Le due pandemie e la cura cinese

L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha emesso un bollettino il 2 febbraio in cui denuncia l’esistenza di due pandemie: oltre al “2019-nCoV”, si è diffuso anche un tipo digitale di “virus” che porta con sé informazioni false o fuorvianti sul contagio stesso – una vera “infodemic”, come la definisce il bollettino.

E’ logico che il controllo delle informazioni corrette sia cruciale per una grande organizzazione incaricata di coordinare le misure di prevenzione e contrasto di un’epidemia; può però sorprendere il fatto che essa consideri il flusso sregolato di dati come una minaccia quasi altrettanto grave. D’altro canto, un mondo interdipendente funziona anche così, oltre a portare nei negozi beni di larghissimo consumo (spesso ad alta tecnologia) e servizi sui mercati con prezzi tanto accessibili da essere impensabili appena pochi anni fa.

Ma non siamo soltanto di fronte a due pandemie, di tipo ben diverso: troviamo anche due approcci distinti alle contromisure possibili. Da una parte c’è l’approccio internazionale prevalente, basato su competenze e profilassi condivise; dall’altra c’è quella che possiamo chiamare la “cura cinese”. Pechino ha fatto ricorso a un metodo sostanzialmente repressivo e coercitivo, che può consentire di cordonare una megalopoli e mettere in quarantena enormi numeri di persone, ma non di condividere in modo tempestivo ed esaustivo informazioni preziose ed esperienze sul campo.

Il metodo cinese è quello del controllo dal centro, dello stato di polizia, dello scarico della responsabilità politica sui livelli al di sotto del vertice (il Presidente Xi Jinping, scomparso dagli schermi per diversi giorni, è tornato a farsi vedere anche per rimuovere il capo del Partito a Wuhan). Quello che assai probabilmente è venuto a mancare è un rapporto di (almeno relativa) fiducia tra governo e cittadini: i cinesi sono abituati a temere le autorità e comunque a diffidarne – soprattutto rispetto alla gestione delle informazioni. In un contesto di emergenza complessa, come è quella di un’epidemia, la collaborazione spontanea delle persone comuni con le agenzie tecniche è decisiva, più dei divieti e degli ordini dall’alto. E qui il sistema cinese è assai carente per ragioni strutturali; potrà certo trarre importanti lezioni da questa esperienza, ma per ora deve gestirla con strumenti insufficienti.

Si è notato, giustamente, che la reazione del governo è stata comunque più efficace rispetto all’epidemia della SARS nel 2002-2003; ma da allora anche le ambizioni dichiarate di Pechino e le aspettative del resto del mondo sono decisamente cambiate, visto che oggi la Cina di Xi si presenta ovunque come una superpotenza economico-tecnologica e perfino un Paese leader.

Non c’è nessun motivo di gioire delle difficoltà della Repubblica Popolare, ma si può certo guardare in modo più sobrio alla sua presunta efficienza autoritaria che starebbe per schiacciare le litigiose democrazie liberali. Rimane il fatto che con il suo attuale 20% del PIL mondiale – destinato a crescere ancora – il Paese ha inevitabilmente un peso sistemico: lo si è visto con i dazi di Donald Trump – che hanno già avuto un impatto negativo sul commercio globale proprio colpendo le filiere che passano per le maggiori città cinesi. Ce lo ricorda ora un piccolo virus che si diffonde ignorando i confini della politica.

 

 

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