Lo stato di guerra nel Sahel ha raggiunto proporzioni senza precedenti e attraversa una rapida escalation, caratterizzata dall’espansione territoriale, dalla crescente efficacia operativa e dalle strategie adattive dei gruppi armati jihadisti affiliati ad Al Qaeda e allo Stato Islamico. La crisi di sicurezza si sta ora allargando dal Mali, dal Burkina Faso e dal Niger, all’Africa occidentale: la Nigeria era già coinvolta, almeno in parte del suo territorio, mentre Benin e Togo sono tra i nuovi Paesi quelli maggiormente colpiti.
A partire dallo scorso settembre, il gruppo armato Jama’at Nusrat al-Islam wal-Muslimin (JNIM) è riuscito a imporre un blocco del carburante in Mali. La decisione è stata presa in risposta alle restrizioni imposte dalla giunta militare, al governo dal 2021, sulla vendita di benzina nelle zone rurali del Paese, dove i jihadisti, che si spostano in motocicletta, sono radicati. Almeno centotrenta autocisterne provenienti da Senegal e Costa d’Avorio sono state finora assalite e bruciate, e i loro autisti sequestrati, lungo le autostrade che portano alla capitale Bamako, dove le attività economiche sono paralizzate. La penuria di carburante nella principale città del Paese si è alleviata solo a fine novembre, grazie all’arrivo di un convoglio inviato dagli alleati nigerini e scortato da mercenari russi, con tanto di sorveglianza aerea. Secondo alcune fonti, tuttavia, dietro il momentaneo allentamento del blocco ci sarebbe, anche, una tregua ufficiosa che la giunta militare maliana sarebbe stata costretta a stipulare col JNIM, dopo una trattativa di cui aveva già dato notizia Radio France Internationale (RFI) il 9 ottobre scorso. I jihadisti, oltre all’allentamento delle restrizioni sul carburante, hanno richiesto la liberazione dei miliziani detenuti e l’imposizione del velo alle donne sui mezzi pubblici.
Guerra e governance: la doppia strategia jihadista nel Sahel
Il principale attore della galassia jihadista saheliana è infatti proprio Jama’at Nusrat al-Islam wal-Muslimin, in arabo “Gruppo di Sostegno all’Islam e ai musulmani”, coalizione di gruppi semiautonomi affiliata nominalmente ad Al Qaeda nel Maghreb Islamico (AQIM). È presente nel Mali meridionale e orientale e in undici regioni su tredici del Burkina Faso, oltre a condurre operazioni in Benin, Togo e, limitatamente, in Costa d’Avorio. Responsabile dell’85% delle 10.400 uccisioni attribuite alla violenza islamista nel Sahel nel 2024, JNIM è considerata l’organizzazione terroristica maggiormente in crescita al mondo ed il gruppo meglio armato del Sahel, con 6.000 combattenti stimati. Dal 2022 ha incrementato sia la frequenza sia la complessità delle sue operazioni, come l’attacco all’aeroporto di Bamako dello scorso anno in cui è riuscita a distruggere diversi aerei militari maliani.
Il salto di qualità del JNIM è in parte ascrivibile alla sua capacità di adottare e impiegare tecnologie sempre più complesse, tra cui l’utilizzo di droni da corsaI jihadisti li hanno modificati per sganciare ordigni esplosivi improvvisati – tattica utilizzata con successo, ad esempio, in Mali contro la milizia filogovernativa Dan Na Ambassagou nel 2023 o in un attacco contro la città burkinabé di Djibo nel febbraio scorso. I jihadisti, inoltre, hanno contrabbandato dispositivi Starlink per la connessione Internet satellitare, utilizzati sia per migliorare la comunicazione e la pianificazione operativa sul campo di battaglia sia per gestire le transazioni finanziarie.
Il gruppo incamera infatti guadagni per decine di milioni di dollari l’anno attraverso una gamma diversificata di fonti di profitto. Tassa le comunità che governa, imponendo la “zakat”, il versamento obbligatorio prescritto dai precetti coranici, e prende una percentuale su tutte le merci, legali e illegali, che transitano per il territorio sotto il suo controllo, oltre a estorcere il pizzo ai commercianti per la protezione dai banditi. Il JNIM è poi attivo nel contrabbando di risorse quali l’oro, verso gli Emirati Arabi Uniti, il legno di palissandro, verso la Cina, e il bestiame, verso la Costa d’Avorio. Oltre al commercio illegale del prezioso metallo inoltre, tassa anche i minatori che lo estraggono artigianalmente, grazie al controllo fisico dei territori in cui si trovano i siti estrattivi artigianali.
La penetrazione del tessuto economico locale è legata anche all’evoluzione strategica del gruppo, che alla violenza contro lo Stato ha affiancato lo sviluppo di una governance proto-statale nelle zone sotto il suo controllo. I jihadisti approntano tribunali religiosi, draconiani ma considerati più rapidi e imparziali di quelli pubblici, e regolano aspetti amministrativi come il funzionamento dei mercati cittadini. Gli uomini del JNIM sono inoltre ben integrati anche a livello sociale, grazie ai matrimoni contratti nelle comunità locali, e fanno leva per il reclutamento sul revanscismo di etnie minoritarie, come i Fulani, e sulla disoccupazione giovanile, promettendo stipendi sicuri.
Il gruppo cura anche gli aspetti comunicativi e propagandistici, conducendo campagne di proselitismo, “da’wah”, sia di persona sia online, grazie alla sua ala mediatica, la Fondazione Az-Zallaqa, che produce materiale video a livello professionale, in cui le immagini delle operazioni militari sono accompagnate da musica religiosa e narrazioni ideologiche che enfatizzano il sacrificio e la disciplina.
Dal 2019, il JNIM combatte, oltre che con le truppe governative, anche contro il suo principale rivale e concorrente, lo Stato Islamico – Provincia del Sahel (ISSP). Nata nel 2015, è la branca dello Stato Islamico che cresce più rapidamente nel continente africano: oggi conta tra i 2.000 e i 3.000 combattenti, un incremento tra le quattro e le sei volte rispetto alla fine del 2018. Attualmente, il gruppo sta consolidando la propria presenza nelle aree già sotto il suo controllo in Mali nordorientale, Niger nordoccidentale, Burkina Faso settentrionale e Nigeria nordoccidentale, tramite un processo di costruzione proto-statale simile a quello dei suoi rivali del JNIM.
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Anche un’altra branca dello Stato Islamico opera nel Sahel, più a est, lungo le rive del lago Ciad: lo Stato Islamico – Provincia dell’Africa Occidentale (ISWAP), nato nel 2016 da una violenta scissione da Boko Haram e che si stima abbia oggi tra i 4.000 e i 7.000 miliziani. Entrambe le organizzazioni si appoggiano a una struttura finanziaria centrale con sede in Nigeria, Maktab al-Furqan, che sfrutta anche il crescente mercato delle criptovalute della Nigeria, il secondo più grande a livello globale, per finanziarne le attività. Anche Boko Haram, un tempo principale organizzazione jihadista nigeriana attiva nel Nord-Est del Paese, sebbene ridimensionata dopo il conflitto con l’ISWAP, sta mostrando segnali di rinascita intorno al Lago Ciad e nello stato nigeriano di Borno.
Allo Stato Islamico potrebbe essersi affiliata, infine, un’altra organizzazione jihadista presente in Nigeria nordoccidentale, un gruppo armato noto come Lakurawa, “le reclute” in lingua hausa. Giunti nella regione dal Mali e dal Niger in veste di pastori transumanti, nel 2017 sono stati arruolati dai leader locali dello stato di Sokoto per combattere il banditismo dilagante. Sottovalutati dalle locali forze di polizia, dopo aver compiuto il proprio incarico i Lakurawa si sono rivoltati contro chi li aveva ingaggiati. Gli oppositori sono stati scacciati o assassinati e le comunità poste sotto il loro controllo, con l’imposizione di tasse, estorsioni e un’interpretazione fondamentalista della sharia. Solo lo scorso gennaio il governo nigeriano ha preso sufficiente contezza della minaccia da dichiararlo un’organizzazione terroristica.
Squilibri economici e sociali dietro il successo del fondamentalismo religioso armato
Mali e Niger, così come gli stati settentrionali della Nigeria, sono Paesi interamente musulmani, mentre in Burkina Faso i fedeli del Corano rappresentano una maggioranza relativa. L’influenza del sufismo e la persistenza di pratiche sincretiche con le precedenti tradizioni spirituali africane hanno determinato la diffusione di un’interpretazione moderata e tollerante della religione islamica.
Il fondamentalismo che esprime oggi i principali gruppi armati della regione appare dunque in contrasto con i precedenti storici. Un progetto di ricerca del NATO Strategic Direction-South HUB (NSD-S HUB) ha individuato, infatti, come principali fattori della radicalizzazione religiosa del Sahel nei conflitti entici ed agropastorali, nella percezione di una marginalizzazione economica ed etnica e nella predicazione radicale e nella radicalizzazione all’interno delle carceri. I jihadisti, da un lato, sfruttano e acuiscono le divisioni preesistenti all’interno degli stati dall’altro si propongono come attore in grado di riempire il vuoto di governance presente nelle comunità più periferiche e marginali, offrendo opportunità di rivalsa economica e sociale. Come sottolinea infatti il rapporto della NATO, l’adesione all’Islam radicale nel Sahel coinvolge solitamente intere comunità anziché singoli individui.
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L’adesione al jihadismo da parte dei gruppi armati consente inoltre di poter ricevere finanziamenti e appoggi esterni da, o di affiliarsi a, gruppi armati preesistenti e maggiormente affermati, in grado di fornire risorse economiche e competenze militari. Lo Stato Islamico, in particolare, sfrutta la propria struttura transazionale a vantaggio delle singole branche: nel Sahel, Maktab al-Furqan, una delle reti finanziarie dello Stato Islamico, raccoglie circa il 50% dei proventi dell’ISWAP per redistribuirli alle branche minori dell’organizzazione nel resto della regione.
La risposta degli Stati africani tra divisioni regionali e ingerenze internazionali
A seguito dei colpi di Stato militari avvenuti in Mali, Burkina Faso e Niger tra il 2020 e il 2023 con il sostegno più o meno aperto dei mercenari russi, si è creata una spaccatura tra le giunte e gli altri membri della Comunità Economica degli Stati dell’Africa Occidentale (ECOWAS), sfociata nel 2023 nell’uscita dei golpisti dall’organizzazione, che è stata rimpiazzata con un accordo di difesa collettiva, l’Alleanza degli Stati del Sahel (AES). Sempre lo stesso anno, Burkina Faso e Niger sono inoltre uscite dall’alleanza di sicurezza G5, che comprendeva anche Mali, Mauritania e Ciad, decretandone di fatto la dissoluzione.
Alla riduzione della cooperazione regionale, a inficiare la lotta ai jihadisti si è aggiunta la fine della presenza militare francese, osteggiata dai golpisti e da altri governi dell’Africa occidentale di orientamento filorusso. Nel 2023, infatti, dopo un decennio di intervento sul campo contro i terroristi saheliani con le Operazioni Serval e Berkhane, Parigi ha finito per ritirare le sue truppe da Mali, Burkina Faso, Niger, Repubblica Centroafricana, Ciad, Senegal e Costa d’Avorio – praticamente tutte quelle che aveva dispiegato in Africa.
Il quadro è stato ulteriormente aggravato dal ritiro della missione ONU MINUSMA dal Mali nel 2023 e quello delle truppe statunitensi dal Niger nel 2024, sempre per insistenza delle giunte militari, le quali si sono invece rivolte alla Russia. Già presente indirettamente nella regione con le milizie Wagner, dopo la fallita ribellione e la morte del fondatore Evgenij Prigožin, Mosca ha riorganizzato la propria presenza nel continente sotto l’egida dei contingenti ora governativi degli Africa Corps, oggi operanti in Mali, Burkina Faso e Niger, così come in Repubblica Centrafricana, Libia e Sudan, oltre a operazioni minori in altri Paesi come la Guinea Equatoriale e accordi in itinere con Togo, Benin e Camerun.
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Questa riorganizzazione ha tuttavia comportano un ridimensionamento del ruolo delle truppe russe sui teatri di guerra saheliani, limitandone l’impiego in combattimento attivo a favore dell’addestramento delle forze locali, del rafforzamento delle basi militari e della protezione di personaggi più influenti. Il Mali costituisce l’eccezione, poiché l’entità della minaccia e la debolezza delle forze locali ha costretto Mosca a mantenere i suoi uomini sul campo di battaglia. Con entrambe le gestioni comunque, i russi non si sono dimostrati in grado di sconfiggere le organizzazioni jihadiste; anzi, le atrocità commesse in complicità con le forze governative contro i civili, soprattutto durante il periodo del Gruppo Wagner, hanno contribuito a spingere molti sopravvissuti tra le braccia dei gruppi armati.
Ci sono poi ulteriori attori internazionali che stanno incrementando il proprio attivismo nella regione, a cominciare dalla Turchia. Ankara ha accompagnato la penetrazione economica delle proprie aziende alla “diplomazia dei Bayraktar”, già ampiamente collaudata, fornendo droni da combattimento come gli Akinci e i Bayraktar TB2 ai governi golpisti con cui sostituire il supporto aereo francese e statunitense, nel frattempo venuto meno. I droni turchi si sono rivelati particolarmente efficaci per colpire leader e postazioni dei gruppi armati, tanto che il JNIM si è spinto a minacciare espressamente il governo turco. Tuttavia, le vittime civili collaterali causate da questi attacchi hanno finito per alimentare ulteriormente la propaganda jihadista verso la popolazione locale.
Altri Paesi vengono coinvolti giocoforza a causa di una delle pratiche di autofinanziamento dei jihadisti: i rapimenti. L’ultimo negoziato in tal senso si è concluso lo scorso ottobre, quando gli Emirati Arabi Uniti hanno pagato 50 milioni di dollari per il rilascio di due loro cittadini detenuti dal JNIM. Secondo alcune fonti, inoltre, assieme alla liquidità gli emiratini avrebbero anche pagato parte del riscatto sotto forma di diverse tonnellate di munizioni, in uno sviluppo tanto spregiudicato quanto inquietante.
Infine, organizzazioni e individui simpatizzanti dell’islamismo radicale distribuiti nel resto del mondo sostengono finanziariamente i jihadisti: organizzazione qatariote sono state accusate di aver fatto arrivare fondi ai miliziani di Ansar Al-Dine già nel 2013, adombrando peraltro l’ipotesi di un avallo, o di una direzione, da parte della stessa monarchia del Golfo. In Europa stessa è accertata la presenza di cellule di sostenitori del JNIM: persone sospettate di raccogliere donazioni per il gruppo terroristico sono state arrestate nel corso degli anni in diversi Paesi dell’Unione Europea.
Gli scenari futuri dall’opzione siriana al contrattacco internazionale
L’evoluzione strategica delle organizzazioni jihadiste del Sahel verso la governance proto-statale dovrebbe rappresentare il passaggio intermedio per rovesciare e sostituire i governi nazionali. Tuttavia, il raggiungimento di questo obiettivo finale oggi si scontra ancora con diversi fattori avversi, quali: il controllo governativo dei maggiori centri urbani, sebbene il blocco del carburante in Mali ne dimostri la potenziale fragilità; il sostegno militare russo e turco; l’ostilità di parte della popolazione, anche su basi etniche, e i conflitti tra gruppi armati rivali. Inoltre, il concretizzarsi del rischio di un’imminente presa del potere da parte dei jihadisti potrebbe spingere tanto gli Stati africani confinanti quanto le potenze occidentali a superare i dissidi con le giunte golpiste e ad accorrere in loro sostegno.
Il JNIM però sembra aver seguito con attenzione la parabola mediorientale di Hay’at Tahrir al Sham (HTS) e del suo leader Ahmad al-Shara, con cui condividono un’originaria affiliazione ad Al Qaeda, avendo osservato la rapidità con cui il jihadista siriano è passato da terrorista a interlocutore legittimo agli occhi delle cancellerie di tutto il mondo. Così, il gruppo saheliano ha iniziato a sfumare cautamente i propri legami con l’organizzazione-madre nella sua propaganda, anche nell’ottica di consolidare una possibile intesa con il Fronte di Liberazione dell’Azawad, ultima incarnazione degli indipendentisti laici di etnia tuareg che da dodici anni ormai combattono col governo maliano.
Gli scenari futuri della regione dipenderanno inoltre molto dalla capacità degli Stati saheliani di rispondere più efficacemente all’insorgenza jihadista, ricucendo i rapporti con i partner regionali e internazionali, rinsaldando la propria governance specialmente nelle aree più periferiche e marginalizzate e migliorando i rapporti con la popolazione, reprimendo gli abusi delle forze armate a danno dei civili e offrendo opportunità di smobilitazione per i miliziani. La stessa storia dello Stato Islamico in Medio Oriente ha dimostrato che è possibile contrattaccare e sconfiggere un gruppo armato jihadista in espansione, pur con tutti i nodi irrisolti e le difficoltà che permangono ancora oggi.
Allo stato attuale, non sembra però che le giunte militari maliana, burkinabé e nigerina siano orientate a modificare l’orientamento delle proprie strategie di controguerriglia, incentrate unicamente sulla repressione militare. È quindi possibile che nel prossimo futuro permanga una situazione di conflitto aperto con una partizione de facto dei territori nazionali, sebbene sempre la vicenda siriana abbia mostrato quanto il crollo di un regime possa avvenire rapidamente e inaspettatamente.
Quel che è certo è che sia necessaria una maggior attenzione da parte della comunità internazionale a una regione che rischia di diventare un hub globale per l’attività jihadista, con gravi implicazioni per la sicurezza non solo regionale ma anche internazionale, come ha dimostrato l’arresto, nel febbraio scorso, di un commando dell’ISSP pronto a commettere attentati in Marocco, sull’altra sponda del deserto del Sahara.