Su questo punto, tuttavia, è opportuno fare una prima riflessione anche in vista della futura evoluzione dei blocchi elettorali e del sistema partitico: ci siamo quasi sempre concentrati sui due “poli” dello spettro politico, cioè sulle componenti più ideologicamente marcate e più vistose dei due versanti, ma abbiamo forse sottovalutato l’importanza (numerica ed elettorale) di un’ampia fascia che non si colloca verso gli estremi bensì nella parte mediana dello spettro. Se si è registrato uno spostamento, per alcuni settori dell’elettorato, perfino di 25-30 punti percentuali (prima dei Democratici ai Repubblicani, e poi di nuovo dai Repubblicani ai Democratici) in appena due anni tra il 2024 e il 2026, vuol dire necessariamente che quei cittadini sono “volatili”, pragmatici e flessibili, ben più che “polarizzati”. Sono certamente frustrati nei confronti delle loro istituzioni di governo, ma questo non li spinge su posizioni rigide e inamovibili, e al contrario li rende disponibili ad accogliere o quantomeno testare un’offerta programmatica dopo l’altra, un possibile leader dopo l’altro. Dunque, volatilità e pragmatismo sembrano almeno altrettanto rilevanti quanto la polarizzazione.
Seconda riflessione: a spoglio ancora incompleto è subito iniziata (o ripresa, per la verità) l’affannosa ricerca da parte dei Democratici di una piattaforma unificante per evitare di spaccarsi al loro interno nei prossimi due anni e soprattutto arrivare divisi e indeboliti al fatidico appuntamento con le presidenziali del 2028. L’attenzione si è qui focalizzata sull’opportunità (o meno) di combattere con durezza le famose “guerre culturali” contro i conservatori e ciò che resterà del movimento MAGA. Ci saranno sempre battaglie identitarie da combattere su diritti specifici e a tutela di singole minoranze.
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Il problema, alla luce proprio di questa tornata elettorale, è probabilmente mal posto: la vera sfida potrebbe essere riformulare quelle battaglie in termini di una guerra per la cultura delle istituzioni, cioè diritti e doveri, ruolo dello Stato e responsabilità dei cittadini. Negli Stati Uniti (come in altri Paesi democratico-liberali di mercato) da molti decenni continua progressivamente a deteriorarsi il rapporto tra cittadini e istituzioni, in parallelo con un declino della coesione sociale (ne abbiamo parlato qui); questa tendenza di fondo rimane e non è stata invertita dal midterm 2026. Il movimento di Trump ha sfruttato a modo suo l’onda lunga di risentimento, sfiducia e pessimismo, ma quell’onda è davvero lunga e sarà ora una maggioranza congressuale democratica a farci i conti, almeno sul piano dell’attività legislativa e di supervisione sull’Esecutivo.
Un primo passo in tale direzione è già stato compiuto proprio con il ribaltamento della maggioranza sia alla Camera sia al Senato: entrambi i rami del Congresso avevano di fatto abdicato, con la maggioranza repubblicana, al loro ruolo di co-gestore delle attività di governo che la Costituzione assegna all’assemblea parlamentare. Il nuovo quadrò politico potrà così riaccendere la componente congressuale di quel “motore ibrido” che guida il sistema di potere negli USA, dominato quasi totalmente dalla presidenza soprattutto sotto la seconda amministrazione Trump. Alcuni membri del GOP avevano in effetti manifestato contrarietà e imbarazzo a fronte di quegli sviluppi – si pensi al senatore Lindsay Graham, deceduto a settembre, che aveva voluto con forza una legge per blindare le sanzioni alla Russia, attualmente in vigore con il suo nome – e un simile risveglio istituzionale è davvero nell’interesse di entrambi i partiti.
Una terza riflessione riguarda la possibile lezione da trarre per il futuro rispetto alle midterm come classico referendum sull’amministrazione in carica: a prescindere dallo stile decisionale e comunicativo di Donald Trump, si può oggi dire che il Presidente abbia commesso un errore strategico su più fronti, cioè quello di aggravare progressivamente problemi che aveva promesso di risolvere in fretta. La considerazione si applica alle tariffe commerciali come strumento tuttofare (il deficit della bilancia commerciale USA, che peraltro quasi nessuno ritiene un problema in sé, non è sostanzialmente cambiato, ma intanto sono cresciute le spinte inflattive), al taglio delle tasse per aziende e multimiliardari (di cui non si sentiva il bisogno), alla grande alleanza quasi sbandierata con i titani del big tech (che sono generalmente personaggi impopolari quanto i loro data center), fino alla questione iraniana (la minaccia non è sembrata imminente, tranne che per il governo Netanyahu in Israele, e tenere aperto lo Stretto di Hormuz costa ora moltissimo). Nell’insieme, non ha aiutato la causa trumpiana anche aver ribadito regolarmente che una soluzione negoziata ai conflitti russo-ucraino e tra Israele e Hamas era imminente e perfino facile da raggiungere.
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I ripetuti attacchi verbali e tariffari al Canada, le minacce alla Danimarca per la Groenlandia, le preoccupazioni espresse su Panama, la stessa operazione contro Maduro in Venezuela sono sembrate invece soluzioni a problemi che non c’erano. Quantomeno, così pare averle considerate l’elettorato americano. La lezione da ricordare è allora che conviene a un leader spendere il proprio capitale politico su poche questioni essenziali senza fare promesse mirabolanti, pena la perdita della più preziosa e scarsa risorsa: la credibilità.
Infine, si può fare una piccola (per qualcuno, grande) considerazione alquanto marginale sull’Europa: appunto, marginale come è oggi l’Europa per la stragrande maggioranza degli americani. Non ci si doveva aspettare nulla di diverso in un’elezione congressuale di metà mandato, ma è bene che noi europei ragioniamo seriamente su come impostare un nuovo tipo di dialogo con la generazione emergente di leader politici che si sta affermando negli Stati Uniti. Saranno loro, sia nel campo democratico sia in quello repubblicano, a guidare la superpotenza nei prossimi decenni.