo se avrà avuto ragione o torto.