L’Occidente e l’Europa di fronte alla nuova ‘rivoluzione’ americana

Nonostante le affermazioni fossero coerenti con la linea politica e lo stile comunicativo dell’attuale Presidenza statunitense e i toni largamente previsti, il discorso pronunciato da Donald Trump a Davos nel gennaio scorso ha colpito sia gli addetti ai lavori sia gran parte dell’opinione pubblica. Potremmo continuare a scrivere sulla durata, i contenuti e i toni di quell’intervento. Tuttavia, proporre un’analisi del contesto nel quale si è collocato quell’intervento e iniziare a delineare qualche idea in merito a cosa potrebbero fare l’Occidente e l’Europa di fronte allo scenario che si sta profilando paiono scelte più utili nell’indirizzare il dibattito lontano dalla critica sterile.

 

A Davos potrebbe essere stata posta la pietra tombale all’ordine internazionale liberale. Tuttavia, se fosse così, sarebbe corretto affermare che quel momento è coinciso anche con la fine dell’egemonia americana. Qualsiasi potere, anche assoluto, necessita di un grado non trascurabile di consenso, diversamente richiederà l’uso reiterato della forza a discapito della ben più efficace (ed economica) autorità. Il consenso, insomma, è cruciale – e sorprende che dopo lunghi conflitti come quelli in Vietnam, Afghanistan e Iraq i leader statunitensi ancora sottovalutino questo fattore. A fronte di un primato militare ed economico senza eguali e delle arcinote carenze europee, infatti, se la leadership di Washington si è mantenuta stabile per oltre trent’anni è anche perché è stata sostenuta dall’interno dall’Occidente medesimo.

 

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Proprio le debolezze europee – sì, esattamente quelle denunciate da Trump – non solo hanno agevolato il consolidamento del primato degli USA, ma sono state uno dei fattori chiave alla base dell’evoluzione dello stesso in egemonia. Che la mancanza di un’effettiva dialettica tra le due sponde dell’Atlantico non abbia giovato al corso delle relazioni interstatali merita di essere dibattuto. Al contrario, che i principali beneficiari di tale carenza siano stati proprio gli Stati Uniti sembra piuttosto evidente. Non è un caso che i più noti Neocon – al vertice della propria influenza politico-culturale sotto la presidenza di G.W. Bush – abbiano sempre preferito un’Europa debole e divisa.

Del resto, delegittimare e svilire i propri partner equivale a sminuire la qualità della propria leadership – mossa che dinnanzi a concorrenti come Cina, India e Russia risulta ulteriormente opaca. La stessa creazione del Board of Peace assume tratti oltremodo grotteschi, soprattutto pensando alla statura della potenza promotrice e al nanismo degli altri partner (con tutto il rispetto per alcune delle personalità e degli Stati coinvolti). Se a ciò si aggiunge il deficit democratico che affligge quasi tutti i regimi coinvolti, più che un colpo agli alleati storici la nuova istituzione appare un fendente autoinferto alla credibilità stessa della narrativa statunitense. Il duplice vincolo (interno ed esterno) con la democrazia, infatti, rappresenta il baricentro strutturale della politica estera del Paese.

In una congiuntura nella quale l’autorità lascia spazio al potere e la legittimità alla forza, gli Stati Uniti paiono al tempo stesso una potenza che si sta mettendo all’angolo con le proprie mani rispetto ai diretti antagonisti e un attore a caccia di un pretesto per schiacciarli e sbarazzarsene nei confronti degli alleati. La gravità del quadro, insomma, è proporzionata alla sua contraddittorietà. Per questa ragione, il quesito a cui rispondere è uno solo: cosa possono fare le liberaldemocrazie storicamente legate agli Stati Uniti di fronte alla hybris di Washington?

 

Una risposta strutturale

In un momento di personalizzazione estrema della politica internazionale, il rischio principale che possono correre le leadership occidentali è di assecondare tale tendenza, perdendo di vista il valore funzionale che certi Paesi – le cui difficoltà in molti casi sono soprattutto di matrice interna e sociale – conservano comunque sul fronte internazionale.

In tale prospettiva, focalizzandosi sui tratti dell’egemonia come assetto che nega qualunque forma di stratificazione e gerarchia tra Stati, l’intervento ancora a Davos del Primo ministro canadese, Mark Carney, ha fornito una risposta strutturale: il migliore punto fermo dal quale i Paesi occidentali possono immaginare di partire per costruire una risposta efficace.  Da un lato, infatti, le considerazioni fatte in Svizzera da Carney hanno fotografato i rapporti di potere nel sistema internazionale in maniera lucida e non condizionata da eventuali tentativi di Trump di ottenere dalla controparte una reazione ‘di pancia’. Dall’altra, evitando di ridurre la questione a un problema di personalità dei leader e allargando la riflessione alle attuali tendenze delle grandi potenze, quel ragionamento ha posto l’Occidente di fronte alle proprie responsabilità e all’effetto ultimo collegato dai propri limiti: la sottomissione.

 

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Pur richiamando il concetto di “media potenza”, diversamente dalla classica narrativa nazionale, il Premier canadese non ha enfatizzato il presunto – ancorché non confermato nei fatti – ruolo morale di questi Stati. Al contrario, ha delineato come alla condizione di potenza di rango intermedio si associasse fisiologicamente quella di preda di un’eventuale egemone in declino o in crisi sul fronte dei metodi, dei valori e degli obiettivi.

Questa scelta da un lato ha privato l’Occidente dell’alibi – inutile peraltro di fronte a interlocutori come Trump, Putin o Xi – di una presunta superiorità normativa rispetto alle grandi potenze. Dall’altro sembra aiutare tale eventuale fronte di attori a superare una serie di eterogeneità interne che sinora hanno generato niente altro che una paralisi, amplificando il divario di potere rispetto alle potenze di rango superiore. Definire un minimo comune denominatore, affermando che quando non si è al tavolo si è nel menù, ha costituito un posizionamento forte proprio perché inequivocabile.

In un sistema internazionale privo di ordine o di grandi potenze disposte effettivamente a governarlo, per gli attori di medio calibro si delinea la necessità di agire, poiché l’impressione è che ci si trovi in una di quelle rare congiunture in cui ordine, giustizia e sopravvivenza tendono a coincidere. La domanda, tuttavia, è: in che modo?

 

La (possibile) dimensione operativa

Che UE, Canada e Giappone debbano ridurre il divario di capacità con gli USA è noto addirittura dagli albori della Guerra fredda. Che in linea di principio ciò gioverebbe ai rapporti interni alla NATO, poiché renderà i partner di Washington maggiormente adempienti rispetto alla lettera del trattato, è altrettanto vero. In ultimo, in questa fase specifica, ciò contribuirebbe a bilanciare anche il ritorno della Russia e la crescita militare cinese. Tuttavia, a fare la differenza saranno le modalità con le quali ciò avverrà, ovvero in base a quali politiche industriali, e il clima politico entro il quale l’Europa e le altre medie potenze avvieranno un’eventuale politica di bilanciamento ( balancing).

Nel clima attuale, una mossa avventata rischia infatti di offrire il fianco all’accusa di agire in maniera , cosa che – secondo lo schema sintetizzato perfettamente da Carney – innescherebbe una qualche ritorsione. Puntare quasi tutto sul riarmo, invocato soprattutto in UE, potrebbe quindi rivelarsi un passo falso. In un quadro nel quale l’ordine liberale risulta ormai scardinato, ma al tempo stesso mancano modelli in grado di raccogliere un grado significativo di consenso alle diverse latitudini e, soprattutto, nessuna delle grandi potenze sembra credere più nel soft power, ciò che l’Occidente potrebbe schierare è la propria filosofia politica: quel corpo di principi, idee e metodi che negli ultimi duemila anni hanno fatto di quest’area la culla di una cultura antiegemonica.

 

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Aggregare le medie potenze dislocate nelle diverse regioni del globo e tradurre quei valori civici e politici anche in forme di collaborazione economica e sociale coerenti con un modello maggiormente distributivo del potere e della ricchezza è una sfida titanica – che comunque può trarre grande giovamento da accordi commerciali come il pur controverso UE-Mercosur e quello recentissimo UE-India. Data l’urgenza del contesto, tuttavia, si tratta di un’impresa che vale lo sforzo. Una risposta aperta ed esplicita a livello economico e militare, per attecchire, richiede infatti un terreno nutrito da idee che, per ora, mancano. Diversamente, si tratterà di una pianta debole e sin troppo semplice da eradicare.

Una combinazione di idee, scambi commerciali e capacità militari è il complesso mix di precondizioni che potranno consentire all’Europa e ad altri storici alleati degli USA di diventare un nuovo aggregato internazionale in grado di raccogliere il testimone che Trump ha deliberatamente lasciato cadere. Come hanno sostenuto alcuni autori classici, quando le grandi potenze non sono in grado o non intendono esercitare il ruolo che il sistema internazionale richiede loro in vista della conservazione dell’equilibrio, le medie potenze sono chiamate a colmare quel vuoto di potere. In questo caso ciò costituirebbe l’altra faccia dell’egemonia.

 

 

 

 

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